lunedì, Giugno 21

Indagare la terra tra cinema e letteratura field_506ffb1d3dbe2

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Come avete operato per creare la struttura narrativa di base del film?
Inizialmente volevamo prendere in considerazione solo gli articoli di ʻViaggio nel Moliseʼ, un reportage giornalistico che realizzò nel 1941 per il ʻGiornale d’Italiaʼ dopo esser stato in Africa, dove si era recato in esilio volontario per sfuggire al Fascismo. Ci siamo, però, resi conto che si trattava di scritti molto descrittivi, calligrafici, anche turistici; in altri ci sono spunti di riflessione sulla storia del Molise, sul problema del feudalesimo, del baronato, delle lotte contadine e, in effetti, ero attratta più da questi che già mi avevano colpita quando li avevo letti durante il lavoro di tesi. Ho selezionato tutti gli articoli che vertevano sulla terra compresi quelli sul rapporto uomo-natura o l’uomo nel confronto con potenze immateriali, magiche, sovrannaturali. L’idea del viaggio è rimasta, in fondo anche io e Roberto facciamo un viaggio in Molise; abbiamo, però, scelto di usare come spirito guida tutte le parole che Jovine ha adoperato, giornalisticamente parlando, per raccontare della terra come Regione Molise, ma anche della Terra nel senso lato del termine.

 

Voi avete già realizzato le riprese, ora siete nella fase di montaggio. Come avete pensato di strutturare il documentario?
Si tratta di un documentario di viaggio e di osservazione in cui ci saranno dei ritratti di persone, le quali non rilasceranno delle interviste, ma saranno seguite durante le giornate. Con l’osservazione della loro vita quotidiana racconteranno un aspetto di questo rapporto uomo-terra. Jovine sarà uno dei personaggi, verrà rievocato, come se tornasse nella sua terra da morto. Ci sarà il ‘voice over’ con un attore e le sue parole rivivranno così: è come se fosse una sua soggettiva. Si partirà, infatti, dalla sua casa, e con quelle parole che scrisse dopo esser stato lontano dalla sua terra, in cui si avverte la voglia di riapparentarsi e riappropriarsi di certi ricordi e odori. A far da contraltare altri personaggi che vedremo agire, anziché parlare direttamente in macchina: il là per ogni situazione è sempre dato dalle parole di Jovine, poi è come se siano le immagini a parlare, si fa una ʻsostaʼ dal viaggio e ci si sofferma ad osservare.
Tra questi ci sono un professore di geografia che ha sempre insegnato con le cattedre itineranti; ora è in pensione ma continua nella sua attività di ambientalista contro le frane e il dissesto idrogeologico. Poi ci sarà anche l’attraversamento della terra grazie al personaggio della mandria, seguita nel fenomeno della transumanza: trecento vacche, dalla Puglia al Molise, per 480 km in quattro giorni. Insieme a loro ci saranno una coppia di fratelli del Punjab, che lavorano come braccianti presso una masseria, la quale presenta all’interno un centro di accoglienza, e un giovane agricoltore che ha deciso di rimanere in Molise. Siamo, ribadisco, work in progress, per cui potrebbero esserci altre storie.

 

Jovine, lei è originaria del Molise: questo film può essere il ʻpretestoʼ per riscoprire la propria terra?
Di fatto la sto scoprendo adesso. Io andavo ogni tanto al paese di mio zio e di mio nonno, ma non l’ho mai conosciuta e amata come, invece, sta accadendo adesso, con ammirazione, ma anche con tanta rabbia, riscontrata anche tra gli abitanti. È una terra meravigliosa, che turisticamente potrebbe offrire anche tanto perché è piena di ricchezze storiche, artistiche, archeologiche e paesaggistiche; ma non s’investe nel turismo come meriterebbe, soffre di tante ingiustizie. In questo vedo che pensieri scritti da mio zio nel ’40 si possono applicare all’oggi: ad esempio, parlando del feudalesimo sottolinea come i proprietari terrieri non vivevano in loco, ma a Napoli, Roma, Parigi perché lì si faceva la bella vita finendo così per delegare la gestione dei possedimenti ai galantuomini che facevano i propri interessi. Ecco, io questo lo trovo di grandissima attualità: i politici di oggi sono come dei baroni lontani, perché non vivono conoscendo il luogo e perciò non possono fare il suo bene.

 

Riallacciandomi a questo… Come si fa, secondo lei, a non cadere nel localismo? Voi come avete cercato di ovviare a questo rischio?
Scegliendo le riflessioni con una valenza che espatria, che vale per tutti, per cui ci sono brani sull’ingerenza della religione o la grandinata; e oggi le conseguenze dei fenomeni atmosferici si fanno sentire, anzi, forse, le incognite per gli agricoltori sono ancora più forti.

