lunedì, Giugno 21

Indonesia e sogno economico

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BangkokL’Indonesia è sulla plancia di comando del suo destino, il motivo per il quale Joko Widodo è diventato il Presidente alla guida della Nazione islamica più popolosa al Mondo e quarta per estensione territoriale. Allo stesso tempo, però, in questo momento ci si sta rendendo sempre più conto che il fattore-chiave della crescita in un’economia globale in netta crisi si restringe in chiave protezionistica e nazionalistica nei momenti buoni dell’economia mondiale ma tale impronta diventa negativa in tempi di difficoltà strutturale. Ed attualmente –anche in Indonesia- si vive una fase critica, alla quale si aggiunge l’ulteriore handicap del tasso più lento di crescita registrato nell’arco di cinque anni.

Il predecessore di Joko Widodo, Susilo Bambang Yudhoyono , in un certo qual senso è stato più fortunato, affermano gli osservatori di cose locali. Mentre l’Indonesia stava ancora apportando e vivendo miglioramenti progressivi dopo i postumi della crisi finanziaria del 1997-98 al momento in cui occupò gli uffici della Presidenza del Paese nel 2004, egli fu capace di cavalcare l’onda della crescita produttiva attraverso quasi tutto l’arco della sua decennale Presidenza.

Questo gli consentì di introdurre politiche basate su principi di populismo nazionalista, in modo speciale il divieto di esportare minerali non lavorati, e tutto ciò significò anche il non doversi scontrare con la gestione dei sussidi per gli acquisti di benzina che tanto influiscono sulla compressione del budget nazionale e sull’economia intesa nella sua interezza.

Ma già il secondo mandato di Yudhoyono ha dovuto riscontrare un certo deterioramento nella creazione e pianificazione di misure di governo dell’economia ed una crescita della ineguaglianza nel Paese.

Di fatto, Joko Widodo ha ereditato tutto questo con una minoranza politica interna in contrasto con la Casa delle Rappresentanze ,edulcorata dalla leadership timida di Yudhoyono, s’è poi trasformata in un sistema presidenziale poi tramutatosi a sua volta subitaneamente in una specie di ibrido.

Un governo di minoranza non è poi la fine del mondo, dicono gli osservatori di cose locali. Tornare a discutere di cose interne, tornare su progetti rimasti in sospeso consente a Joko Widodo di non avere alcuna necessità di adottare riforme difficili per ottenere le cose in cantiere. Non ha avuto bisogno alcuno, ad esempio, di approvazione sulle decisioni prese in merito alla riduzione del 30 per cento delle concessioni dei buoni benzina e dei sussidi relativi.

Le proteste in strada non si sono scatenate, in un solo colpo si è mostrato che il Presidente Yudhoyono, pur se con una certa caduta di coraggio, s’è ritrovato circondato dai media che ingigantivano il rischio di manifestazioni violente in tutto il Paese il che è risultato essere il solito vezzo dei media di gridare “al lupo, al lupo” anche quando così propriamente non è. Esagerazioni mediatiche, insomma.

Sul fronte della lotta alla corruzione, i passi tangibili intrapresi per ripulire le stanze del Ministero dell’Energia e delle Miniere hanno portato a quello che è stato un vero e proprio collasso della cosiddetta PetrolMafia, un successo diventato un vero e proprio trionfo popolare.

Ma dopo le rinnovate condizioni imposte agli investitori stranieri ed una campagna elettorale piena di retorica nazionalistica, sembra che Joko Widodo dovrà oggi rivedere la calibratura del suo messaggio e introdurre variazioni politiche se vorrà nuovamente invogliare gli investitori a riaffacciarsi sulla scena indonesiana.

Bisogna che siano introdotti, insomma, degli incentivi. Anche dopo che il bando sull’esportazione dei metalli è stato messo in campo, l’esplorazione mineraria vive di fatto una  lunga sosta,  che va avanti da almeno un decennio. La escavazione a fini di ricerca di gas e petrolio quest’anno ha vissuto un vero e proprio crollo, praticamente un quarto in meno nel totale rispetto al 2012.

Nel loro volume intitolato’ Le scelte economiche che dovrà affrontare il prossimo Presidente’, gli economisti Gustav Papanek, Raden Pardede e Suahasil Nazara sottolineano un approccio che essi credono sia la risposta ad una crescita accelerata: un ritorno all’industria lavoro-intensiva.

Strategie alternative non creano lavoro. Il divieto sui minerali può essere rivolto ad acquisire più valore ma le fonderie non assumono più lavoratori. Nemmeno le industrie che producono merce tecnologicamente più avanzata. Infatti, gli autori intuiscono che Joko Widodo si trova oggi a dover affrontare una scelta primordiale tra uno scenario intitolabile business come al solito del 5 per cento di crescita e meno di un milione di nuovi posti di lavoro all’anno da una parte e quello che essi definiscono l’opportunità “una volta in un secolo” per trasformare le vite.

Ciò accade, essi affermano, a causa del fatto che l’Indonesia è ben posizionata al di sopra della produzione della manifattura cinese che nel frattempo s’è riposizionata abbandonando quel tipo di produzione, ora che è diventata meno competitiva.

La questione ora è se l’economia indonesiana in se stessa sia competitiva a sufficienza.  Una mossa saggia- affermano gli esperti- sarebbe quella di abbandonare il retaggio di una Rupia forte al fine di ottenere esportazioni con costi più competitivi ma i due problemi contigui della povertà d’infrastrutture e l’alto costo del lavoro non specializzato debbono ancora essere affrontati adeguatamente.

La questione delle infrastrutture è già in cima all’agenda dell’amministrazione di Joko Widodo. Ignorando le norme diplomatiche, egli ha rilasciato dichiarazioni accattivanti alla Conferenza CEO Cooperazione Economica Asia-Pacifico  tenutasi a Pechino ed è stata anche l’oggetto principale di un suo primo meeting con il Presidente USA Barak Obama.

Sotto la pressione dei vicini Paesi ASEAN, con il suo addestrare lavoratori nell’acquisire specializzazioni ed esperienze, l’Indonesia avrà bisogno di una crescita al 7 per cento –oltre la crescita stimata al 5.8 per cento per il prossimo anno- solo per creare da tre a quattro milioni di posti di lavoro su base annua.

Secondo quel che prefigura Papanek, bisognerà porre più enfasi sulla manifattura a base di lavoro intensivo che potrebbe assorbire 20 milioni di lavoratori in surplus dall’agricoltura e dal settore informale che attualmente lavora molte ore per retribuzioni molto piccole e contribuisce ben poco all’andamento economico complessivo del Paese.

Il piano potrebbe suonare come una buona notizia per l’assunzione delle fasce giovanili. Il numero di due milioni di studenti che ottengono lavoro dopo l’acquisizione di titoli scolastici ogni anno oggi si è ristretto passando da 800.000 a 300.000 dal 2007 e la gran parte di essi si distribuiscono in un minor numero di lavori disponibili.

Nel frattempo, i datori di lavoro si lamentano sul fatto che il salario minimo è diventato oggetto di discussioni politiche ogni anno senza rivolgere alcuna attenzione alla aumentata produttività.

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