martedì, Settembre 28

India: la Modi-fobia

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Modi India

New Delhi – L’altro giorno, un mio caro amico che vive negli Stati Uniti ha chiesto ai suoi contatti di Facebook di commentare questa osservazione: “Un numero inimmaginabile di indiani ha portato BJP al potere. Trovo curioso che là in mezzo ci siano anche un gran numero di amici della JNU (Jawaharlal Nehru University). Ho solo un dubbio: tutti loro credono che BJP sia un partito comunitario oppure no? (comunitario, qui, allude a forme di nazionalismo indù e anti-islamico – quello che il BJP chiama ‘nazionalismo culturale’)”. Lasciatemi dire che il mio amico non è il tipico ‘comunistacontemporaneo’ di JNU; lo potremmo definire un membro della “sinistra liberale”. Però si mostra fortemente critico nei confronti del Bharatiya Janata Party in generale e di Narendra Modi in particolare.

Il mio amico sottolinea come Modi sia ferocemente filo-comunitario, anche se – per fortuna – lo dice in modo diverso rispetto a un altro amico statunitense, il quale addirittura dice di non voler venire “nell’India di Modi”. Com’era prevedibile, la stragrande maggioranza dei suoi amici di Facebook ha detto che sono tempi pericolosi quelli che attendono l’India guidata da Modi. Il mio amico teme che Modi voglia imporre il “nazionalismo culturale” del BJP, senza lasciare spazio alle minoranze, e soprattutto ai musulmani.

Alcune delle reazioni al post del mio amico evidenziano la logica che in questi giorni espongono i critici abituali di Modi, quando dicono che sono quasi il 70 per cento gli indiani che non nutrono fiducia nel nuovo Primo Ministro dell’India. Vorrebbero che le attuali leggi elettorali dell’India cambiassero, per fermare l’avanzata del “mostro Modi”. Dicono che il BJP ha ottenuto il 31 per cento di voti nelle elezioni appena concluse. Ma, così dicendo, dimostrano la loro malafede. Secondo alcuni il dato è fuorviante, perché non considera la percentuale dei voti complessivi raccolti da NDA (National Democratic Alliance) sotto la guida di Modi. NDA ha preso più del 39 per cento dei voti popolari. Secondo altri i detrattori di Modi sorvolano su come il governo indiano abbia avuto, in passato, il sostegno della maggioranza degli elettori. In realtà, nessun governo indiano ha mai ottenuto il 50% dei voti; nemmeno quello di Rajiv Gandhi, nonostante i voti “di simpatia”, ricevuti per l’assassinio della madre, nel 1984. Rajiv ha raccolto circa il 49 per cento dei voti, meno della metà di quelli espressi dal 65 per cento degli aventi diritto, che si recarono alle urne.

Sono personalmente e fortemente contrario all’attuale “sistema del primo posto”, che premia in modo sproporzionati tutti quelli che credono nella politica identitaria. Chi lo sostiene, dice che questo è il miglior sistema per difendersi dai rischi del maggioritario. Il risultato è, però, che leader e partiti hanno fatto enormemente bene a mobilitare i loro bacini elettorali di Musulmani, Yādav e Dalit, ecc. Perché, con l’attuale sistema, si può guadagnare un’ampia maggioranza, per un’intera legislatura, anche con appena il 20 per cento dei voti. Qualcosa di simile a quanto hanno potuto fare, e più volte, Mayawati e Mulayam. Se ti crei un bacino elettorale, puoi facilmente togliere la voce al resto delle forze del governo.

