sabato, Settembre 25

India: tra passato e futuro, al Festival ‘River to river’ La rassegna cinematografica fiorentina, unica in Italia, ha celebrato, in un palco virtuale, i suoi primi 20 anni di vita. Toccante la testimonianza di Tara Gandhi Bhattacharjee, nipote del Mahatma, il profeta della non violenza. “Il khadi - scoperto da Gandhi - è il tessuto simbolo dell'eleganza, della sopravvivenza dei lavoratori rurali, della lotta per l’indipendenza indiana e di meditazione”

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Un ricordo accomuna tutti i momenti vissuti insieme a mio nonno, bastava sedersi accanto a lui per percepire delle vibrazioni positive. Era un uomo di una tale intensità spirituale che soltanto standogli vicino trasmetteva delle vibrazioni profonde, non era possibile stando accanto a lui sviluppare pensieri cattivi, perché questa era la forte influenza della sua spiritualità.” Suo nonno era il Mahatma Ghandi, il leader della rivoluzione pacifista e pacifismo e della non violenza, morto assassinato.

A parlare è la nipote Tara Ghandi Bhattacharjee, figlia dell’ultimogenito Devadas, scrittrice, attivista e Presidente del National Gandhi Museum. Lo ha fatto a conclusione del ‘River to River Florence Indian Film Festival, l’unico festival in Italia che promuove la cultura e il cinema indiano di qualità.

Tara ha dialogato con il pubblico e con la regista Gaia Ceriana Franchetti, autrice de ‘La Ruota del Khadil’ordito e la trama dell’India, il  documentario che ripercorre la storia dal movimento del Khadi, creato da Gandhi come emblema della non violenza e della emancipazione indiana dall’Inghilterra.

All’incontro, oltre alla direttrice del festival, Selvaggia Velo, ha partecipato a sorpresa anche Vinayak, figlio della signora Gandhi. Si è trattato di un incontro avvenuto in una sala virtuale, attraverso la piattaforma in streaming Più Compagnia (in collaborazione con Mymovies.it.) che, ha detto il presidente di Fondazione Sistema Toscana, Iacopo Di Passio–  ci ha consentito di allargare la nostra platea e manifestare la nostra vicinanza al pubblico.

L’incontro con Tara è stato i uno dei momenti più alti di questa rassegna, svoltasi dal 3 all’8 dicembre, che ha offerto al pubblico lavori  cinematografici  e cortometraggi in buona parte inediti, con storie di costume, d’impegno sociale, sulla condizione della donna e le differenze  di casta, su fantascienza e reincarnazione, su amore e sesso, sui temi  della difesa ambientale, insomma, sulle tante sfaccettature e contraddizioni,  su vicende personali e  collettive, segnate da delusioni e   speranze che  ci danno un’immagine inconsueta, per volti versi sorprendente, dell’India di ieri e di oggi e, forse, del futuro.

Intanto, cos’è il Khadi e che significato ha per Tara e soprattutto, per suo nonno?  Il Khadi” – ha spiegato Tara – “per me è il viaggio stesso della vita, un percorso pieno di avventure e avvenimenti. Mio nonno, originario del Sud Africa dove era già stato fautore di dimostrazioni e lotte non violente, scoprì il Khadi in India e capì subito che poteva essere un potentissimo strumento per l’indipendenza della gente indiana. Ghandi, grazie al Khadi, ha portato avanti un movimento delle popolazioni rurali indiane le quali, proprio nel periodo in cui non c’era lavoro nei campi, attraverso la filatura con arcolaio, poteva fornire loro un sostentamento durante i mesi di riposo dal lavoro nei campi. La filatura a mano poteva anche dare loro un’autosufficienza senza ricorrere all’importazione di tessuti dall’estero, fatti con lo stesso filo indiano, con lo stesso cotone. E  l’arcolaio divenne il simbolo della non violenza portato avanti da Ghandi.

