mercoledì, Ottobre 20

Inaugurazione sottotono field_506ffbaa4a8d4

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“Fine al rito. E il sacro bosco sia disgombro dai profani.”

(Norma, di Felice Romani)

Se ne sono accorti tutti! L’inaugurazione del sette dicembre di quest’anno 2014 era piuttosto giù di corda, diciamo moscia. Ne hanno parlato poco i giornali, poco le televisioni. Non c’è andato il presidente Napolitano gravato da “impegni istituzionali”, come non è andato Matteo Renzi che avrebbe potuto mandare almeno la Boschi… Invece c’erano il presidente del Senato Pietro Grasso ed il ministro Franceschini che si è mostrato preoccupato per gli incidenti fuori dal Teatro e le ripercussioni che avrebbero potuto esserci sul numero dei visitatori dell’Expo. Curioso che non avesse mostrato un’analoga preoccupazione per la nostra immagine internazionale, quando plaudiva al licenziamento di coro e orchestra in servizio al Teatro dell’Opera di Roma o quando sosteneva che 14 fondazioni lirico-sinfoniche in Italia erano troppe. Tutta roba di poche settimane fa. Ma tant’è!

Dobbiamo dire che quest’anno, come quella milanese, anche l’inaugurazione della nuova stagione all’Opera di Roma era stata piuttosto sottotono, con un titolo di ripiego rispetto alla precedentemente prevista Aida, la Rusalka di Dvorak, definito in quattro e quattr’otto dopo la defezione del maestro Muti. La scelta esprimeva chiaramente la volontà di mantenere un basso profilo a seguito delle note vicende innescatesi dopo il bombastico quanto inutile licenziamento di cui ormai tutti sanno tutto (non possiamo, però, tacere che su ‘Il Tempo’ di Roma è uscito in questi giorni un articolo che rivelava che già in aprile il sovrintendente Fuortes avrebbe chiesto un parere all’Avvocatura dello Stato sul possibile licenziamento di massa del personale artistico; il sovrintendente ha prontamente smentito una notizia che getta una luce sinistra su tutta la vicenda, perché ne rivelerebbe la premeditazione: ci domandiamo se contemporaneamente abbia sporto querela…).

Tornando a Milano ed alla sua “prima”, la personalità di maggiore rilevanza politica era la Christine Lagarde, presidente del Fondo Monetario Internazionale. Dall’Europa qualcuno viene sempre: lo scorso anno Barroso, quest’anno lei. Sono presenze che servono a sottolineare l’attenzione riservata alla cultura o semplici occasioni mondane? O forse, più che altro, la signora Lagarde veniva ad omaggiare il sovrintendente francese uscente, Stéphan Lissner, che lascia il posto all’austriaco Alexander Pereira? Si sa, i Francesi ci tengono …

 Insomma, l’opera di inaugurazione di questo Sant’Ambrogio era il Fidelio, unica fatica melodrammatica di Beethoven, che Daniel Barenboim, direttore musicale, anch’esso uscente, ha diretto, con la regia dell’inglese Deborah Warner. Ricordiamo che il Fidelio è un Singspiel, quindi i numeri musicali sono legati non da recitativi ma da dialoghi, recitati ovviamente in tedesco. Per questo, forse, tutti o quasi gli interpreti venivano dalla terra della Merkel, lasciandoci perplessi sull’opportunità di inaugurare il più importante teatro italiano con questo interessante titolo più adatto, magari, ad essere il secondo della stagione, piuttosto che il primo (del resto anche a Roma si è inaugurato con un opera non propriamente da inaugurazione, la Rusalka in lingua ceca: ci dobbiamo abituare a tali scelte inopportune dettate sempre da valutazioni di ordine extramusicale?).

Gli interpreti, dicevamo, praticamente tutti tedeschi, collaborano abitualmente con Barenboim a Berlino, dove il direttore argentino-israeliano è direttore musicale dell’Opera di Stato, confermando che La Scala scegliendo tutti cantanti provenienti da Berlino, decide di esserne una specie di succursale e conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che la massiccia presenza, all’interno del Teatro, di figure apicali straniere non valorizza la nostra tradizione musicale (nella scelta dei titoli, degli interpreti, degli allestimenti) che, per quanto riguarda il teatro d’opera, è la più rilevante a livello planetario. Del resto anche Muti l’ha detto: a proposito della Scala ha auspicato “che si riappropri del suo repertorio”.

Inutile dire che l’ambientazione di questo Fidelio era in linea con le tendenza più frusta, più logora, più banale degli ultimi anni, cioè quella di trasferire la vicenda in epoca attuale. I costumi sembravano quelli di un telefilm tedesco del tardo pomeriggio: tute da operaio, giacche di pelle vintage della solita serie “portateveli da casa che è più moderno”, o da sindacalista in pensione. Scegliete voi. La scena invece raffigurava una sorta di fabbrica dismessa (pare che fosse una lavanderia) che si popolerà alla fine di personaggi con indosso caschi da operaio, fazzoletti rossi ed altri armamentari da “autunno caldo”.

Al pubblico in sala lo spettacolo è piaciuto, ma si sa che il pubblico della prima è di bocca buona, non ha grandi pretese musicali ma prevalentemente mondane: il pubblico istituzionale è contento perché l’indomani i mezzi di comunicazione citeranno i loro nomi o le loro foto; il pubblico presenzialista è contento perché ha presenziato; il pubblico pagante, che magari ha speso 2400 euro per un biglietto di platea (andando in coppia 4800!) deve essere contento per forza altrimenti dovrebbe ritenere di avere male investito il proprio denaro.

In molti hanno stroncato lo spettacolo. Ad esempio Paolo Isotta dalle colonne del “Corriere Della Sera”, ha criticato le scelte musicali di Barenboim (l’utilizzo, al posto di quella del Fidelio, dell’ouverture “Leonora n. 2”, scritta da Beethoven per una versione precedente) oppure i suoi tempi troppo lenti che anche qualcun altro ha definito “wagneriani” (che significa sbagliati! Wagner necessita forse di tempi lenti?), come pure ha criticato la vocalità degli interpreti considerata perlopiù inadeguata.

Philippe Daverio si è unito al coro di coloro che non hanno apprezzato lo spettacolo dal punto di vista scenico e registico. Guardandolo con i detenuti di San Vittore, lo ha definito uno “spettacolo radiofonico. Basta non guardarlo” criticando, ovviamente, la tristezza dei costumi e il tipo di ambientazione (che ormai impera alla Scala) e sostenendo di non poterne più “di questi travestimenti in una contemporaneità indecifrabile, che non sappiamo se è quella di Blade Runner o quella di un ultimo telefilm americano … una fanfaronata cialtrona” che in sostanza tradisce lo spirito dell’opera.

 Una prima di Sant’Ambrogio un po’ mesta anche perché quest’anno la vera prima sarà quella della Turandot (con l’orribile finale di Luciano Berio!), a maggio, diretta da Riccardo Chailly in concomitanza con l’apertura dell’Expo. Intanto Pereira continua ad invitare il pubblico a non fischiare perché altrimenti i grandi cantanti (quali grandi cantanti? forse sarebbe più opportuno dire i più celebri, visto che oggi la celebrità non si raggiunge più con l’eccellenza) non vogliono più venire alla Scala … Non vi preoccupate, è solo un banale tentativo di cloroformizzare il forte dissenso che ha attraversato l’era Lissner (di cui il Fidelio era l’ultimo prodotto) e che con molta probabilità accompagnerà l’era Pereira.

 

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