domenica, Aprile 11

India e Pakistan, è distensione? Modi invita Sharif al proprio giuramento. Accordo storico sul gas tra Russia e Cina

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L’imminente nomina di Narendra Modi potrebbe portare un’aria di distensione nelle relazioni tra India e Pakistan. È lo stesso Primo Ministro incaricato a creare le condizioni per un possibile miglioramento nei rapporti fra i due storici rivali regionali, invitando il Primo Ministro pachistano Nawaz Sharif a presenziare alla cerimonia di giuramento del suo Governo, prevista per il prossimo lunedì nella capitale Nuova Delhi. Rilevante anche l’invito ai membri dell’Associazione Sud-asiatica per la Cooperazione Regionale (Saarc), tra i quali rientrano altri Paesi che, come il Pakistan, hanno attriti con l’India. Sembra dunque poter trovare conferma la previsione di alcuni analisti per cui le nette prese di posizione di Modi potrebbero fare di quest’ultimo una sorta di Nixon regionale. Nel frattempo, la soluzione di Islamabad per una delle cause di maggiori frizioni con l’India, il terrorismo islamico, sembra passare sempre più per l’offensiva armata. Risoltisi in un nulla di fatto i negoziati coi Talebani, è infatti l’opzione militare ad avere ormai la preponderanza, come hanno oggi dimostrato gli attacchi aerei sul Waziristan settentrionale. Come informa l’ufficio stampa dell’esercito, nei bombardamenti avrebbero perso la vita «60 irriducibili terroristi, compresi alcuni comandanti ed elementi stranieri».

Potrebbe rimanere senza esito anche il ‘Memorandum di pace e reciproca comprensione’ emesso dal Parlamento di Kiev: fredda l’accoglienza del Cremlino, che ne apprezza la condanna delle violenze ma lo giudica comunque «tardivo», gelida quella degli insorti filorussi, che lo definiscono tout court «un altro atto di populismo» e considerano impossibile il dialogo coi vertici del Paese. Difficile anche il dialogo tra Russia Nato, con la seconda che annuncia di non aver ancora osservato un concreto ritiro delle truppe russe dal confine ucraino, come annunciato dal Presidente Vladimir Putin lunedì, ed il Ministero della Difesa di Mosca che sostiene il contrario. Nel mentre, è il Vicepresidente statunitense Joe Biden a rincarare la dose, annunciando nuove sanzioni in caso di ingerenza russa sulle elezioni presidenziali ucraine del 25 maggio. L’ipotesi di rappresaglie economiche è invece scartata, in ambito energetico, dal Commissario europeo per l’Energia Günther Oettinger, almeno fintanto che il mercato non segnalerà problemi. D’altronde, mentre Carlo d’Inghilterra rischia l’incidente diplomatico paragonando Putin ad Hitler, il Presidente della Commissione José Barroso invia una lettera allo stesso Presidente russo proprio per affermare che «la fornitura di gas non deve essere interrotta» ed esprimere la propria fiducia nel rispetto dei patti da parte di Russia e Gazprom.

Mosca si apre però anche ad altri mercati, siglando uno storico accordo con Pechino per la fornitura di 38 miliardi di metri cubi di gas ogni anno per trent’anni. Ad annunciarlo è stato l’Amministratore Delegato della stessa Gazprom, Aleksej Miller, dopo la firma del memorandum d’intesa avvenuta a Shangai alla presenza di Putin e della sua controparte cinese Xi Jinping. Il valore del contratto supera i 400 miliardi di dollari, ma il prezzo del gas metano, legato a quello del petrolio, non è stato reso noto dalle autorità presenti all’evento: «semplicistico», secondo la compagnia energetica russa, il prezzo stimato dai media di 350 dollari ogni mille metri cubi.

Sarà quindi interessante osservare quanto questa firma, attesa ormai da tempo, possa influire nelle manovre di Pechino nel Mar Cinese Meridionale. Continuano infatti le denunce da parte degli altri Paesi dell’area per le mire energetiche del gigante regionale, al punto che oggi Vietnam e Filippine hanno dichiarato in maniera congiunta di volersi opporre a qualsiasi invasione cinese dei loro confini marittimi. Dopo un incontro col Presidente filippino Benigno Aquino a Manila, il Primo Ministro di Hanoi Nguyn Tn Dũng ha espresso infatti la preoccupazione condivisa riguardo all’«estremamente pericolosa situazione attuale causata dalle numerose azioni cinesi in violazione del diritto internazionale».