 

Lei ha evidenziato come di Jovine l’abbia colpita questa «conoscenza dal vicino», il suo scrivere di cose che aveva conosciuto palmo a palmo e questo tipo di relazione col reale, che ha accomunato diversi scrittori dell’epoca, ricorda ciò che sottende il genere documentario…
Io spero di riuscire a tradurre in immagini il racconto che ha fatto mio zio a parole; certo il suo può risultare un linguaggio un po’ datato o naif, però, l’argomento non lo è. C’è, ad esempio, un articolo molto forte intitolato ʻLa caccia al cineseʼ, pubblicato nel ’48 su ‘L’Unità‘, in cui parla della paura che avevano i mietitori molisani e, in generale, meridionali, quando cominciarono ad arrivare i primi cinesi, che si dimostravano molto più veloci e si accontentavano di poco. «Volete andare tutti in America!», disse ridendo il massaro. «Non si trovano più braccia per lavorare la terra e noi facciamo venire i cinesi!». Traslando con il nostro oggi, non mi sembra che la situazione sia molto mutata.

 

Non avendolo conosciuto, non ha il problema di dover creare la giusta distanza visto il rapporto famigliare?
No, perché dalla parte della mia famiglia non ho ricevuto una grande educazione a Jovine, non vigeva un orgoglio ossessivo verso un parente scrittore. Mi ci sono avvicinata io facendo Lettere, l’ho trattato e maneggiato così come avrei fatto con qualsiasi scrittore che mi avesse ispirata; poi, certo, quando sono di fronte al lago di Guardialfiera qualcosa si smuove, penso che lui possa aver guardato quei panorami e poi abbia scritto.

 

Qualcuno potrebbe arrivare a pensare che state realizzando questo film perché è suo zio, e quindi cadere nell’idea che si tratta di un interesse ʻprivatoʼ e, a suo modo, locale…

Il film non è su Jovine, è sulla terra. Jovine e il Molise sono ʻpretestiʼ per parlare di terra, anche perché di fatto il Molise è la Regione dove l’agricoltura ha regnato sovrana fino a due anni fa; ha una tradizione agricola ancora oggi molto importante e Jovine è uno degli scrittori del Novecento – se non l’unico – più riconosciuto che parla del Molise.
Poi certo c’è anche l’intenzione di dare al Molise una finestra per farsi conoscere e vedere. Mi piace raccontare che, in tal senso, si sta creando una collaborazione collettiva tra privati: dagli abitanti che si prestano a raccontare agli imprenditori che magari decidono di investire quello che possono in un film che parla della propria terra. Se attraverso questo film, com’è accaduto con ‘Basilicata coast to coast‘, si arriva a riscoprire questa Regione, sarebbe bellissimo; però mi piacerebbe anche che il Molise diventasse un’emblema della Terra in generale.

 

Nella nostra contemporaneità, la terra è associata alla moda del ʻbioʼ. Non teme che possa risultare un argomento anacronistico parlare di ʻterraʼ oggi nei termini di cui ci parla?
Io l’ho fatto anche per questo, sento che c’è questo trend e, personalmente, penso che la terra non sia qualcosa di antiquato, ma riguarda il futuro. Con la crisi che stiamo vivendo anche chi possiede due metri di terra se la caverà molto di più di chi ha dei titoli finanziari che non servono più, perciò trovo molto moderno andare a riscoprire le origini del sostentamento, ciò che ti dà il pane per vivere.
Per quanto riguarda il localismo, nel senso di rimanere nei confini della Regione o dell’Italia, è un rischio che abbiamo bene in mente, si cerca di arginarlo per quel che possiamo. In molti casi, per esempio, sono stati eliminati i nomi dei paesi proprio per allargare il più possibile il discorso provando a restituire quell’alone mitico. Mio zio è stato spesso nominato come ʻscrittore del fiabescoʼ per il suo trasfigurare la realtà trasmettendola con la distanza del mito, e noi stiamo cercando di ricreare proprio questo con la fotografia di Roberto. Anche il titolo ʻC’era una volta la terraʼ vuole richiamare alcune atmosfere western: i campi lunghi, gli scenari, cercando di ampliare l’orizzonte anche visivamente. Di ogni mood suggerito dagli articoli selezionati di Jovine, cerchiamo di cogliere l’essenza, e poi da lì ricreare per provare a far risentire le radici della terra, come colei che custodisce il segreto e che ha in sé tutte le regole che dovremmo seguire.

 

Secondo lei tutto ciò può arrivare ai giovani?
Forse col tempo. Potrebbe essere un modo per dare dei segnali. Ci sono anche dei giovani che stanno tornando alla terra con molta diffidenza, visto che il lavoro della terra è durissima. Mi rendo conto che possa risultare un tema di nicchia, ma io confido e spero che si possa subire un certo richiamo parlando semplicemente di terra intesa, come abbiamo detto, come contatto coi ʻpiedi per terraʼ, lavoro fisico: è quell’ancestrale concreto, nudo e crudo.

 

Pensando a questo, come vive la funzione del documentario?
Come racconto della realtà e, in particolare, di quella meno inflazionata. In generale l’arte dovrebbe occuparsi degli aspetti meno indagati e che, invece, hanno da dire.

 

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