martedì, Settembre 28

India: Modi un anno dopo

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New Delhi – A un anno di distanza dall’entrata in carica del Governo di Damodardas Modi Narendra, possiamo dire che il Primo Ministro sia stato all’altezza delle aspettative? Stando ai social media, ai club d’èlite di Delhi e ai commenti di intellettuali e opinionisti, Modi è stato una grande delusione. Teniamo presente però che tutti questi signori non hanno votato per lui e nemmeno immaginavano che sarebbe diventato Primo Ministro Iidiano. Il dissenso esplicito nei confronti di Modi Primo Ministro è in effetti in linea con i duri attacchi nei suoi confronti sin dai tempi della campagna elettorale. È per questo motivo che la loro delusione va presa con le pinze.
D’altro canto, se si trascurano i sondaggi di alcuni media, il quadro risulta piuttosto vario. Mentre il Times of India dà Modi con un consenso del 75% dopo un anno in carica, India today gli attribuisce solamente il 56%. Nel mezzo, Live mint dà a Modi il 74% di popolarità, IBN TV il 72% e Anand Bazar Patrika Channel il 61%. Di conseguenza, se prendiamo in considerazione la media di questi sondaggi, Modi viene promosso a pieni voti, senza lode però.
Come ho da sempre sostenuto, nelle ultime elezioni generali la gente ha votato per Modi, non necessariamente per il BJP. Ha votato Modi perché è un leader che ha promesso crescita e sviluppo e non ha certo elogiato l’indigenza. A differenza di quello del BJP, il pensiero economico di Modi è totalmente diverso da quello Nehruviano, che è stato l’atteggiamento prevalente da quando l’India è indipendente. Modi ha promesso di portare cambi reali nel sistema di Governo e nell’economia indiana. Già da Primo Ministro dello stato di Gujarat, Modi aveva deliberato sul fronte delle riforme economiche di cui l’India aveva un disperato bisogno, squarciando il tappeto rosso, tagliando il ‘licensing raj’ (il complesso sistema di controllo sulle attività economiche da parte del Governo indiano) e minimizzando il ruolo del Governo nell’amministrare l’economia. Ora, in quanto Primo Ministro, ci si aspetta da lui che acceleri il processo di crescita economica, il quale sta già beneficiando della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica. Assicurare una forte crescita economica significherebbe non solo permettere all’India di raggiungere un sistema governativo stabile con dei limiti sicuri e affidabili, ma anche la capacità di svolgere un ruolo maggiore a livello continentale e globale. In altre parole, coloro che hanno votato Modi volevano che il Primo Ministro lavorasse per far riconoscere al resto del mondo che lIndia è uno dei Paesi in via di sviluppo del 21° secolo.
Da quando Modi è entrato in carica, il 26 maggio 2014, i leader mondiali hanno preso l’India un po’ più seriamente. Per lo meno Modi è stato in grado di far sperare che il resto del mondo possa fare affari con l’India, cosa impensabile durante gli ultimi, taciturni, anni di Governo di Manmohan Singh, paralizzata com’era da spinte e pressioni, spesso in conflitto tra loro, da parte del Partito del Congresso. Non che la tendenza della politica estera di Modi sia fondamentalmente diversa da quella di Manmohan Singh. Tuttavia, al contrario del suo predecessore, Modi ha ben evidenziato due importanti fattori a suo vantaggio, i quali hanno grande significato per gli obiettivi della politica estera indiana. Sebbene Manmohan Singh abbia considerato questi due fattori nelle sue politiche, Modi è stato molto migliore nell’attuarli. L’attuale Primo Ministro ha evidenziato bene quanto un Paese così devoto agli status quo come l’India non avesse ambizioni territoriali e quanto l’India si stia ‘trasformando’ per emergere come una delle economie leader mondiali con una vasta forza lavoro giovane‘ (dividendo demografico), una potenza nucleare responsabile con competenze scientifiche e tecnologiche dimostrate, e con una democrazia stabile. Secondariamente, Modi è emerso in quanto idolo del nocciolo duro di circa 25 milioni di indiani residenti all’estero e di ‘persone di origini indiane’ che si sono distinte al di fuori dei confini dell’India in vari settori lavorativi, in particolare nelle potenze leader nei settori industriali e militari.
Naturalmente ci si può chiedere quali siano stati, in concreto, i risultati di Modi. Gli investimenti dall’estero non hanno certo impressionato e le dispute territoriali e le rivalità geopolitiche con Pakistan e Cina restano minacciose come sempre. D’altra parte, come ogni studente di relazioni internazionali sa, gli obiettivi della politica estera vanno programmati a lungo termine e non si possono vedere risultati immediati. È per questo che vorrei valutare Modi sulla base delle misure economiche e amministrative adottate nell’ultimo anno.
