venerdì, Maggio 7

India: politicizzazione dell’Univerisità?

0
1 2


New Delhi – Qual è la mia posizione sulla crisi della prestigiosa Jawaharlal Nehru University (JNU)? Prima di rispondere, vediamo come la crisi è esplosa.

A febbraio, un gruppo di studenti si è riunito ‘illegalmente’ mostrando slogan del tipo ‘Kashmir ki azadi tak jung chalegi. Bharat ki barbadi tak jung chalegi’ (‘La guerra per la liberazione del Kashmir andrà avanti fino a quando l’India non sarà distrutta’). In seguito, la Polizia è entrata nel campus e ha arrestato il Presidente del sindacato studentesco (JNUSU), che è stato accusato di sedizione e picchiato. Pare, inoltre, che all’interno del Tribunale dove si stava discutendo il caso, alcuni studenti e docenti siano stati aggrediti da un gruppo di avvocati. Tuttavia, a un primo esame, le autorità universitarie hanno ritenuto colpevoli alcuni studenti, compreso il Presidente dello JNUSU, e li hanno temporaneamente sospesi. L’agitazione in corso alla JNU da parte di studenti e docenti ha trovato il supporto di molti altri campus, tra cui quello di Calcutta (Jadavpur University), dove i manifestanti hanno mostrato slogan analoghi inneggianti a noti terroristi del Kashmir e a favore della separazione del Kashmir dall’India -per altro, qui si è fatto un passo avanti e si è chiesta addirittura la liberazione del Manipur.

È mia consolidata opinione è che, in sostanza, due sono i temi sollevati dalla crisi della JNU. Da un lato, abbiamo chi sostiene che, in una democrazia come quella indiana, la libertà di espressione e di pensiero è assoluta; di conseguenza, il Governo non può intervenire soltanto perché qualcuno rimarca o chiede qualcosa, a patto che ciò non si traduca in violenza. Dall’altro lato, abbiamo chi afferma che nessun diritto, pure se fondamentale, può essere assoluto, in particolare quando di unità e integrità nazionale si tratta. L’idea è che la JNU si stia facendo antinazionale e non meriti la generosità del Governo centrale, vale a dire il denaro dei contribuenti. I cittadini onesti che pagano le tasse, e quindi anche l’istruzione degli studenti, non devono più pagare per politiche anti-nazionali: questa la ratio della proposta di ‘chiudere’ l’università.

Dunque, io da che parte sto? Innanzitutto, come chiunque altro, sono fiero di essere stato uno studente della JNU. Sono stato anche politicamente attivo, come molti, e membro dello JNUSU. E una volta, in occasione delle atrocità commesse dalla Polizia all’interno del campus, sono stato dapprima bastonato e poi portato al carcere di Tihar per restarci 21 giorni -all’epoca, governava il Partito del Congresso e non erano giorni di emergenza, pertanto le irruzioni della Polizia non sono nulla di nuovo. Fatte queste premesse, ecco cosa ne penso.

Per prima cosa, è assurdo descrivere la JNU come anti-nazionale. Di fatto, ci sono elementi anti-nazionali che vanno identificati e isolati, ma non per questo si può generalizzare screditando l’intera università. Un’università da cui sono usciti alcuni dei migliori in ogni campo, sia esso quello accademico, burocratico, aziendale, giornalistico o militare. Qualunque cosa io sono oggi, lo devo a questo ateneo.

In secondo luogo, come già credevo ai tempi dell’università, vi sono grandi virtù nel diritto di dissenso e libertà di parola ed espressione. Credo che, in una democrazia, il modo migliore di risolvere le questioni spinose sia attraverso il dibattito e la discussione, non certo con la violenza. Ed è per questo che condanno fermamente le violenze sugli agitatori della JNU avvenute nelle settimane scorse al Tribunale locale.

In terzo luogo, e ciò è importante, faccio distinzione tra l’essere contrario all’establishment e l’essere contrario alla Nazione. Nei miei giorni alla JNU, mai è stata messa in discussione la sacralità della nazionalità indiana, la sua unità e integrità o il sistema politico democratico, né, tantomeno, si è parlato di avallare chi tali concetti li ha sfidati. Pertanto, non credo che ci sia nulla di male nel fare a pezzi le politiche di un dato regime: come allora ci siamo opposti a Indira Gandhi o a Rajiv Gandhi, non ci devono essere restrizioni di sorta su chiunque si opponga all’attuale Primo Ministro Narendra Modi o alle sue politiche governative e ai suoi atti di omissione.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->