sabato, Maggio 15

India In e Cina Out field_506ffbaa4a8d4

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BangkokC’è un grande dibattito, soprattutto in Asia, circa i contorni che possa assumere la crisi cinese nel contesto d’area sia nel breve sia nel medio periodo, tralasciando – al momento – di valutare quali possano essere gli effetti sul lungo termine. Certo è che le basi che vanno ponendosi oggi – inimmaginabili solo fino a pochi mesi fa almeno per le dimensioni poi fattualmente raggiunte al giorno d’oggi – lasciano presagire che vanno via via accumulandosi scelte e decisioni nella direzione di una crisi purtroppo durevole e non di immediata soluzione. Tra coloro che attualmente potrebbe catturare degli effetti positivi dalla crisi cinese c’è l’India. Non foss’altro che nell’approfittare del proprio cosiddetto “swing power” (tra Cina e USA) al fine di acquisire posizioni di vantaggio soprattutto in termini commerciali, prima ancora che economici o finanziari.

La recente svalutazione dello Yuan attuata da parte delle autorità cinesi di oltre il 4,4 per cento ha scosso i mercati azionari a livello globale ed i prezzi delle azioni sono nettamente diminuiti. Molte economie emergenti hanno dovuto svalutare a loro volta le loro valute, per annullare l’effetto della svalutazione dello Yuan. Partendo dal presupposto che la Storia è Maestra di Vita (almeno “dovrebbe” essere così), da tutto questo non si può arguire nulla di buono, infatti, l’effetto domino nella svalutazione delle proprie monete è l’anticamera di una situazione molto simile alla Grande Depressione del 1930 che –appunto- trovò origine proprio in decisioni similari.

Secondo la teoria economica se tutti i Paesi deprezzano le proprie valute, nessun Paese ne trarrà vantaggio. Anzi, l’impatto di sconvolgimenti derivanti da tutto questo può colpire duramente l’intero sistema finanziario globale. L’economia cinese sta vivendo una fase difficile come raramente è stato dato modo di riscontrare negli ultimi anni. E’ noto a tutti che l’economia era cresciuta con un notevole un tasso di sviluppo, talmente elevato che nell’intero contesto planetario era ben difficile riscontrare parametri similari (in Italia ad esempio, li si era visti solo negli anni del cosiddetto “boom economico” e mai più raggiunti dopo) e la rapida crescita cinese aveva baldanzosamente superato il 15 per cento di incremento su base annuale o comunque in varie occasioni.

La Cina ha notoriamente avviato la sua produzione e l’esportazione di merci in un raggio talmente ampio che va dai telefoni cellulari ed altre apparecchiature di telecomunicazione, fino ai giocattoli, agli elettrodomestici, all’elettronica di largo consumo e fino a piccoli e grandi macchinari. Le merci cinesi hanno cominciato così ad inondare gli Stati Uniti, i mercati europei, i mercati indiani ed anche molti altri. Non solo le aziende cinesi ma anche le aziende straniere (tra cui numerose multinazionali) hanno iniziato a stabilire le proprie unità produttive in Cina. Molti complessi industriali indiani hanno stabilito le proprie basi produttive in Cina e la Cina –nel frattempo- è diventata il “centro di produzione” del Mondo intero.

Negli ultimi due anni la Cina ha attraversato grandi crisi. Secondo gli economisti che oggi riflettono sullo stato delle cose – più che altro per capire prima e per evitare che accada nuovamente poi – vi sono alcuni fattori preminenti che spiegano le radici della crisi cinese attuale.

Primo elemento di crisi è l’alto tasso di inflazione. Questa inflazione ha causato a sua volta l’innalzamento dei tassi salariali in una specie di spirale. I salari dei lavoratori ordinari sono aumentati da 960 Yuan al mese nel 2010 a 1820 Yuan nel mese di Giugno 2015.

In secondo luogo, negli anni precedenti, i governi provinciali ed il Governo centrale cinese avevano l’usanza alquanto abituale di sovvenzionare pesantemente le esportazioni; tuttavia negli anni successivi caratterizzati da alto deficit di bilancio sia i Governi provinciali sia il Governo Centrale si son ritrovati costretti a ridurre tali sovvenzioni specifiche. Bisogna anche notare che il debito interno della Cina, che era il 125 per cento del PIL nel 2008, ha raggiunto un picco di 207 per cento del PIL nel mese di giugno 2015 (Fonte: Bloomberg Business). Così rendere più cheap il livello di produzione dei beni cinesi da parte del Governo con forme di sovvenzione non è stata più un’opzione fattibile per il Governo centrale e per i Governi provinciali. Come risultato di tutto ciò, la Cina ha iniziato perdere il suo vantaggio competitivo nei mercati mondiali.

In terzo luogo, vi è da considerare che anche la recessione in atto negli Stati Uniti e nelle economie europee ha condotto alla diminuzione delle esportazioni cinesi. D’altro canto le altre economie emergenti hanno iniziato a far notare la loro presenza, dimostrando così il proprio vantaggio in termini di competitività con la Cina. Quarto motivo principale per spiegare il rallentamento della Cina – affermano gli economisti locali e gli esperti d’area – c’è stata la riduzione degli investimenti nei progetti infrastrutturali. La Cina aveva investito molto in infrastrutture (come il trasporto ferroviario, la rete stradale, l’elettricità, etc.) nelle ultime due decenni ed anche più. Tuttavia, ora il suo ritmo è vistosamente rallentato, con conseguente calo della crescita cinese.

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