Un simile sistema non è in grado di assegnare vere responsabilità a chi governa, basta che possa contare sul sostegno di una comunità compatta. Non si dovrà preoccupare delle richieste della stragrande maggioranza dei suoi elettori. Non avrà nemmeno bisogno di guardare a sensibilità particolari. Ecco perché Lalu Yadav, nonostante le accuse di corruzione, può ancora sognare di riconquistare Bihar. Ha detto apertamente che non avrà nulla di cui preoccuparsi finché Musulmani e Yādav  (MY) resteranno dalla sua parte. Per questi motivi, sono favorevole all’adozione di un sistema elettorale a due turni, come in Francia – dove al secondo turno si sceglie tra i primi due candidati del precedente – in modo che il vincitore sia scelto da più del 50 per cento dei votanti. Questa, per me, è vera democrazia, perché un vincitore (uomo o donna che sia) deve poter parlare a tutti, qualunque sia la loro comunità di appartenenza; non gli si può permettere di piangere le sue lacrime di coccodrillo in una o due comunità soltanto. E, se nel nostro sistema elettorale sarà fatto questo cambiamento, scommetto che personaggi simili a Modi usciranno molto meglio dalle elezioni e che quelli come Lalu, Mamata, Mayawati e Mulayam chiuderanno bottega. Sarà lo stesso per gli altri partiti che dipendono in modo cruciale dai voti musulmani. 

Il perseguimento di una politica identitaria mostra effetti ancora più bizzarri nel sostenere il cosiddetto laicismo. Tra tutte le minoranze, i musulmani sono la più numerosa, e quella che rappresenta il principale bacino elettorale. Pertanto, in India, i cosiddetti laici, quelli che parlano di laicità, sono generalmente musulmani. Guardate i documenti del precedente governo UPA, guidato da Manmohan Singh. Anche se rappresentava una minoranza, ha affermato il controllo prioritario dei musulmani sulle risorse dell’India. Il suo governo si vantava di aver fatto approvare la legge su diritto di informazione (Right of Information Act RTI), che però non si applica alle istituzioni educative rette da musulmani. Questo stesso governo aveva giocato con il fuoco quando minacciò la presentazione di una proposta di legge sulla cosiddetta ‘violenza inter-comunitaria’, perché presumeva che i musulmani non avrebbero mai partecipato a eventuali disordini. Nel mezzo della campagna elettorale, il partito del Congresso di Manmohan Singh ha presentato un altro manifesto elettorale nel quale si proponeva di riservare una quota di posti di lavoro e di sedi didattiche per i musulmani. È stato il governo di Manmohan Singh ad aver voluto che i soldati indiani facessero parte di organizzazioni religiose. È stato il governo di Manmohan Singh a volere tribunali speciali riservati ai musulmani, dotandoli di vie preferenziali per giudicare in via prioritaria i casi di terrorismo. Il governo di Manmohan ha anche chiesto a tutti i primi ministri degli stati federali (chief ministers) di istituire speciali comitati di controllo per monitorare i casi nei quali dei giovani appartenenti alle minoranze fossero stati incarcerati, dopo che, nel mese di settembre 2013, il ministro degli interni dello stato centrale aveva scritto personalmente a tutti i chief ministers, per accertarsi che non si facessero ‘arresti sbagliati’ all’interno delle comunità minoritarie.

