sabato, Maggio 8

Indiani: nuovi player della Silicon Valley

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L’indiano Sundar Pichai è appena stato nominato nuovo CEO di Google, aggiungendosi alla ormai lunga lista di indiani che rivestono cariche manageriali di rilievo nel settore tech statunitense.
Pichai subentra al posto del co-fondatore di Google Larry Page, il quale è passato alla gestione della neonata holding Alphabet, di cui Google, con i suoi 60 miliardi di dollari di fatturato annuali, è l’azienda più importante.
Uno studio condotto dall’Università del New Hampshire ha affermato che i manager di nazionalità indiana hanno maggior successo grazie al loro mix quasi paradossale di «genuina umiltà e forte ambizione professionale». 
Sudar Pichai, nativo di Chennai (Madras), prima di entrare a far parte della famiglia Google nel 2004 ha lavorato per McKinsey e per l’azienda tech Applied Materials; laureato presso l’Istituto Indiano di Tecnolgia Kharagpur e la Stanford University, il quarantatreenne si è guadagnato il merito di aver creato il browser Chrome, tutt’oggi il web browser più usato negli Stati Uniti. A ottobre dell’anno scorso Pichai era passato da vice Presidente, a vice Presidente senior, e infine a gestire tutte le app di google incluse Gmail e Google Drive, per concludere con l’intero sistema operativo per smartphone Android. In un blog post il co-fondatore di Google Larry Page ha dichiarato di essere «entusiasta dei progressi fatti da Pichai e della sua dedizione per l’azienda».

Il suo ex collega Keval Desai dice di lui: «Ha delle opinioni molto forti e chiare rispetto a come dovrebbe essere sviluppato un prodotto e sa utilizzare creatività e iniziativa personale, ma è anche molto bravo a lasciar emergere l’opinione altrui prima di esporre la propria».


Tutto è iniziato quando tra gli anni ’70 e ’80 orde di neolaureati indiani sono partiti alla volta della Silicon Valley nel nord della California per inseguire i loro sogni di successo, potere e innovazione nel mondo tech e dei media americani. Più o meno tutte le compagnie di tecnologia statunitense, infatti, hanno tra i propri pionieri qualcuno di origine indiana, tra cui, ad esempio, i padri dell’interfaccia USB e del tech blogging.
Secondo uno studio del 2014 di Vivek Wadhwa, il 15% delle startup della Silicon valley sono state fondate da indiani, i quali rappresentano il gruppo più numeroso di fondatori immigrati, prima di inglesi, cinesi, taiwanesi e giapponesi. “È incredibile, ma gli indiani dominano il settore imprenditoriale tra gli stranieri in America. Il nostro studio ha mostrato che il 32,4% di tutte le startup straniere negli Stati Uniti sono state lanciate da indiani”, racconta Neesha Bapat, che insieme ad altri ha condotto le ricerche.
Wadhwa e i suoi colleghi rivelano, nel loro studio, che uno dei fattori chiave del successo dei primi pionieri indiani nella Silicon Valley è stata la capacità di crearsi un solido network di contatti e dall’aver condiviso la propria storia e le proprie conoscenze con le generazioni di aspiranti CEO e startupper a seguire. “Hanno cercato di dimenticarsi da quale parte dell’India provenissero, e concentrarsi sul proprio obiettivo, dimostrando di non essere solo bravi ingegneri, come vuole lo stereotipo, ma anche bravi manager; hanno inoltre capito che le difficoltà e gli ostacoli che si sono trovati ad affrontare erano gli stessi che si sarebbero trovati davanti i loro successori e quindi hanno aperto porte e condiviso le proprie esperienze con i nuovi arrivati”, dichiara Wadhwa. I veterani della Silicon Valley hanno creato delle vere e proprie organizzazioni come la TIE (The Indus Entrepreneurs) con lo scopo di insegnare ai newcomers come avviare un’attività e come organizzarne il personale. “Uno studio della Duke, UC-Berkeley, e Stanford ha rivelato che nel 2005 il 52% delle compagnie della Silicon Valley aveva un esperto di tecnologia o un amministratore delegato straniero, il 25,8% di questi era indiano. Nel 2012 la percentuale ha raggiunto il 33%”, aggiunge Wadhwa.

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