sabato, Settembre 25

Indagati Donato Bruno e papà Renzi field_506ffb1d3dbe2

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tiziano renzi

Anche se i professionisti della politica provano in tutti i modi a censurare la notizia, il fatto del giorno è sicuramente l’indagine genovese su Tiziano Renzi, il padre di Matteo accusato del reato di bancarotta fraudolenta. Imbarazzato silenzio dei renziani. Anche il candidato forzista alla Consulta, Donato Bruno, risulta indagato ad Isernia per una consulenza sospetta da 2,5 milioni. Intano, il Jobs Act continua a far discutere. Il CDM approva la norma sulla dichiarazione dei redditi precompilata, ma è solo un esame preliminare del decreto legislativo sulle semplificazioni fiscali. Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, annuncia la firma del protocollo per la produzione di cannabis a scopo terapeutico in Italia.

Come già anticipato ieri dal nostro giornale, il padre di Matteo Renzi, Tiziano, è indagato per bancarotta fraudolenta dalla procura di Genova. Il sospetto dei magistrati liguri Marco Airoldi e Nicola Piacente è che Renzi padre l’8 ottobre del 2010 abbia svuotato l’indebitata azienda di famiglia, la Chil Post srl, vendendola alla Eventi 6 srl di proprietà della moglie, e madre di Matteo, Laura Bovoli. Meno di un mese dopo, il 3 novembre 2010, la sede della Chil Post viene trasferita a Genova e venduta ad un certo Gian Franco Massone (nomen omen), ma ormai l’azienda non possiede più beni (auto, furgoni, muletti e capannoni usati per la distribuzione di giornali dai Renzi) e ha pure un passivo di 1 milione e 100mila euro. Massone dichiara il fallimento della società nel 2013 e gli inquirenti ipotizzano che quello architettato dal ‘furbetto di provincia’ Tiziano Renzi sia il solito piano per non pagare i debiti e sbarazzarsi dei creditori.

Ma qui finisce la cronaca giudiziaria e comincia l’intreccio politico. Renzi padre per il momento si limita a recitare la parte della vittima, al primo avviso di garanzia «dopo 45 anni di attività professionale». Ma è il silenzio di Renzi figlio a lasciare perplessi. Già Matteo pochi mesi fa era stato costretto a dimettersi dalla Eventi 6 dalla quale riceveva copiosi contributi pagati dai cittadini. Tutto merito di un’inchiesta di Marco Lillo sul ‘Fatto Quotidiano’. Oggi, invece, si scopre che l’avviso di garanzia a Tiziano era arrivato lunedì sera, proprio alla vigilia del discorso dei 1000 giorni pronunciato in parlamento dal premier.

Ecco così spiegato, ipotesi obbligata, il livore renziano contro i giudici che «citofonano gli avvisi di garanzia ai giornali». Matteo non si riferiva solo alle inchieste Rimborsopoli e tangenti Eni, ma anche alle indagini sulla sua famiglia. Un valido motivo per riaprire la guerra ai giudici anche per conto dell’alleato Silvio Berlusconi. Oggi a fare rumore è l’assordante silenzio dei renziani, evidentemente in difficoltà. A difendere il premier ci pensano Fabrizio Cicchitto di Ncd e Ignazio Larussa di Fd’I, adombrando il solito rischio di «giustizia a orologeria» per colpire Renzi il Giovane e la sua riforma della Giustizia. Teoria sposata sottobanco da tutti i renziani, anche se il procuratore di Genova, Michele Di Lecce, sul ‘Sole24Ore’ ha smentito l’ipotesi di complotto. Il ‘Soccorso Rosso’ arriva dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi che ritiene necessario «raffreddare questo circuito giudiziario-mediatico».

Guai giudiziari anche per Donato Bruno, il candidato berlusconiano alla Corte Costituzionale, più volte trombato dal voto segreto in Parlamento, ma consolato con baci e abbracci da Mara Elena Boschi. Non bastavano al povero Bruno i patemi per l’indagine sul figlio, accusato a Roma di essere uno degli ‘utilizzatori finali’ delle baby squillo dei Parioli. Secondo il ‘Fatto Quotidiano’ il fedelissimo di Cesare Previti è indagato per ‘concorso in interesse privato del curatore negli atti del fallimento’ della società Itierre srl. In pratica, l’avvocato Bruno avrebbe ottenuto una maxi consulenza da 2,5 milioni (fittizia secondo i pm molisani) dall’amico e collega Stanislao Chimenti, curatore fallimentare della suddetta azienda. Bruno per ora annuncia querela contro il quotidiano e reagisce con freddezza, da vero esperto del ramo: «Non ho ricevuto alcun avviso di garanzia. Sono sereno, non rinuncerei alla candidatura neanche se fossi indagato». Proprio la figura ideale per la Corte Costituzionale. Naturalmente per il Pd Bruno può rimanere candidato «perché un avviso di garanzia non è una condanna». Parola di Deborah Serracchiani.

Dopo l’approvazione del Jobs Act da parte della commissione Lavoro del Senato (la prossima settimana la legge delega verrà votata dall’aula di Palazzo Madama), si fanno sempre più aspre le polemiche, soprattutto ‘a sinistra’. Secondo Nichi Vendola di Sel il Jobs Act è una «porcheria di estrema destra» perché «contempla la precarizzazione generalizzata del mercato del lavoro, è il contrario di quello che bisognerebbe fare». «Il governo Renzi getta la maschera sull’articolo 18 e il Pd va in frantumi», dichiara invece Vito Petrocelli del M5S secondo il quale il governo sta tentando uno lo «stravolgimento dello statuto dei lavoratori ed in particolare dell’articolo 18». Un Pd in cui l’opposizione interna si fa solo con timide parole visto che Matteo Orfini, presunto piddino di sinistra, dopo aver lanciato il sasso della polemica nasconde la mano e afferma che una eventuale manifestazione sindacale contro il Jobs Act la vedrà «in televisione». Pippo Civati, invece, si dice imbarazzato di «trovarsi a destra della Fornero», però intanto continua a rimanerci. Il segretario Cgil Susanna Camusso rilancia paragonando Matteo Renzi a Margareth Tatcher, la ‘Lady di ferro’ che negli anni’80 impose alla Gran Bretagna «politiche liberiste estreme secondo le quali la riduzione delle condizioni dei lavoratori sia lo strumento che permette di competere». Linea dura anche di Pierluigi Bersani secondo il quale Renzi «rischia di spezzare la corda» del Pd.

Questa mattina il ministero della Salute e quello della Difesa hanno firmato il protocollo per avviare la produzione di cannabis a scopo terapeutico in Italia. Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha spiegato che il principio attivo, ovvero le piante di marijuana, verrà prodotto e coltivato nello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze (Sfcm). Al netto di un mastodontico ‘gruppo di lavoro’ che dovrà definire il protocollo operativo della distribuzione di erba (altro inutile spreco di soldi pubblici), lo scopo dichiarato dalla Lorenzin è quello di abbattere «i costi in modo notevole per il Sistema sanitario nazionale» (dai 15 euro al grammo di oggi a meno della metà). La cannabis prodotta verrà distribuita alle farmacie già entro il 2015, ma la ministra in quota Ncd ha tenuto a sottolineare che la marijuana terapeutica di Stato non sarà «assolutamente il primo passo per permettere l’autocoltivazione da parte dei malati».

 

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