Tara aggiunge che la filatura è anche meditazione; fare filatura artigianale a mio avviso dovrebbe essere introdotto nelle scuole come materia facoltativa.  Penso che se vogliamo avere un futuro migliore dovremmo educare anche le nuove generazioni ad un migliore pensiero. Purtroppo c’è ancora una grande distanza tra coloro che producono e coloro che acquistano il Khadi e questa è una distanza che va accorciata, avvicinando i produttori ai consumatori, aumentando la conoscenza e la consapevolezza di come questo tessuto viene creato”. La regista Gaia Ceriana Franchetti aggiunge che il suo desiderio di realizzare un film sul Khadi viene da un debito di riconoscenza verso il Khadi stesso, che ha nutrito la sua vita di bellezza e arricchito la mente e lo spirito di storia, di conoscenze e immagini. “La gente che lo realizza”  – dice – “vive in luoghi poco conosciuti dai turisti, fa dei veri e propri capolavori tessili. Dovevo fare questo film e per farlo avevo una sola possibilità ovvero ritrovare Tara Gandhi. La bandiera indiana ha l’arcolaio nel suo centro, la ruota che vediamo è un arcolaio, quindi l’indipendenza dell’India è celebrata nella sua bandiera anche in quello. Il Khadi è un movimento, oltre che un grande regalo che gli artigiani e artisti fanno all’umanità, che vorrei proporre come patrimonio dell’umanità UNESCO”. All’attivista  indiana è stato chiesto anche quale sia la situazione della donna in India. “

“La legge – spiega – garantisce diritti alle donne ma è vero poi che non sempre viene applicata e questo avviene sia nell’india rurale che in quella urbana. L’India ha una popolazione enorme e quindi ci sono tante realtà diverse. La donna indiana ha molto potere all’interno della casa e in famiglia, ma si può ancora fare molto per la condizione delle donne nella società”. Oltre a Tara Gandhi,  il pubblico ha potuto seguire gli incontri all’ora del Thè – i River Chai Time – con altri straordinari personaggi, quali Kabir Bedi ( il celebre interprete di Sandokan), l’attivista Naina Febin, la studentessa che usa la musica per conservare il bamboo, la venerabile Siliana, fondatrice dell’Unione Buddhista Italiana nel 1983, su cosa implichi essere una donna monaca ieri e oggi .

Se il Khadi – come si è visto – è un tessuto che riveste simbolica importanza, non minore è quella che ha, da un punto di vista ambientale, il bamboo. E proprio questa pianta è al centro del documentario ‘Bamboo Ballads’ di Sajeed Naduthody, che segue la vita di una adolescente indiana che viaggia tra i villaggi  con la sua band, regalando piante di bambù da lei coltivate, accompagnate dalla musica e parole di pace per superare le disuguaglianze di casta e religione, aiutando così sia il pianeta che la comunità. Il documentario  era all’interno del Focus che il Festival ha dedicato alle donne Attiviste.

E tra queste, l’attenzione è stata richiamata dall’incontro con la monaca buddhista della tradizione tibetana Ven. Siliana, fondatrice tra gli altri dell’Unione Buddhista Italiana nel 1983, su cosa implichi essere una donna monaca ieri e oggi. Ad anticipare l’incontro, il documentario ‘The Geshema is Born’ di Malati Rao, dedicato allo straordinario percorso della monaca, Namdol Phuntsok, prima donna ad aver mai raggiunto il Geshema, il più alto grado della filosofia tibetanaPrima di lei alle donne non era permesso di raggiungere gli stessi ruoli o fare lo stesso percorso di studio dei monaci maschi.  Uno sguardo inedito sul tema dell’uguaglianza ( o disuguaglianza) di genere e di ruoli nel Buddhismo ( solo nel buddismo?). Alla condizione femminile e alle differenze sociali e di casta, il Festival ha dedicato vari film e cortometraggi:  tra questi, segnaliamo ‘Sir – Cenerentola a Mumbai’ di Rohena Gera, una moderna favola sentimentale che affronta il tabù sociale della differenza di casta. Possono i tabù sociali tenere distanti due mondi opposti che si attraggono? Attori formidabili per il film di debutto della regista, già accolto con una standing ovation alla Semaine de la Critique di Cannes 2018.

