sabato, Maggio 15

India, la rivoluzione verde di Modi tra dubbi e speranze

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In un contesto nazionale ed internazionale non facile, l’India del Primo Ministro Narendra Modi sta portando avanti una vera e propria rivoluzione nel suo settore energetico. Firmataria degli Accordi di Parigi, la Nazione indiana ha avviato, negli ultimi anni, una serie di progetti volti a differenziare l’offerta energetica nel Paese, puntando fortemente al settore delle fonti rinnovabili.

A prova di questo le parole del Ministro dell’Energia indiano, Piyush Goyal, che aveva rivelato, a gennaio, come l’India stesse stanziando un totale di 250 miliardi di dollari nel settore delle energie rinnovabili per i prossimi cinque anni. Investimenti che saranno rivolti ad implementare il sistema delle centrali alternative alle fonti fossili, quindi idroelettrico, solare, biomasse ed eolico.

I Paesi che hanno sottoscritto gli Accordi di Parigi si sono impegnati per la creazione di un fondo annuale di 100 miliardi di dollari fino al 2020. Uno strumento per aiutare i Paesi in via di sviluppo a raggiungere l’obiettivo di coprire il 20 per cento della propria produzione elettrica attraverso fonti rinnovabili. L’equivalente cifra è stata già stanziata dall’India solo per investimenti nel settore del solare. Il progetto indiano è decisamente ambizioso, e tuttavia molto reale, considerando la tenacia con cui il Governo si sta muovendo.

Uno studio condotto dall’U.S. Department of Energy’s National Renewable Energy Laboratory (NREL) ha evidenziato come il determinato progetto indiano di portare la capacità energetica installata da fonti rinnovabili a 175 GW per il 2022 sia tutt’altro che fantasioso. Di questa capacità elettrica, 100 GW saranno quelli derivanti dal solare, a fronte dei soli 9 installati attualmente, e altri 60 dall’eolico, contro i 29 odierni. Una produzione che, continua lo studio, garantirebbe di coprire circa il 22 per cento dell’intero fabbisogno energetico indiano, e porterebbe le centrali a carbone oggi attive a lavorare, in media, a mezzo servizio.

Gli obiettivi che si è posto il Governo Modi sono senza dubbio ambiziosi. La volontà dell’India è quella di affermarsi come la potenza mondiale del rinnovabile, risolvere i problemi interni legati alle infrastrutture, ridurre l’inquinamento e farne derivare un vantaggio economico in termine di capitali dall’estero e non solo.

«È probabile che arrivino investimenti stranieri», ci dice Augusto Grandi, giornalista ed esperto del think tank “Il Nodo di Gordio”. «Tuttavia, Modi punta ad esportare le tecnologie che verranno utilizzate per i pannelli solari e per l’eolico». Un’opportunità di trarre profitto a fronte di stanziamenti importanti.

Ma da dove nasce questa rivoluzione indiana? Se la corsa al rinnovabile potrebbe essere vista come un modo per cambiare marcia rispetto ai Paesi vicini e differenziare il proprio mercato per attrarre investitori, Grandi è di un altro parere. «Non c’è nessuna differenziazione con i Paesi vicini. Noi siamo abituati a pensare a India e Cina come a grandi inquinatori mondiali, e non a torto. Tuttavia dimentichiamo spesso che anche la Cina sta investendo moltissimo sulle energie rinnovabili. E Pechino, nei prossimi anni, metterà fuori legge le auto nuove a benzina e a diesel.»

Il piede sull’acceleratore messo dall’India si rivela quindi come uno strumento che, da una parte, vuole risolvere gravi problemi di approvvigionamento energetico, dall’altra, desidera portare il Paese verso una nuova era e verso politiche nuove che, forse oggi come mai, prendono seriamente in considerazione la questione ambientale.

«L’inquinamento uccide ogni anno più di un milione di indiani. È indispensabile un cambiamento.» dice Grandi. «E non dimentichiamo che Modi è un indù convinto. Questo comporta un atteggiamento diverso nei confronti della natura e dell’ambiente, molto più rispettoso e molto differente rispetto all’approccio dei Gandhi.»

Il Governo indiano ha voluto unire l’utile al dilettevole. Oggigiorno, l’India ha 240 milioni di persone che non hanno accesso all’elettricità. Su un totale di 1,3 miliardi di persone, si tratta di appena meno del 20 per cento dell’intera popolazione. Stiamo parlando, in gran parte, di coloro che vivono nelle zone rurali del Paese, che lamentano una forte carenza di infrastrutture per il trasporto dell’energia e sono quindi tagliate fuori dal mercato.

I dati demografici sono l’altro punto focale da tenere in considerazione per capire meglio da dove prende le basi l’elefantiaco progetto indiano. Attualmente, il miliardo e trecento milioni di indiani che abitano il subcontinente consuma il 6 per cento dell’energia elettrica globale. Tuttavia, sia il numero di cittadini che la loro domanda energetica andranno incontro a significativi incrementi nei prossimi anni.

Le proiezioni al 2040 calcolano una popolazione indiana in crescita di altri 300 milioni di individui, con un parallelo incremento della domanda di elettricità, superiore di 4.5 punti rispetto ai dati 2012. Il livello di urbanizzazione raggiungerà il 47 per cento della popolazione, mentre l’industria manifatturiera vedrà raddoppiato il suo share sul Pil del Paese, arrivando fino al 30 per cento. È per far fronte a questo scenario futuro che il Governo Modi ha messo in atto una vera e propria rivoluzione.

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