sabato, Settembre 18

Incontro Haftar-Pinotti: l’Italia punta sulla Realpolitik Intervista all’Ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte, docente di Strategia presso l’Università di Trieste

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L’Italia apre le porte al generale Khalifa Haftar. L’ex braccio destro di Gheddafi e attuale comandante generale dell’Esercito nazionale libico incontra oggi a Roma il Ministro della Difesa italiano Roberta Pinotti. Emergenza migranti, contrasto al terrorismo e stabilizzazione della Libia fra i temi al centro del colloquio. In agenda  spazio anche per le questioni economiche, in particolare la protezione degli impianti petroliferi e di altre infrastrutture italiane in Libia.

Il generale Haftar e il Ministro Pinotti affrontano anche il ruolo decisivo rivestito dal nostro Paese nell’addestramento ed equipaggiamento della Guardia Costiera libica, i cui pattugliamenti hanno contribuito ad un significativo calo delle partenze dei migranti verso le coste italiane.

Il Governo italiano non sembra limitarsi ormai a sostenere unicamente il Presidente Fayez al-Sarraj, capo dell’Esecutivo di Coalizione appoggiato dall’ONU, ma mette in campo una strategia di dialogo con tutte le parti in causa.

Ma a poche ore dall’incontro, sono emersi ulteriori elementi che hanno contribuito a complicare la partita. Un video rilanciato di recente dal blog di sicurezza americana Just Security e che parrebbe risalire al 18 settembre 2015, mostra Khalifa Haftar in riunione con i suoi uomini dell’Esercito nazionale libico a cui ordina di «non fare prigionieri». Una direttiva che costituisce un evidente crimine di guerra. Nelle stesse ore, l’inviato delle nazioni Unite in Libia Ghassan Salame si è dichiarato favorevole ad una possibile candidatura alle prossime elezioni di Saif Al-Islam, il figlio di Muammar Gheddafi. «Non voglio che l’accordo politico sia la proprietà privata di un lato o dell’altro», sostiene l’inviato, «può includere il figlio di Muammar Gheddafi e sostenitori dell’ex regime che accolgo apertamente nel mio ufficio».

La diplomazia italiana è determinata a puntare sulla carta della realpolitik per stabilizzare la situazione in Libia. Anche a costo di dover accogliere personaggi con scheletri nell’armadio piuttosto vistosi e a chiedere loro, ovvero al Governo concorrente dell’Esecutivo di Tripoli riconosciuto dalla comunità internazionale e da sempre sostenuto da Roma come unico Governo legittimo, il supporto per la difesa degli interessi nazionali energetici nel Paese africano. Sull’opportunità o meno di tale scelta ne parliamo con l’Ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte, docente di Strategia presso l’Università di Trieste e già Rappresentante Militare per l’Italia presso i Comitati Militari NATO e UE.

Intanto, Ammiraglio, quali sono i temi al centro dell’incontro, al di là dell’agenda ufficiale?

L’Italia sta cercando di stabilire un dialogo con tutti i vari attori principali della situazione libica. Non solo, ma da alcuni anni l’Italia addestra soldati e guardia costiera della Libia. Ora, la situazione di Haftar è una situazione particolare perché fino ad esso l’Italia si era rivolta solo al Governo di coalizione, adesso finalmente comincia a parlare con  i vari attori principali e questo è un aspetto finalmente positivo. Il fatto che Haftar formalmente sia ricevuto dal Ministro Pinotti e  non dal Presidente del Consiglio mostra come noi facciamo bene attenzione a rispettare le gerarchie, almeno quelle teoriche, nel Paese libico.

Nella giornata di questo incontro fra Haftar e il Ministro Pinotti emergono nuovi elementi che dimostrerebbero la responsabilità penale del generale Haftar in alcune esecuzioni a sangue freddo commesse  dai suoi uomini. Il blog di sicurezza americana Just Security mostra un video del 2015 in cui addirittura il generale ordina ai suoi sottoposti di non fare prigionieri. Queste accuse così gravi come potrebbero ripercuotersi sull’incontro di oggi e sulla politica dell’Italia nei confronti della Libia?

Le accuse molto pesanti contro una sola parte della guerra civile sono delle accuse che coprono solo una parte della verità. Quello che è successo in Libia fra il 2011 e oggi è una guerra civile  vera e propria di cui tutti si sono macchiati di colpe gravissime e bisognerebbe capire perché emergono delle accuse contro l’uno ma non contro l’altro. Non c’è dubbio che quando di qui a qualche anno sarà finita la guerra civile in Libia, sarebbe opportuno un intervento del Tribunale Internazionale. Per il momento i colloqui che noi facciamo con le varie parti libiche servono soprattutto per creare una situazione post-conflittuale.

