venerdì, Settembre 17

‘Indipendenza sospesa’, i precedenti: la Guerra dei Balcani La lunga serie di guerre che insanguinarono questo quadrante negli anni '90 iniziarono con una dichiarazione di indipendenza

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Il Presidente della Generalitat della Catalogna, Carles Puigdemont, ha inviato una lettera al premier spagnolo, Mariano Rajoy, per chiedergli un margine di «due mesi» per dialogare e negoziare un’uscita politica dal braccio di ferro tra Madrid e la Catalogna; e gli ha proposto di concertare «il prima possibile» un incontro per «esplorare le prime intese». Questa la risposta-non-risposta che Barcellona ha dato a Madrid oggi, poco prima dello scadere dell’ultimatum che il Governo nazionale aveva dato la scorsa settimana a Puigdemont intimandogli di chiarire con unSIo unNOse quella dichiarata la scorsa settimana fosse una dichiarazione unilaterale di indipendenza o meno.
Nè un ‘SI’, nè un ‘NO’, Puigdemont ha evitato di rispondere in forma chiara, ha nuovamente preso tempo.

Il Governo di Madrid ha risposto intimando a Puigdemont di fare chiarezza entro le dieci di giovedì mattina, altrimenti scatterà l’articolo 155 della Costituzione che di fatto sospende il Governo catalano. La partita tra attendisti prosegue.

La dichiarazione unilaterale d’indipendenza della Catalogna dello scorso 10 ottobre è solo l’ultima di una lunga serie di indipendenze che si sono susseguite nel corso della seconda metà del XX secolo. La gran parte di queste è stata legata al fenomeno della Decolonizzazione, con la fine dei grandi imperi delle potenze europee, e al collasso dell’Unione Sovietica e della sua galassia.

Nel caso delle indipendenze legate alla Decolonizzazione, sono stati seguiti percorsi diversi: in alcuni casi, l’indipendenza dal potere coloniale è stata raggiunta tramite un’azione politica che, seppur tra grandi difficoltà, ha portato a dichiarazioni concordate (ad esempio, India, Tunisia, Libia); in altri casi, al contrario, la fuoriuscita dall’orbita dei vecchi imperi coloniali è stata possibile solo a prezzo di violente guerre (Vietnam, Algeria, Congo, Mozambico, solo per citarne alcune). In quasi tutti i casi, la situazione uscita dal processo di Decolonizzazione è stata tutt’altro che stabile e si sono avuti lunghi anni di dittatura (come in Tunisia o in Libia) o ulteriori secessioni interne e guerre civili (come nei casi dei conflitti tra India, Pakistan e Bangladesh o i numerosissimi casi che, ancora oggi, insanguinano il continente africano).

Il caso del collasso sovietico è stato differente: la fine di uno dei due imperi usciti dall’epoca delle Guerre Mondiali ha portato un riassetto di tutto il blocco che ha visto, oltre alle indipendenze delle varie Repubbliche che facevano parte dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (la prima fu l’Estonia nel 1988), alcuni aggiustamenti anche nei Paesi satelliti del Patto di Varsavia (celebre il caso della divisione concordata della Cecoslovacchia in Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca nel 1993).

Il caso catalano, però, presenta alcune particolarità. In primo luogo, non è possibile parlare di Decolonizzazione: l’unione tra Catalogna e Aragona nel XII secolo, infatti, fu l’inizio di un rapporto strettissimo con il resto della penisola iberica che non prese mai l’aspetto di una colonizzazione.

In secondo luogo, proprio in virtù di questo stretto rapporto con il resto della Spagna, la situazione catalana non è paragonabile a quella di Paesi che si erano trovati sotto l’influenza del blocco sovietico a causa del riassetto dovuto ad una serie di eventi traumatici come le Guerre Mondiali e che colsero l’occasione della crisi dell’impero sovietico per ristabilire un potere autonomo.

Il caso catalano, dunque, ha delle sue particolarità: prima tra tutte, la scelta di optare per la formula dell’Indipendenza sospesa, ovvero, una dichiarazione formale di indipendenza che dovrebbe, nelle intenzioni di Barcellona, premettere ad una serie di trattative che permettano di giungere ad una separazione pacifica da Madrid. Si tratta, come molti hanno fatto notare, del ‘modello sloveno’, ovvero della linea seguita dalla Slovenia quando dichiarò la propria indipendenza dalla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.

Il paragone, in realtà, è piuttosto inquietante: la dichiarazione di indipendenza slovena, infatti, fu la scintilla che diede il via alle Guerre di Jugoslavia, ovvero ai primi conflitti combattuti su suolo europeo dal 1945.

Sarà utile ripercorrere brevemente quei tragici avvenimenti. Nel 1980, con la morte di Josip Broz, meglio noto come Tito, la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia comincio un periodo di crisi a cui i vertici del Paese non seppero dare risposte adeguate. Nonostante il fatto che la Jugoslavia si fosse distaccata da molto tempo dalla politica sovietica, il crollo dell’URSS, con la conseguente crisi dei sistemi socialisti, non fece altro che aggravare la situazione. In questo conteso, l’ascesa dei movimenti nazionalisti (in molti casi feroci), che fino ad allora era stata tenuta sotto controllo, fu inarrestabile.

La rottura definitiva arrivò al Congresso dei Comunisti di Jugoslavia del 1990, quando i delegati sloveni e croati, in contrasto con i compagni serbi, abbandonarono l’Assemblea. La conseguenza furono le nuove elezioni del 1991 in Slovenia e in Croazia che, in entrambi i casi, furono vinte dai movimenti nazionalisti. A questo punto, la Slovenia indisse un ‘referendum sulla sovranità’, a seguito del quale venne dichiarata la già citata ‘Indipendenza sospesa’. Il piano sloveno era quello di negoziare con Belgrado un accordo favorevole che garantisse a Lubiana una forte autonomia: la posizione di forza garantita dalla vittoria alle elezioni e al referendum (vinto con circa l’88% dei voti) sarebbe stata sufficiente, nei piani sloveni, a costringere i serbi a trattare.

Le cose andarono diversamente: le forze federali risposero con la forza. Si trattò. In realtà, di un conflitto assai modesto: durò in tutto dieci giorni e costò poco più di 60 morti: la scossa, però, aveva messo in moto aventi di portata ben più ampia.

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