martedì, Settembre 21

Indonesia: l’Islam meno moderato torna forte sulla scena politica Oppositori in protesta, col Presidente Widodo troppo capitalismo e troppo poco Islam

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Quando Joko Widodo fu votato come Presidente d’Indonesia nel 2014, il suo successo elettorale giunse sull’onda di vaste e diffuse speranze nella Democrazia del Paese musulmano più popoloso al Mondo. Proprio le caratteristiche per le quali l’Indonesia è un vasto Arcipelago al quale si guarda con particolare attenzione, vista la compresenza di questi due fattori che – nello stereotipo internazionale – vengono visti come alquanto estranei uno all’altro: ovvero l’Islam e la Democrazia.

Che si tratti di stereotipia ed oleografia è noto a tutti coloro che abbiano il punto di vista obiettivo quanto basta per constatarlo. Ma è proprio grazie all’Indonesia, tra le più grandi potenze produttive mondiali, che si può oggi verificare che Islam e Democrazia possono coesistere benissimo. E Widodo ha incarnato, nell’elettorato indonesiano che lo ha votato, l’aspirazione ad una svolta che fosse sì modernista ma senza rinnegare le proprie radici ideologiche e soprattutto religiose. Sebbene in una più ampia cornice di diffusa secolarizzazione e modernizzazione della società indonesiana. Oggi, ad un anno dalle prossime scadenze elettorali presidenziali che si terranno appunto nel 2019, le cose appaiono più complesse da decifrare. E certamente sono cambiate rispetto alle premesse del 2014.

Non sono mancate le sfilate e le proteste contro il Governo in carica, alle quali hanno partecipato non solo le classi sociali ed economiche più popolari ma anche quella sezione moderata dell’elettorato nazionale che contesta al Governo in carica il fatto che abbia consentito una eccessiva diffusione di Comunismo e una certa criminalizzazione dell’Islam. Un terzo hashtag delle proteste è il Capitalismo. In Indonesia va sempre più diffondendosi l‘idea per la quale una delle più grandi fabbriche del Mondo, cioé l’Indonesia stessa, si stia assoggettando a parametri produttivi per i quali non vi è possibilità per una redistribuzione più ampia della ricchezza vedendosi affossare ulteriormente il divario tra ricchi e poveri. Alla luce di questo punto di vista, Joko Jokowi Widodo sembra essersi trasformato nella via di accesso al Capitalismo più bieco, quello che nel mondo del lavoro sta schiavizzando sempre più vaste masse di manodopera nazionale. A tutto vantaggio dei potentati economici e finanziari sovranazionali.

Durante la campagna elettorale per le Presidenziali del 2014, Joko Widodo enfatizzò la rilevanza della sobrietà e dell’umiltà. Promise di migliorare e potenziare strade, porti e aeroporti, rimuovere i lacci e lacciuoli della Politica ed irrobustire l’arrivo di finanziamenti esteri. Agli indonesiani sembrò di vedere qualcosa di simile alle politiche ed al modo di fare di Barack Obama, visto che si trattava – in entrambi i casi – di uomini luminosi, attraenti, simpatici e soprattutto carichi di grandi speranze. Essendo un grande utilizzatore di social, Joko Widodo posta spesso dei video sul suo canale YouTube, sembra il più accessibile di tutti i politici indonesiani visti finora. Un video fatto a mano di un pranzo dove aveva come ospite il Re Salman dell’Arabia Saudita, che mostra il sovrano bere brodo da un cucchiaio d’oro massiccio, è stato visualizzato più di due milioni di volte.