Diciamo che, in termini classici, la laicità implica la separazione della religione e dello stato. Questo, sfortunatamente, non è il caso dell’India; lo dobbiamo alle politiche di identità e a quelle dei bacini elettorali. Lo Stato, o i governi, sia centrali, sia locali, hanno emanato leggi che mettono sotto controllo i templi Indù e le loro pertinenze. Ma queste leggi non si applicano alle moschee e alle chiese. In realtà, capita spesso che il denaro venga raccolto nei templi e poi speso nelle attività statali a favore delle minoranze. Mi sono imbattuto in un pezzo pubblicato da uno dei quotidiani nazionali, dove si dice che “Il Bengala orientale, governato dal ‘laico’ TMC (congresso Trinamool), ha concesso un assegno mensile ai religiosi islamici e agli imam, che ha quasi portato alla bancarotta il governo dello stato: costo totale, Rs.126 crore l’anno (NdT: il sistema di numerazione indiano prevede la misura del ‘crore’, abbreviato cr. e che vale 10 milioni di unità. Al cambio attuale, 126 crore equivalgono a 15.625.155.77 Euro). Nel mese di ottobre 2012, il governo di Mamata Banerjee ha anche dato Rs. 50 crore (6.200.458.64 Euro) all’Università di Aliah, totalmente musulmana, e ha creato sei istituti di formazione industriale e altrettanti istituti politecnici riservati ai musulmani. Il primo ministro locale ha anche concesso 794 biciclette e oltre Rs. 5 crore (620.458.64 Euro), sotto forma di prestiti e borse di studio, a studenti musulmani”. Lo stesso autore aggiunge che “Il Karnataka, che è stato governato dal BJP ‘comunitario’ fino al mese di maggio 2013, si è adeguatamente trasformato in ‘laico’ da quando il governo del Congresso, guidato da Siddaramaiah, è entrato in funzione. A due mesi dal suo insediamento, il chief minister ha annunciato un programma casa a vantaggio delle minoranze prive di alloggio, aggiungendo la concessione di un sostegno finanziario di 50.000 rupie (36.601.31 Euro) per il matrimonio delle ragazze delle comunità minoritarie, e borse di studio riservate. Il capo del Congresso (del Karnataka), G. Parameshwara, a ottobre scorso ha detto che ‘non importa se le minoranze non rimborsano i prestiti al governo, fa parte del processo di sviluppo’”.

È interessante notare che I paladini della ‘laicità’ Indiana non hanno mai definito la parola. Anche se il 42° emendamento del governo del Congresso di Indira Gandhi aveva inserito la parola ‘laicità’ nella nostra Costituzione, non ne ha mai definito il significato. Strano a dirsi come il partito del Congresso, che nel 1978 controllava il Rajya Sabha, abbia anche mandato a monte il tentativo di definire la laicità come “eguale rispetto per tutte le religioni”, bocciando una proposta di emendamento che era già passata nel Lok Sabha durante il regime Janata di Morarji Desai.

In altre parole, per la maggior parte dei nostri laici, compresi i miei amici negli Stati Uniti, le credenziali della laicità di qualcuno dipendono principalmente dalle sue preoccupazioni per i diritti delle minoranze. Negli Stati Uniti, o in’Occidente, i musulmani indiani non trovano alcun problema nell’adeguarsi a un codice civile unico per tutti, ma in India ne devono avere uno tutto per loro, anche se la Costituzione indiana, che parla di laicità, menziona anche un codice civile comune a tutti gli indiani. Perché i nostri cosiddetti laici non riescono a dire che i musulmani dell’India sono indiani esattamente come gli Indù, o come i Cristiani, i Buddisti e i Sikh, e che le minoranze indiane hanno gli stessi diritti della maggioranza?

Vorrei concludere citando il successivo intervento del mio amico, nel dibattito di Facebook, là dove dice che il nazionalismo culturale di Modi, che si rifà alla BJP, è davvero spaventoso. Sono andato a vedere cosa scrive Wikipedia sul nazionalismo culturale del BJP. Ci sono due aspetti principali. In primo luogo, si dice che i nativi dell’India condividono una cultura, una storia e un’origine comuni. Non trovo ci sia nulla da ridire. E se così non fosse, perché l’India dovrebbe essere trattata come un paese differente? Dato che il Pakistan è stato creato su basi religiose, quale altro elemento permette all’India di considerarsi una nazione, se non la cultura? In secondo luogo, quando BJP parla di nazionalismo culturale, specifica che “il concetto include tutti coloro che sono nati e che hanno adottato Bharat come la loro Patria, inclusi Musulmani, Cristiani e Parsi”. Non riesco a capire perché al mio amico negli Stati Uniti dovrebbe dispiacere questa definizione. Posso solo sperare che si riprenda presto dalla sua Modi-fobia.

 

(Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli)

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