Quindi è inevitabile, alla luce della guerra civile, che l’Italia si adegui a trattare con soggetti su cui pendono pesanti accuse? Non può essere questo controproducente nei confronti di uno Stato  civile e democratico come l’Italia? Si sta andando a parlare con soggetti che hanno delle ombre piuttosto forti.

Noi dobbiamo parlare con tutti, le ombre in Libia ce le hanno tutti. In Libia i ‘buoni’ non ci sono, se si seguisse un approccio ideologico noi non parleremmo con nessuno dei leader libici.

Sarebbe comunque importante che, quando sarà terminato il conflitto o vi sarà una politica di stabilizzazione della Libia, vi sia un intervento delle Nazioni Unite nei confronti di chi potrebbe essersi macchiato di gravi crimini. Crede che questo intervento dell’ONU e della Corte Penale Internazionale sia credibile? Potrà esserci giustizia internazionale nei confronti di chi sarà riconosciuto colpevole?

Come dimostra la storia recente, i Tribunali Internazionali vengono convenuti, vengono chiamati a lavorare, mediamente cinque anni dopo la fine di un conflitto. Quindi quando finirà il conflitto in Libia, diciamo fra cinque anni se va bene, si aprirà la finestra per il Tribunale Internazionale. Quindi non prima di dieci anni.

Ma riuscirà a funzionare a distanza di tutti questi anni? I protagonisti del conflitto allora potrebbero già aver fatto perdere le loro tracce.

I leader non fanno mai perdere del tutto le loro tracce. Ed i Tribunali Internazionali funzionano quando la popolazione locale è satura, è stufa di vendetta nei confronti dei leader del periodo della guerra civile.

E crede che questo possa avvenire anche per il popolo libico?

E’ successo per tanti popoli. Quando arriva  la stanchezza della guerra mediamente il popolo vuole fare piazza pulita rispetto al passato. Quando invece il popolo non vuole fare piazza pulita si mantiene i propri leader sapendo benissimo di cosa si sono macchiati.

Nel futuro della nazione libica si  presenta con forza anche la figura di Saif al-Islam, il figlio dell’ex dittatore Gheddafi. L’inviato dell’ONU in Libia Ghassan Salame ha dichiarato che le elezioni, presidenziali e parlamentari, saranno aperte a tutti e che quindi qualunque accordo politico potrà comprendere anche il figlio di Gheddafi e i sostenitori dell’ex regime. Come si comporterà l’Italia di fronte allo sdoganamento di Gheddafi operato addirittura dalla massima istituzione internazionale quale l’Organizzazione delle Nazioni Unite?

Bisogna vedere quanti voti e quanti consensi raccoglie. Non c’è dubbio che Gheddafi rappresentava una grossa fetta della popolazione libica e questo purtroppo l’abbiamo dimenticato. I leader sono sostanzialmente degli interpreti della volontà popolare.

Il figlio di Gheddafi è molto rispettato, anche in virtù del suo nome, dalle tribù libiche, ha l’appoggio anche del generale Haftar. Alla luce di questo potrebbe avere veramente un ruolo in futuro?

Io non amo guardare nella sfera di cristallo. Penso però che ogni tanto le nazioni possano evitare la loro scissione rivolgendosi a un personaggio che raccolga il consenso  sia di una parte che dell’altra. L’attuale situazione libica è a un passo dalla scissione fra la Tripolitania e la Cirenaica e non c’è dubbio che personaggi quali i membri della famiglia Gheddafi, almeno quelli che non si sono compromessi nel passato commettendo delitti, vengano tirati fuori. Questo è tipico di una famiglia che appartiene alla zona di congiunzione fra Tripolitania e Cirenaica, i Gheddafi infatti sono originari di Sirte.

Alla luce di quanto detto sembra che la situazione libica stia cambiando. Sia il figlio di Gheddafi che Khalifa Haftar in qualche modo potranno avere un ruolo nel futuro della Libia. In questo mutato scenario in cui non si conta più soltanto sul governo di Fayez al-Sarraj, ma anche su altri attori, quale ruolo sarà permesso all’Italia di condurre? Sarà protagonista o potrebbe essere tagliata fuori?

Il ruolo dell’Italia dipende dalla volontà libica. Se la volontà libica è quella di mantenere un rapporto privilegiato con l’Italia allora l’Italia, checché pensino e checché facciano gli altri Paesi occidentali o comunque del Nord, sarà grande. Quindi dipende da noi.

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