In ambito regionale, risalta anche la storica, prima visita di un cardinale cattolico in Corea del Nord. Andrew Yeom Soo-jung si è infatti recato, insieme ad altri sacerdoti sudcoreani, in un’area industriale di Kaesong, dove ha luogo un tentativo di cooperazione Sud-Nord: obiettivo della visita era infatti l’incontro coi lavoratori sudcoreani che vi operano. Nessun incontro, invece, con autorità di Pyongyang, il che porta le autorità cattoliche locali ad escludere che il viaggio sia stato compiuto in previsione del viaggio di Papa Francesco in Corea del Sud, in agosto. Si tenta inoltre la strada della distensione anche in Thailandia, dove, dopo l’imposizione della legge marziale annunciata ieri, il Comandante in Capo dell’esercito, Generale Prayuth Chan-ocha, ha annunciato una riunione di emergenza a cui saranno presenti i vertici dei partiti di maggioranza e opposizione, i movimenti a favore e contro il Governo, i rappresentanti della Commissione Elettorale Centrale ed il Primo Ministro ad interim Niwattumrong Boongsongpaisan.

Esercito al centro anche dei nuovi scontri in Mali, con l’offensiva lanciata contro una roccaforte Tuareg settentrionale. L’azione segue gli eventi di sabato, quando la visita del Primo Ministro Moussa Mara alla città di Kidal era stata accompagnata da combattimenti fra i soldati regolari ed i separatisti, causando otto morti fra i primi ed otto fra i civili. La possibilità che il Paese torni preda dei conflitti interni ha già dato motivo alla Francia per inviare altri 100 soldati nella sua ex colonia, che andranno ad aggiungersi ai 1600 già presenti e rientreranno nei piani di combattimento contro i militanti islamici nel Sahel. Proprio nei giorni scorsi, peraltro, nel nordest della Nigeria 30 persone hanno perso la vita nel corso di raid dell’organizzazione fondamentalista Boko Haram.

Ma l’instabilità caratterizza anche la situazione politica del nord del continente: in Libia continuano esplosioni e combattimenti a tre giorni dall’assalto militare contro il Parlamento di Tripoli. Sono due i morti negli scontri avvenuti la notte scorsa, mentre almeno quattro razzi hanno colpito, secondo il Ministero della Difesa, il quartiere di Salaheddin, prossimo alla base militare di al-Yarmouk. Nell’Egitto che si avvicina alle elezioni presidenziali, è invece l’ex ra’īs Hosni Mubarak ad essere al centro delle cronache odierne: per lui è giunta una condanna a tre anni di prigione per aver sottratto milioni di fondi pubblici a scopi privati quali il rinnovo di proprietà di famiglia.

Cerca la strada della distensione, invece, il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen. Mentre è in corso la formazione di un nuovo Governo di consenso nazionale, Abu Mazen ha infatti già anticipato che le condizioni poste dalla comunità internazionale saranno rispettate: verrà perciò riconosciuto Israele, mantenuto il carattere vincolante degli accordi sottoscritti dall’Autorità e ripudiati violenza e terrorismo. La stessa comunità internazionale richiama però anche lo stesso Stato israeliano ad indagare sugli abusi commessi dai propri rappresentanti. Onu Stati Uniti richiedono infatti la Magistratura Militare dello stesso prenda seriamente in considerazione i filmati di 4 diverse telecamere (ora disponibili anche su YouTube) che riguardano l’uccisione di due giovani palestinesi da parte di soldati israeliani, avvenuta il 15 giugno scorso a Ramallah. Proprio ieri, intanto, Papa Francesco ha reso noto che si recherà in Terra Santa dal 24 al 26 di questo mese, a cinquant’anni dalla visita di Paolo VI.

Notizie contraddittorie, infine, riguardo all’esperimento editoriale di Yoani Sánchez, la nota dissidente cubana. Il suo quotidiano online ‘14ymedio’, il primo indipendente nell’isola, sarebbe stato infatti oscurato a pochi minuti dal lancio, secondo fonti riportate dall’’Ansa’. Ciononostante, nel momento in cui scriviamo, il sito sembra essere normalmente funzionante.

 

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