In effetti, nel suo primo anno di Governo, Joko Widodo è sembrato essere proprio il grande riformatore che tutti i liberali attendevano da tempo sulla scena nazionale. Inaugurò una vasta serie di finanziamenti e forme sussidiarie a vantaggio dell’economia indonesiana e del suo apparato produttivo, uno schema nazionale di Sanità pubblica del quale si sono avvantaggiati immediatamente almeno 130 milioni di indonesiani, la metà della popolazione nazionale. La spesa pubblica destinata alle infrastrutture si è innalzata del 51 per cento nel periodo 2014-2015, raggiungendo cioé un controvalore di 15.5 miliardi di Dollari USA. Ha lasciato lavorare serenamente la commissione governativa anti-corruzione, nonostante il Parlamento abbia più volte cercato di frenare l’operato di quella stessa Commissione o neutralizzarla in un qualche modo. Ogni proposta che il Presidente abbia fatto, raggiungeva in quel periodo un 68 percento di apprezzamenti positivi nei sondaggi popolari condotti periodicamente circa la valutazione popolare del proprio Presidente. Con adesione positiva sia nei contesti agrari sia in quelli metropolitani e tra le differenti classi di istruzione del Paese.

In tempi più recenti, la rielezione di Jokowi è diventata prospettiva sempre più difficile. Una ricerca condotta lo scorso mese di settembre dal Centro per gli Studi Internazionali Strategici e Internazionali, un think-thank indonesiano rilevante, ha constatato che solo il 50 per cento di coloro che lo avevano votato oggi lo rifarebbero. Tutto ciò suggerisce che le elezioni Presidenziali del 2019 potrebbero vedere una differenza risicata, come accadde proprio nel 2014, quando Jokowi vinse col 53 per cento. La caduta del Governatore di Jakarta, Basuki Tjahaja Purnam detto Ahok ad aprile scorso, uno dei più stretti collaboratori di Jokowi, è stato un segnale molto forte sul cambiamento intercorso nel corpo elettorale e politico nazionale. Lo scenario indonesiano, quindi, oggi è molto più complesso da disegnare e raccontare.

Una parte non indifferente del problema è che Jokowi – il quale è musulmano sebbene in veste molto secolarizzata – è la crescita di un certo spirito improntato alla religiosità sempre più diffuso nel corpo sociale indonesiano. Durante la campagna presidenziale non erano pochi i rumors dove si sussurrava che Jokowi in realtà fosse un cristiano. Quando corse per il ruolo di Governatore di Jakarta nel 2012, Ahok – che è cristiano – fu parecchio criticato dalle frange islamiste dell’elettorato. Successivamente esse si accanirono contro il Governatore di Jakarta accusato di aver criticato il Corano e quindi di essere incorso in blasfemia, un reato che gli è valsa la condanna a due anni di carcere. Un gruppo autodenominatosi Fronte dei Difensori Islamici, che aveva organizzato le proteste del 29 settembre, aveva inscenato grandi proteste proprio contro di lui. Le proteste non sono state solo a sfondo religioso. Ad esempio, a Java Orientale, una statua di 30 metri di Guan Yu, una divinità cinese, è stata parzialmente coperta con lenzuoli bianchi dopo che una folta comunità locale di musulmani aveva minacciato di abbatterla.

Secondo l’Istituto di Studi Sud Est Asiatici di Singapore, la gran parte dei musulmani ha un atteggiamento alquanto rilassato su alcuni aspetti della loro religione, in altre aree tematiche – invece – sembrano più dottrinari: la maggioranza, ad esempio, ritiene che le donne dovrebbero indossare l’hijab ed il 67 per cento ritiene che l’introduzione della Sharia potrebbe proteggere meglio i valori morali. La violenza di tipo religioso sorta dopo che Suharto l’uomo che più a lungo ha governato l’Indonesia, nel 1998 è stato scalzato dal Potere, è andata via via dissipandosi. Oggi fa nuovamente notare la sua presenza nella Storia recente d’Indonesia ed in tempi attuali. Fin dal 2014 il tasso di crescita annuale del PIL si è attestato intorno al 5 per cento, lievemente al di sotto dei livelli raggiunti dal predecessore di Jokowi e ben al di sotto dei tassi di crescita registrati dall’Indonesia negli Anni ’70 e ’80. La discesa dei prezzi dei beni, insieme con la complessa rete di leggi e regolamentazioni ha causato una relativa fuga degli investitori verso altre aree e Paesi.

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