domenica, Agosto 14

India: politicizzazione dell’Univerisità?

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Tuttavia, le cose cambiano quando tali critiche degenerano al punto da divenire anti-nazionali e da mettere in discussione il cuore della Nazione. È per questo che sono fermamente convinto che la libertà di espressione non possa mai essere assoluta. Non sono d’accordo con il mio caro amico N. R. Mohanty, ex Presidente dello JNSU, che ha portato gli Stati Uniti a esempio di diritto assoluto, citando alcune famose sentenze della Corte suprema statunitense al riguardo. Gli rispondo che nessuna magistratura di un Paese opera in una campana di vetro, bensì prende decisioni che sono spesso modellate dalle condizioni prevalenti nel Paese. La sentenza della Corte suprema sull’importanza del primo emendamento della Costituzione è stata emessa prima dell’attacco dell’11 settembre agli Stati Uniti. Non c’è da stupirsi se oggi in America nessuno parla di diritti assoluti.

In realtà, chi viene trovato sui gradini del palazzo della Corte suprema con uno striscione di protesta potrà essere arrestato, multato e incarcerato. I ragazzini che parlano nelle chat di gruppo o nelle e-mail possono essere arrestati, processati, condannati e incarcerati, come è accaduto non molto tempo fa ad alcuni adolescenti della Virginia e di altri Stati. Ogni Amministrazione statunitense richiede segretezza, nasconde agli occhi del pubblico documenti imbarazzanti e persegue chiunque violi la propria egocentrica ‘rete di sicurezza’. L’Esercito militare statunitense ha il controllo totale sui discorsi dei suoi membri in servizio e quasi totale sui reduci che ne conoscono i segreti. Al contrario, si può essere perseguitati e incarcerati per aver provocato qualcuno, o finire dietro le sbarre se la propria libertà di parola prende il nome di ‘incitamento alla rivolta’ o ‘comportamento irresponsabile’.

Gli esempi riportati confermano soltanto il mio punto di vista, vale a dire che la liberà di espressione non può essere assoluta. Il problema sorge quando le nostre leggi sulla sicurezza sono applicate in modo selettivo. E ciò mette il colpo in canna a quanti si chiedono, nel contesto della crisi della JNU, come mai dei poveri studenti debbano essere perseguitati quando, un giorno sì e un giorno no, sentiamo parlare i separatisti della valle del Kashmir. Forse non tutti sanno che, ai sensi dell’art. 370 della Costituzione indiana, né le leggi anti sedizione, né la legge sulla sicurezza nazionale, promulgata nel 1980 dall’allora Governo di Indira Gandhi, si applicano allo Stato di Jammu e Kashmir.

Tuttavia, il problema vero dell’applicazione selettiva delle leggi contro gli anti-nazionali non si ferma qui. Su questo la posizione del regime Modi è indifendibile. Con la Polizia sotto il suo controllo a Delhi, gli studenti della JNU sono stati richiamati all’ordine, mentre quanti commettono lo stesso crimine alla Jadavpur University nel Bengala occidentale sono liberi di circolare. E che dire dell’atteggiamento difensivo sul caso dell’Università centrale di Hyderabad? Rohith Vemula, che purtroppo si è suicidato, aveva svolto analoghe attività anti-nazionali e sollevato agitazioni per il diritto all’autodeterminazione in Kashmir e contro la sentenza di morte di una persona dichiarata terrorista nientemeno che dalla Corte suprema dell’India. Eppure, l’essere anti-nazionale di Rohith è svanito di fronte all’essere un ‘Dalith’ VEDI CHE SIGNIFICA . Non c’è da stupirsi, perché nel caso del Presidente della JNUSU arrestato in questi giorni, i politici, compreso il partito nazionalista Bharatiya Janata Party (BJP) di Modi, parlano di lui non perché sia colpevole ma perché è un ‘Bhumihar’ (nativo di una casta dell’India dell’Est) della provincia di Bihar.

In altre parole, oggi in India il dibattito si riduce a una questione di caste e tali ristrette considerazioni politiche (identitarie, in questo caso) contano più delle leggi. Non mi soffermo, quindi, sugli aspetti legali della crisi della JNU; sarà cura della magistratura liberare gli arrestati se le accuse contro di loro non saranno sufficienti a trattenerli. La crisi, però, non finirà con la soluzione giuridica, perché ha già preso una forma politica: i critici di Modi la gonfieranno come esempio del suo fascismo e quelli del partito di Governo la utilizzeranno come grande opportunità di dare mostra delle credenziali nazionalistiche di Modi.

Ciò che davvero interessa è capire se dietro alla crisi della JNU si celano forze anti-indiane che si sono infiltrate tra gli studenti per sfidare, con successo, la stabilità interna del Paese. Dopotutto, si sa che esiste un forte legame tra maoisti e jihadisti finanziati dall’ISIS (la maggior parte dei quali, casualmente, sono separatisti). Secondo certe fonti, alcuni studenti maoisti avrebbero portato degli estranei all’interno del campus della JNU per sollevare slogan a favore della liberazione del Kashmir. A questo punto mi chiedo se quanto accaduto alla JNU non sia stato accuratamente inscenato per fugare qualsiasi prospettiva dello Stato di Jammu e Kashmir, ora sotto il dominio del Governatore e con un Governo eletto che deve rilanciare l’alleanza tra Partito Democratico Popolare e BJP.

La verità salterà fuori soltanto dopo indagini approfondite. Quindi, non demonizziamo la Polizia di Delhi o altri servizi di sicurezza. Per me, la stabilità dell’India come Nazione è più importante del godimento di alcuni diritti assoluti. I diritti derivano da una Nazione, non fanno una Nazione.

Traduzione di Barbara Turitto

 

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