martedì, Luglio 27

India, Modi verso la vittoria Affluenza record per le lunghe elezioni. Controversie per il referendum in est Ucraina

0

Narendra_Modi

Secondo i primi exit poll, il prossimo Primo Ministro dell’India sarà Narendra Modi. Dopo dieci anni, quindi, il Governo sarà di nuovo espressione di una maggioranza guidata dal Bharatiya Janata Party. L’esito ufficiale della lunga tornata elettorale, conclusasi oggi alle 14,30 italiane con la chiusura delle urne in Uttar Pradesh, Bihar e West Bengala, sarà in realtà reso noto soltanto venerdì. Intanto, i dati provvisori sull’affluenza indicano che quest’elezione, oltre che per la sua durata, sarà ricordata anche per una partecipazione record degli elettori: 541 milioni di cittadini indiani hanno infatti espresso la propria preferenza, per una percentuale del 66,4% sulla totalità degli aventi diritto: un picco che supera quello del 1984, quando a recarsi alle urne fu il 63,6%. Purtroppo, anche quest’ultima giornata di voto è stata segnata da violenze: secondo quanto riporta l’agenzia ‘Pti’, sarebbero almeno 13 i feriti negli scontri tra militanti di partiti avversari avvenuti nel West Bengala.

Violenze e percentuali rientrano anche nel dibattito sul referendum tenutosi ieri nelle regioni orientali dell’Ucraina. Oltre il 90% dei votanti (il 96,2% secondo l’agenzia russa ‘RIA’) ha infatti scelto di richiedere l’indipendenza per l’attuale oblast’ di Luhansk. Il risultato, ça va sans dire, ha causato l’irritazione tanto del Governo di Kiev quanto dei leader occidentali. Il Presidente Oleksandr Turčinov ha definito il voto una «farsa», così come per Martin Schäfer, portavoce del Ministero degli Esteri tedesco, «è chiaro che il voto è stato truccato». Per contro, prevedibilmente Mosca riconosce l’esito delle urne come «espressione della volontà della popolazione della regione di Donetsk e Luhansk» e sostiene, per tramite del Ministro degli Esteri Sergej Lavrov, che senza la partecipazione dei filorussi non sarà possibile avviare un dialogo nel Paese confinante. All’indomani delle elezioni, comunque, l’Ucraina orientale sembra scivolare sempre di più verso Mosca: sempre secondo l’agenzia ‘RIA’, i leader filorussi di Luhansk hanno già dichiarato che il loro oblast’ non voterà alle elezioni presidenziali del 25 maggio, mentre quelli di Donetsk hanno già richiesto a Mosca di essere annessi alla Federazione Russa come «ripristino della giustizia storica».

Le principali reazioni, al momento, si sono avute dall’Unione Europea. Secondo i Ministri degli Esteri dei paesi membri, la Russia in particolare potrebbe incorrere in nuove sanzioni a seconda dell’andamento del voto del 25 maggio. Intanto, già oggi Bruxelles ha esteso le proprie sanzioni a 13 cittadini russi e ucraini nonché a 2 società della Crimea: sanzioni meno dure di quelle emesse dagli Stati Uniti, ma va segnalato che, per la prima volta, l’UE colpisce anche delle società. E, tuttavia, continua a sembrare poco coesa nella propria azione. Se da un lato la Repubblica Ceca non sembra intenzionata a seguire le scelte della Polonia e rifiuta quindi la possibilità di ospitare in modo permanente truppe NATO sul proprio territorio, è soprattutto la Francia a creare imbarazzo con la sua decisione di non annullare la vendita di elicotteri Mistral alla Russia nonostante le sanzioni. Secondo i diplomatici transalpini, la rinuncia al contratto da 1,2 miliardi di euro danneggerebbe più Parigi che Mosca.

L’Unione Europea ha peraltro altre preoccupazioni, oltre a quelle del Mar Nero. Da un lato, infatti, la Corte Suprema greca ha dato il via libera alla partecipazione del partito neonazista Alba Dorata alle imminenti elezioni europee, nonostante numerosi suoi vertici siano sotto indagine penale. Sempre oggi, la stessa Corte ha ricevuto un pacco postale contenente tre proiettili ed un messaggio in cui si richiedeva la liberazione di non meglio precisati prigionieri. Dall’altro lato dell’Egeo, invece, la Turchia è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a risarcire con 90 milioni di euro i famigliari delle vittime delle operazioni militari compiute nel 1974 dalle proprie truppe a Cipro: pur non trattandosi di una decisione proveniente da un organo comunitario, è chiaro che la sentenza creerà nuove tensioni sull’ormai annosa questione dell’ammissione di Ankara nell’Unione, emersa anche nel recente dibattito sul canale tedesco ‘ZDF’ tra Jean-Claude Juncker e Martin Schulz.

