martedì, Ottobre 19

Indipendenza della Catalogna, motivazioni e scenari futuri Ecco un quadro di cosa potrebbe succedere in caso di secessione catalana, che oggi è stata stoppata dalla Corte Costituzionale

0
1 2


In caso di decisione unilaterale, la Catalogna risponderebbe invece solo del debito pubblico di cui è responsabile, quindi intorno al 12 per cento, ma ne trarrebbe svantaggio in ambito di rapporti commerciali con la Spagna stessa e con l’Unione Europea, con rischi maggiori relativi la volatilità della moneta sui mercati finanziari. L’incertezza che deriverebbe da una secessione non condivisa, potrebbe portare a rapporti più difficili con i propri partner commerciali, gettando un velo d’incertezza sui possibili scenari futuri.

Quel che mette d’accordo gli analisti è comunque un sostanziale vantaggio raggiunto nel lungo periodo. Una volta rimesso il debito allo Stato spagnolo, la Catalogna avrebbe a disposizione fondi per investimenti infrastrutturali che favorirebbero ulteriormente la già florida economia della Regione. Questo, in particolar modo, in caso di accordo bilaterale di secessione. Va ricordato, infatti, che è il resto della Spagna a rappresentare il primo partner commerciale della Catalogna. Con una separazione forzata, l’export catalano risentirebbe di un fisiologico calo della domanda da parte della Spagna, così come di un costo del lavoro maggiore, determinato dalla scelta autonomista.

C’è un ulteriore aspetto nel quadro possibile di una separazione catalana, ovvero il ruolo del nuovo Stato nel panorama macro politico, in particolare riguardo i suoi rapporti con l’Unione Europea. Proprio per questo, l’analisi si concentra su altri tre scenari possibili, questa volta relativi al ruolo della Catalogna rispetto l’Europa.

Il primo e più approfonditamente studiato, poiché il più probabile, secondo gli analisti, è quello in cui lo Stato indipendente rimane comunque all’interno della Comunità Europea. Intorno a questa possibilità esistono diverse interpretazioni. Se da un lato la Commissione non si è mai interessata direttamente alle questioni interne spagnole, considerate problematiche di tipo nazionale-locale, dall’altro l’Europa vede sempre con sospetto e fastidio tutte quelle realtà che, in qualche modo, minano il progetto di un continente unito che viaggia verso un’unica direzione.

Una possibile secessione catalana non sarebbe certo gradita dai vertici di Bruxelles, sia per il suo valore simbolico, sia per le relazioni che oggi esistono già fra Comunità Europea e Stato sovrano spagnolo. L’autonomia catalana dovrebbe, di norma, portare la Regione fuori dal Trattato europeo, sostengono gli analisti. Tuttavia, la Catalogna non sarebbe considerata alla stregua di un nuovo Stato, ma rimarrebbe una realtà di riguardo, agli occhi dell’Europa, in quanto per trent’anni sottoposta e rispettosa della legislazione di Bruxelles, per cui la sua uscita dal Trattato non è scontata.

Seppur ufficialmente fuori dal Trattato, la Catalogna potrebbe quindi tuttavia rimanere legata all’Europa in via non ufficiale, attraverso la stipulazione di accordi secondari che regolino i suoi rapporti con i mercati europei. Sebbene sia un’opzione possibile, il nuovo Stato catalano si ritroverebbe a cominciare da capo il suo percorso all’interno della Comunità Europea, determinando un prolungamento del suo processo transitorio da Regione a Nazione. Tuttavia, al contrario dei procedimenti per l’ammissione in Europa di nuovi stati membri, la Catalogna avrebbe un percorso facilitato e ad hoc, aiutato anche dal fatto che la Regione è stata ed è tutt’oggi un contributore attivo per le finanze europee.

Seppur probabile, non è questa, tuttavia, una soluzione scontata. Come si diceva, sono molte le incognite che possono cambiare il risultato dell’equazione e, quindi, il comportamento dell’UE nei confronti del nuovo Stato.

