venerdì, Maggio 7

Infibulazione in Italia Un’idea dell’espansione del fenomeno nel nostro Paese

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Bocca-cucita-infibulazione

L’ultimo episodio tutto italiano si è consumato pochi giorni fa a Perugia: due bambine sono state mutilate dai genitori secondo la pratica dell’infibulazione. La segnalazione è avvenuta grazie ai medici del servizio sanitario pubblico e per i genitori è scattato l’arresto. Poco importa se i genitori siano nigeriani o se, come lasciano supporre le prime indagini, gli interventi siano avvenuti all’estero: le bambine sono nate e residenti in Italia, dove questa pratica, grazie al cielo, non è legale.

Infibulazione” è un termine che deriva dal latino e indica originariamente un ornamento tipicamente femminile: la spilla. L’infibulazione è tuttavia una pratica disumana che viene attuata sulle donne e che consiste in una mutilazione genitale. L’intervento si concretizza in un complesso lavoro di “taglia e cuci” al termine del quale gli organi genitali della donna sono irriconoscibili: le viene concesso solamente di urinare e di avere il ciclo.

Si tratta di una pratica che ha origini culturali e che serve principalmente per limitare il piacere sessuale della donna.

Stiamo parlando di “donna” quando in realtà dovremmo chiamarla “bambina”, dal momento che l’infibulazione viene praticata sulle bambine, in vista di una loro crescita e come rito di passaggio.

Se pensate che si tratti di una pratica ormai in declino, sappiate che si calcola che in Egitto, dove l’infibulazione è in ogni caso vietata, una percentuale di donne tra l’85 e il 95% ne sia stata colpita. In Somalia si stima che la quasi totalità delle donne l’abbia subita.

Parlando di Paesi più sviluppati e a noi più vicini, il primato per il numero di donne che hanno subito infibulazione spetta al Regno Unito, a causa della forse presenza egiziana e sub sahariana. Inutile dire che la pratica risulta illegale fin dal 1985, ma questo non ha evitato l’apertura di centri più o meno specializzati, più o meno igienici, nei quali le donne continuano a venire infibulate a dispetto delle leggi.

La notizia delle bambine di Perugia, pubblicata qualche giorno fa, non ha fatto altro che mettere in luce l’evidenza che anche in Italia, così come nel resto del mondo, ci sono migliaia di bambine a rischio infibulazione.

Si stima che in questo momento, mentre parliamo, siano 35.000 le donne residenti in Italia che hanno subito questo tipo di mutilazione. Altre tremila rischierebbero, nonostante una legge entrata in vigore nel 2006 per rendere fuorilegge queste pratiche, la mutilazione genitale. Questo perché l’Italia non ha finora firmato la Convenzione del Consiglio d’Europa per prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica.

Se ci immaginiamo ambienti asettici e guanti bianchi, infatti, spesso sbagliamo. Sbagliamo perché si tratta di pratiche attuate per lo più in ambiente domestico, su bambine molto piccole che non hanno possibilità di denunciare e che spesso vengono cresciute nella convinzione che essere mutilate sia giusto, che sia il volere di una religione.

Secondo l’Inmp, nel nostro Paese ci sarebbero ancora alcuni medici e anziane donne delle comunità migranti che, a pagamento, praticano l’infibulazione, spesso senza anestesia e con strumenti non sterili. Per aggirare le misure previste dalla nostra normativa, le bambine vengono spesso ricondotte nel Paese d’origine per subire l’orrenda procedura. In molti Paesi europei le mutilazioni vengono eseguite nei centri di chirurgia estetica vaginale o in quelli che effettuano piercing e tatuaggi”, spiega Antonio Palagiano, capogruppo Idv in Commissione Affari sociali alla Camera.

Nel mondo si stima che ogni giorno subiscano infibulazione circa 6.000 donne e che solo nell’evoluta Europa siano oltre 500.000 le donne e le bambine che portano sul proprio corpo i segni di questa violenza.

Ma perché viene praticata questa mutilazione mostruosa che, come conseguenze, presenta una vasta gamma  di soluzioni, che vanno dalla cistite alla morte? La risposta non è ancora chiara.

Si dice che sia una pratica legata alla religione islamica, anche se, a ben vedere, l’infibulazione e l’escissione della clitoride non sono menzionate dal Corano: non è dunque richiesta dall’Islam alcuna forma di manipolazione dei genitali (tra cui l’infibulazione) che rechi danno fisico alla donna. Secondo diversi studiosi non è neppure considerato accettabile nell’Islam che sia limitato il piacere sessuale della donna.

Non si capisce pertanto perché la legislazione coranica ammetta, ad esempio, tra le cause di divorzio, una mutilazione genitale della donna mal riuscita, ovvero tale da renderla “impura” agli occhi dello sposo. Personaggi di spicco come il “fondatore” del moderno Kenya Jomo Kenyatta, hanno altresì difeso l’infibulazione come pratica culturale importante.

Che si possa parlare di “cultura” e di “infibulazione” nello stesso discorso mi pare mostruoso.

Quello che mi pare ancora più mostruoso è che solo grazie a casi isolati di cronaca ci si indigni che questo succeda anche in Italia, che la multiculturalità non sia sempre garanzia di rispetto dei diritti delle donne e delle bambine, quando ci sono migliaia di donne e bambine, anche italiane, che portano addosso i segni di questa violenza.

 

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