L’UE, quindi, sembra spaccata su molte questioni, ed è per questo che la Ministra degli Esteri italiana Federica Mogherini ha invitato ad «un coordinamento ed un’azione comune dell’Unione Europea» per quanto riguarda la vicenda delle oltre duecento studentesse nigeriane rapite dall’organizzazione fondamentalista islamica Boko Haram. Intanto, su un video diffuso su YouTube il leader del gruppo Abubakar Shekau pone le proprie condizioni per il rilascio delle ragazze, richiedendo in cambio la liberazione di propri militanti attualmente nelle carceri del Paese africano. Abuja ha però appena rifiutato ogni trattativa.

Quella nigeriana non è però l’unica situazione complessa nel continente. Continua infatti il conflitto interno del Sud Sudan, dove il cessate il fuoco firmato ad Addis Abeba quattro giorni fa è già stato violato. Questo è infatti quanto riporta il Ministro della Difesa Kuol Manyang, che precisa però che i soldati dell’esercito regolare combatteranno solo «per autodifesa» e, soprattutto, che gli scontri scoppiati oggi nello Stato dell’Alto Nilo sarebbero stati causati da ribelli che l’ex Vicepresidente Riek Machar non controllerebbe più e che non sarebbero perciò a conoscenza della tregua. Ciononostante, la difficile risoluzione del conflitto avrebbe convinto il Presidente Salva Kiir a posticipare le elezioni previste per l’anno prossimo, probabilmente rimandandole al 2018.

Non sembra invece intenzionato a posticipare il voto imminente l’Egitto, dove l’ex Ministro della Difesa ‘Abd al-Fattāḥ al-Sīsī è il grande favorito. Tuttavia, le tensioni nel Paese sono evidenti e, nel giorno in cui viene annunciato che saranno oltre 53 milioni i cittadini egiziani chiamati alle urne, centinaia di studenti sostenitori dei Fratelli Musulmani hanno protestato all’Università di al-Azhar, al Cairo. Sempre in Medio Oriente, problemi anche in Libano, dove l’ubiqua, fatidica data del 25 maggio segnerà la fine del mandato del Presidente Michel Suleiman. Per allora dovrà essere trovato un successore, che, secondo la tradizione costituzionale, dovrebbe essere un cristiano maronita. Ma le fazioni cristiane sono divise e sembra improbabile che il voto parlamentare di giovedì prossimo possa essere risolutivo: in particolare, pesano le divergenze acuite dal conflitto nella confinante Siria, tra alleati di Francia, USA e Paesi arabi del Golfo ed i sostenitori del Presidente Baššar al-Asad. Proprio la Siria, intanto, accusa Francia e Germania di voler impedire ai suoi cittadini residenti sul loro territorio di votare nelle Ambasciate di Parigi e Berlino per le elezioni presidenziali del 2 giugno. Infine, risalendo la regione, desta stupore l’esitazione del Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdoğan sulla possibilità di candidarsi alle elezioni presidenziali di agosto. Il problema non risiederebbe nel consenso interno al proprio partito, l’AKP, bensì in quello della famiglia. Piuttosto, va segnalato che, per una norma interna allo stesso AKP, Erdoğan non potrebbe ricandidarsi per una quarta volta come Primo Ministro.

Ai limiti dell’area mediorientale, si segnala anche l’incremento delle ostilità da parte dei Talebani in Afghanistan. La cosiddetta Campagna di Primavera ha avuto inizio con un lancio di razzi sugli aeroporti di Kabul e Bagram, ma soprattutto con la strage compiuta presso il Dipartimento della Giustizia della provincia di Nangarhar, dove hanno perso la vita 10 persone. L’offensiva è stata decisa in vista del ballottaggio del 28 maggio, che deciderà il nome del nuovo Presidente afghano tra i due candidati rimasti in competizione, Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani Ahmadzai.

Spostando nuovamente lo sguardo verso il Mediterraneo, è di oggi la replica del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu alle affermazioni di ieri della Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei. Quest’ultimo aveva infatti definito «stupide e idiote» le pretese occidentali per un rallentamento dello sviluppo missilistico di Teheran: la risposta di Gerusalemme indica che il programma nucleare iraniano rappresenta un pericolo chiaro. Questo potrebbe essere ancor più vero se venissero confermate le rivelazioni dell’agenzia ‘Reuters’, secondo cui un rapporto confidenziale delle Nazioni Unite evidenzierebbe i modi in cui l’Iran aggirerebbe i controlli legati agli accordi sul nucleari presi coi 5+1.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->