Non sono mancate durante questi giorni di proiezioni on streaming storie di  amore e sesso. Come ‘Manmarziyaan’ di Anurag Kashyap, con l’attore Abhishek Bachchan, una commedia romantica che segue le vicende della giovane Rumi, spirito libero e irrequieto, incastrata in un triangolo amoroso. Il film in pieno stile Bollywood , dal ritmo incalzante e musica punjabi, riesce a  tenere incollati alla poltrona fino allultimo minuto. E film come ’Four More Shots Please!’, giunta alla seconda stagione della web series definita dai critici ‘il Sex and the city indiano’ e nominato agli Emmy 2020, incentrato sulle vite di quattro amiche di Mumbai le cui esperienze aiutano a superare i cliché culturali e sociali dell’India. Non sono mancati, in questo Festival, lavori dedicati  al rapporto tra reincarnazione e futuro, come il  film ‘Cargo di Arati Kadav ambientato su un’astronave, che tratta la reincarnazione con ironia, o le vite parallele di due sconosciuti, raccontate tra realtà e finzione durante il casting di un reality show, ‘Without Strings’ di Atanu Ghosh.  

Il Festival era stato inaugurato con la commedia del pluripremiato regista e attore Rajat Kapoor con il suo ’Kadakh’, apprezzato dal pubblico indiano e non solo: una black comedy corale ricca di colpi di scena, ambientata nella suggestiva notte del Diwali, la festa delle luci, una delle celebrazioni più importanti in India. E chiuso da un ‘altra commedia romantica, ‘The Two Lovers’ di Ranjan Ghosh, storia d’amore a colpi di spezie, con lo sfondo di Calcutta, una storia coinvolgente che ha per protagonisti lo chef mussulmano Farhaz Chowdhury e Basundhara, una donna bramina indù che gestisce un servizio di catering a domicilio, una vera e propria celebrazione del cibo che unisce paesi, religioni e anime, e una strategia per fuggire dai momenti difficili.

Nel mezzo tanti altri lavori, tra i quali, quelli dedicati ai viaggi verso l’India ( fenomeno che si è andato molto attenuando) o particolari descrizioni   dell’Himalaya.

In questo Festival non poteva mancare un riferimento alla pandemia, affidato ad un corto di animazione  di particolare suggestione, dal titolo ‘Photograph’ dell’illustratore indiano Ashutosh Pathak, sull’India ai tempi del Covid, un ritrattodella vita durante la pandemia, un’introspezione dell’anima, ma anche un grido di disperazione per i migranti perduti nel mare, una riflessione sulle disuguaglianze  sociali che  percorrono il mondo. E un auspicio a costruire, a partire dalle devastazioni della  pandemia, un mondo  più giusto ed egualitario. Che veda l’umanità in armonia con la natura, come indicato nel Sarvodaya, termine racchiuso nella filosofia di Gandhi.

Qual’ è il bilancio di questa ventesima edizione del ‘River to River Florence Film Festival’? Ce lo dice Selvaggia Velo, direttrice del festival: Quest’anno  abbiamo festeggiato i nostri vent’anni online e siamo soddisfatti dell’esito: oltre 750 gli abbonamenti, le views ancora non le sappiamo, molte le domande ai protagonisti nei Chai Time,  vi è stato un grande coinvolgimento poiché i live  erano visibili da tutto il mondo con una traduttrice, il che ha reso il nostro pubblico internazionale e  globale. Di ciò ne siamo felici, ma stiamo continuando a lavorare alla 3 giorni di proiezioni e eventi speciali al cinema La Compagnia di Firenze, appena sarà possibile assistere ad eventi in presenza. Sentirete parlare presto nuovamente di noi!”.

Per festeggiare con il pubblico il ventennale del festival, infatti, il River to River tornerà in sala – le date esatte saranno definite e comunicate in base alle disposizioni del prossimo DCPM. In programma, film in anteprima, una mostra fotografica in collaborazione con MAD Murate Art District, una esperienza di virtual reality, incontri di approfondimento e un omaggio a due maestri della cinematografia, uno italiano e uno indiano, che verrà svelata nelle prossime settimane.

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