Modi e i suoi Ministri hanno ragione quando sostengono che il più grande dono che hanno fatto alla nazione in un anno di lavoro è unamministrazione senza raggiri. Questo non è un traguardo da poco, considerato il numero di affari sporchi e corrotti con il quale il governo di Manmohan Singh era presumibilmente connesso. In ogni caso, Modi non è stato all’altezza della sua reputazione di coraggioso riformatore. Di fatto, ascoltandolo durante l’immenso raduno di Mathura, ho creduto di assistere ad un discorso da Primo Ministro Congressista. Durante il suo discorso, Modi ha enfatizzato quanto il suo Governo si sia impegnato verso i poveri e quanto abbia sviluppato diverse strategie di welfare. Naturalmente, in una nazione di poveri nessun Primo Ministro si sforza di deludere proprio i poveri. Ma, a suo tempo, Modi aveva promesso che avrebbe creato una contesto sociale dove i cittadini non sarebbero rimasti indigenti. Modi ha parlato di dare potere alle classi meno agiate, al contrario della strategia Nehruviana che punta a solo a elergire ‘omaggi’ sottoforma di sussidi piuttosto che attaccare la base stessa che rende indigenti.
Modi ha ragione quando sostiene che le riforme genuine non possono far altro che sradicare la povertà nel Paese. Ciononostante il suo primo anno in carica non ha però visto molte grandi riforme. Naturalmente, una delle ragioni è che Modi non comanda la maggioranza legislativa alla Camera; i partiti dell’opposizione si sono ben alleati sotto la leadership del partito Congressista, il quale è determinato a bloccare ogni suo progetto per quanto riguarda le riforme. È vero che Modi ha sviluppato delle leggi importanti rompendo l’unità dell’opposizione alla Camera, ma in alcune di esse, cruciali, riguardanti l’acquisizione di terreni (così vitali per l’industralizzazione) e l’uniformazione delle tasse indirette in tutto il Paese, ha fallito.
In ogni caso, ciò che più critico di Modi è il suo passo lento nel realizzare alcune riforme amministrative fondamentali che non richiedono un supporto o unapprovazione legislativa immediati. Non ci sono ancora state grandi riforme amministrative quali il riordino del corpo di polizia nè, secondariamente, delle misure importanti nei confronti di educazione e sanità. Se veramente Modi vuole che il settore manifatturiero produca circa un terzo del PIL nazionale (al momento è meno del 18%) e se vuole che dia lavoro ai giovani e che aumenti il benessere nazionale, allora dovrebbe prima di tutto concentrarsi più sulla ricerca e leducazione che sugli investitori stranieri. È vero che non abbiamo abbastanza giovani preparati e che non abbiamo un’adeguata forza lavoro titolata, ma i talenti non mancano.
Di fatto, piuttosto che produrre inutili diplomi e lauree ai quali l’attuale percorso educativo conduce, dovremmo spingere verso uneducazione professionale obbligatoria per un biennio dopo i dieci anni di scuola dellobbligo. Solo dopo questo biennio dovrebbe essere permesso agli studenti di accedere alle Università per proseguire gli studi. Ciò porterebbe due risultati positivi: in primo luogo, otterremmo personale preparato e capace che potrebbe scegliere di diventare un imprenditore o entrare nella piccola-media impresa, la vera fonte di benessere di una nazione. Ciò renderebbe più popolare il concetto di ‘dignità del lavoro’ nel Paese. In secondo luogo, grazie a questa politica educazionale, coloro che intendessero proseguire gli studi aggiungerebbero la qualità della loro educazione superiore al Paese, in quanto meglio istruiti grazie a migliori infrastrutture (dovute al numero più ridotto di studenti). Si noti che sotto l’attuale politica di educazione superiore che produce titoli invece che talenti, lIndia è tristemente famosa per non avere neanche unUniversità tra le prime 200 al mondo. Non ci si stupisce quindi che chi ha talento migri verso le Università straniere.
Detto questo, Modi ha un mandato di cinque anni e ne è passato solo uno. Si spera che, da politico astuto qual è, effettui i passi necessari non solo per mantenere le sue promesse elettorali ma anche per affievolire limpressione (la politica è formata essenzialmente di percezioni) che stia rapidamente perdendo smalto. Come ho sostenuto precedentemente, il principale specchio della percezione che si ha di lui è la ‘classe dirigente indiana‘, che include l’amministrazione, gli intellettuali e i media di Dehli. Profondamente legata al Nehruvianismo, l’amministrazione di Dehli deve ancora riconciliarsi con ciò che si pensa possa essere una presa di potere ostile da parte di Modi, un outsider venuto dal basso ceto sociale. L’ostilità verso Modi potrebbe quindi crescere nei giorni a venire, in particolare se lui non dovesse mantenere le sue promesse. Di fatto, per quanto riguarda i media, gli elementi antiModi, inaspettatamente, stanno crescendo e diventando più forti man mano che passano i giorni, celando le iniziali paure di un Modi fascista. A tutt’oggi, queste paure continuano a dominare i media controllati o fondati dal governo.
In conclusione, nellultimo anno Modi non ha fatto abbastanza per alimentare le speranze che aveva dato agli indiani: ha parlato tanto, ora è tempo di lavorare, e duramente.
Traduzione di Manuel Marini

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