domenica, Maggio 16

Indipendenza per tutti? field_506ffb1d3dbe2

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Oggi la crisi Ucraina ha portato sotto la luce dei riflettori il desiderio separatista della Crimea, ma in Europa sono molti gli Stati che fronteggiano istanze simili al loro interno, e il 2014 potrebbe essere l’anno decisivo per la soluzione della questione catalana e di quella scozzese. La Catalogna infatti, così come i Paesi Baschi, lotta da decenni per l’indipendenza dalla Spagna, che le ha concesso molta autonomia ma non vuole certo perdere la regione col maggior peso economico del Paese. In Scozia parallelamente, quest’anno si voterà per decidere se rimanere o meno parte della Gran Bretagna. Gli inglesi non sembrano particolarmente spaventati dalla cosa, anche perché Edimburgo non è un centro economico chiave come Barcellona, ma la riuscita dell’impresa scozzese potrebbe portare ad un effetto domino sulle altre regioni che chiedono l’indipendenza. 

La Catalogna, comunità autonoma e regione storica della Spagna, è stata riconosciuta nella Costituzione spagnola come comunità autonoma attraverso uno Statuto di autonomia del 18 dicembre 1979. La Spagna ha concesso alla regione l’autonomia amministrativa e diverse agevolazioni per preservare le proprie differenze culturali e linguistiche, tuttavia la forma in cui questo è stato portato avanti è sempre stata quella del regionalismo, ovvero di un sistema in cui l’autorità centrale si spoglia di alcune sue prerogative per affidarle ad organismi locali. Questo fatto è il perno della questione in quanto l’autonomia concessa alla Catalogna non va a toccare il discorso fiscale, infatti le imposte catalane finiscono direttamente nelle casse di Madrid. I Catalani pagano tra 12 e 16 bilioni, in più di tasse ogni anno a Madrid di quanto ricevano indietro, con l’eccesso che va alle regioni più povere come Andalusia ed Estremadura. Il motivo per cui Barcellona non ha quanto i Baschi hanno ottenuto, ossia una propria imposizione fiscale, è perché la Catalogna è la regione più ricca della Spagna e contribuisce enormemente al PIL della nazione

Questa disparità di trattamento, le cui basi sono meramente opportunistiche da parte della Spagna, ha alimentato un sentimento d’ingiustizia e rivalsa nei confronti di Madrid, tanto da portare ad un grosso aumento delle rivendicazioni separatiste che hanno avuto il loro culmine durante la manifestazione per l’indipendenza catalana, svoltasi a Barcellona l’11 settembre 2012 (Dia Nacional de Catalunya). Sotto lo slogan “Catalunya, nou estat d’ Europa” (“Catalogna, nuovo stato d ‘Europa”), hanno marciato migliaia di persone, determinando così la più grande manifestazione nazionalista catalana dalla fine della dittatura franchista. Convocata da un gruppo separatista (l’Assemblea nazionale Catalana, ANC) per reclamare l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna, la manifestazione ha avuto così successo da portare ad ulteriori dibattiti ed arrivare alla conclusione che, entro il 2014, si dovrebbe tenere il tanto voluto referendum sull’indipendenza. Le preoccupazioni verso questa possibilità sono tali che in questi giorni di turbolenze dovute all’Ucraina, il Ministro degli Esteri spagnolo Jose Manuel Garcia-Margallo ha insistito affinché in tutte le dichiarazioni ufficiali dell’Unione Europea sulla situazione in Crimea venisse inclusa la frase sull’illegittimità della divisione di Crimea dall’Ucraina. Eppure i catalani dicono che se vincerà il “si’” al referendum, si procederà alla proclamazione unilaterale dell’indipendenza.

La questione del separatismo però non riguarda solo la Catalogna o i Baschi in Spagna, infatti sembra che stiamo assistendo ad una “balcanizzazione” all’interno dell’ Unione europea che, dopo aver vinto il Nobel della Pace per aver promosso l’unità del continente anche in momento di crisi economica, vede accendersi sul suo territorio più focolai di separatismo. Un altro Paese che sta vivendo una situazione simile a quella spagnola è la Gran Bretagna, dove la Scozia si prepara a un referendum storico che nell’autunno 2014 potrebbe portarla all’indipendenza dalla corona britannica. Il dibattito, che andava avanti da almeno tre anni, ha ricevuto forte impulso dopo la netta vittoria degli indipendentisti dello Scottish National Party (SNP) di Alex Salmond alle ultime elezioni parlamentari scozzesi e se al referendum vincesse il “sì”, la Scozia non sarebbe più una nazione costitutiva con autogoverno limitato, ma tornerebbe ad essere uno Stato indipendente dopo 300 anni di unione con l’Inghilterra.

Dopo mesi di stallo nelle trattative tra Londra ed Edimburgo, il ministro britannico David Mundell ha annunciato che «Westminster darà al parlamento scozzese il potere di tenere un referendum per decidere se la Scozia rimane nel regno Unito o meno». Se per la Catalogna il favore nei confronti dell’indipendenza si attesta intorno al 52%, in Scozia i numeri sono minori. Recenti sondaggi indicano infatti che solo tra il 30% e il 40% gli Scozzesi sono favorevoli alla separazione dalla Gran Bretagna. Ciò che si vuole ad Edimburgo, ancor prima che l’indipendenza, è un decisivo miglioramento della situazione economica: avendo in mano il controllo delle tasse, per esempio, la leva fiscale potrebbe essere utilizzata per aumentare competitività ed attrarre investimenti. Per questo, mentre il Primo ministro britannico David Cameron preme per una domanda netta (si o no all’indipendenza), che porterebbe con se altrettanto definite decisioni da parte di Londra (tra cui l’abbandono della sterlina da parte della Scozia), Salmond vorrebbe l’introduzione della cosiddetta opzione di devo max (o full fiscal autonomy), che consiste in una completa indipendenza fiscale e finanziaria pur mantenendo la Scozia all’interno dei confini del Regno Unito. Questa sorta di ipotesi federale estrema godrebbe, stando ai sondaggi, di grande appoggio in Scozia.

In una forma federale le autorità locali delegano a un organo centrale alcuni dei loro poteri, rimanendo però il perno decisionale nelle materie principali, come l’economia. Per questo la soluzione al problema catalano e scozzese non dovrebbe limitarsi alle opzioni separatismo e unionismo, ma estendersi anche all’opzione federale, che permetterebbe di raggiungere la massima autonomia senza dover ricorrere al separatismo e con esso alla fuoriuscita dall’Unione europea. Per questo motivo in questo momento la situazione di a stallo ed attesa nei confronti delle prossime mosse sta assumendo una forma triangolare in cui la Catalogna guarda alla Scozia, che attende di capire cosa accadrà nei Paesi Baschi, che a loro volta osservano i catalani. Tutti nell’attesa di vedere chi riuscirà ad ottenere di più e in quale modo.

 

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