Fra le altre possibili soluzioni, ci sarebbe quella di uno Stato fuori dalla Comunità Europea, che tuttavia stipuli con la Comunità stessa accordi bilaterali di tipo commerciale, di cooperazione o di tipo associativo. Soluzioni che la UE oggi adotta verso i Paesi non membri, accordandosi su soluzioni condivise fra l’Unione, i Paesi membri e i paesi terzi al di fuori del Trattato. Rapporti di tipo commerciale, che si legano a dinamiche tariffarie, politiche su prezzi e scambio di merci; oppure di cooperazione, su ambiti che vanno al di là del commercio, come ricerca e sviluppo, programmi per l’ambiente o accordi finanziari; ed infine accordi associativi, per lo sviluppo di programmi condivisi su politica, sicurezza, società e cultura.

Un’ultima soluzione possibile per la Catalogna sarebbe quella di entrare a far parte della European Economic Area, un accordo di cui fanno oggi parte tre Paesi dell’EFTA, Norvegia, Islanda e Liechtenstein. Questo tipo di accordi si basa esclusivamente su trattative di tipo commerciale, senza alcuna ambizione di programmi condivisi di tipo politico, sociale e culturale, e senza il ricorso ad organismi e istituti con poteri sovra nazionali.

Considerando tutte le alternative cui andrebbe incontro il nuovo Stato, è pronosticabile, nel periodo successivo alla secessione, un rallentamento nella crescita del Pil catalano, determinato da alti tassi d’interesse e volatilità negli investimenti, specialmente in caso di secessione unilaterale. Tuttavia, nonostante l’incertezza politico-sociale, la Catalogna riuscirebbe a trarre notevoli vantaggi dalla sua indipendenza, tirandosi fuori, nel lungo periodo, dalla situazione di deficit strutturale in cui si trova attualmente.

Superato il periodo di transizione, una nuova politica fiscale che mirasse ad un maggior equilibrio nel budget pubblico, determinerebbe maggiori incrementi nel Pil della regione e nei tassi d’occupazione.  

Il quadro che viene fuori dall’analisi rispecchia sostanziali vantaggi derivanti dalla separazione, ma evidenzia, in parallelo, il difficoltoso e incerto percorso cui andrebbe incontro la Regione. Forse anche per questo, nonostante i vantaggi considerati nello studio, oggi, al contrario del 2014, non sembra più esserci quella comune convinzione tra le rappresentanze locali, così come nell’opinione pubblica catalana, su una futura secessione. Il quadro politico ha visto, infatti, una forte mobilitazione della periferia catalana a favore dell’indipendenza, bilanciata però da un deciso passo indietro delle maggiori città della Regione, a cominciare da Barcellona.
I dati raccolti da Metroscope hanno evidenziato una percentuale del 66 per cento di spagnoli residenti in Catalogna e del 79 per cento di cittadini al di fuori della Regione contrari al referendum, e convinti che, invece di una strategia di autonomia regionale, l’Amministrazione catalana dovrebbe perseguire un progetto di autonomia in accordo con il Governo centrale, così come è stato per il caso dei Paesi Baschi.

Altri segnali di preoccupazione sono arrivati dal Presidente e Vicepresidente della Confindustria spagnola, la CEOE, Juan Rosell e Joaqim Gay de Montellà. Entrambi, nella riunione di luglio, si sono detti incerti su come possa volgere la situazione per le imprese catalane, facendosi portavoce di quelle imprese internazionali presenti nella Regione, allarmate dai possibili effetti negativi della secessione sui loro affari.

Una preoccupazione che era stata già espressa nel 2015 dallo stesso Rosell e da José Luis Bonet, Presidente della Camera di Spagna e dell’impresa catalana Freixenet, i quali, in un documento congiunto, esprimevano la loro convinzione sul fatto che l’indipendenza catalana avrebbe determinato una ridotta attività economica per le imprese e condizioni di vita peggiori per i cittadini catalani. In ogni caso, nel mondo delle imprese della Regione si riflettono quasi gli stessi sondaggi rilevati nell’opinione pubblica, con circa il 45 per cento degli attori favorevoli alla secessione.
Un simbolico cambio di rotta che sta allontanando sempre più l’effettiva ipotesi di una Catalogna indipendente, anche per via dell’inattuabilità, a livello legale, di un valido referendum che ne possa determinare l’autonomia.  

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->