martedì, Maggio 18

In vista delle elezioni anticipate Salvini sta operando per non fare nessuna coalizione e lo sta facendo obbligando il governo a parlare e far parlare solo di migranti

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Molto probabilmente, le elezioni politiche saranno anticipate e agganciate a quelle europee. Il doppio scenario in Italia sarà  in realtà simbolicamente unificato, perché nel 2019 la posta in gioco consisterà nella sopravvivenza in Europa o la Italexit, che preludere alla Euroexit nel caso in cui i sovranisti europei avranno la maggioranza dei seggi nel Parlamento europeo. A ben vedere, basta l’Italexit per dare un colpo mortale all’Europa. E se la maggioranza dei voti, stando ai sondaggi (molto aleatori) che circolano, prevede che Lega e 5S prendano il 60% dei voti, il fantasma dell’Italexit e dell’Euroexit, diventa realtà.

Quel 60% di elettori vuole la fine dell’Europa ma si accontenterebbe anche dell’Italexit. Abbiamo solo la speranza che nei prossimi mesi le percentuali si ribaltino, e magari di molto. Ma come? Iniziando col dire che la differenza la fanno i 5S rispetto all’Italexit, nel senso che un’anima dei 5S, che non sappiamo quanto sia in percentuale, vuole l’Europa unita e l’Italia nella Comunità Europea. È la componente cosiddetta ‘di sinistra’,  quella che fa capo a Roberto Fico. Se davvero i dirigenti dei 5S vogliono l’Italexit, Fico può sganciarsi col suo elettorato da un movimento che non rispecchierà più uno dei principi fondamentali di quella parte dell’elettorato dei 5S, ossia sí all’Europa Unità con l’Italia dentro. Ma dove andrà Fico? Fara una sua formazione? Da qui in poi, il discorso entra nel cuore del problema.

La Lega, invece, vuole la fine della Comunità Europea e l’uscita dell’Italia dalla Comunità. I suoi dirigenti, con a capo il loro leader, non perdono occasione per dirlo. Matteo Salvini sa che il vento è propizio, sa che quello che sta succedendo in questo momento in Italia lo avvantaggia ma non sarà per sempre, per questo spinge più che può sull’obiettivo: elezioni anticipate e fine dei giochi per l’Italia in Europa. Obiettivo al quale gli stanno dando una mano Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, visto l’inconsistenza di entrambi a respingere l’arroganza del leghista che ovunque parla dicendo cosa deve fare chi. Forse, è voluta quella inconsistenza.

Salvini e Di Maio lavorano per la fine dell’Europa e/o dell’Italia nella Comunità Europea. A sancire le due fini basterà l’uscita dall’euro, ma i leghisti non dicono come la rinnovellata lira italiana contrasterà le altre monete, perché l’Italia non ha un’economia solida,  tanto che è la peggiore dei paesi fondatori della UE, economia la cui crisi è attualmente attutita dalla BCE che la tiene a galla come può.

Nessun leghista dice cosa succederà con la reintroduzione della lira; fanno proclami gli economisti della Lega (ma davvero tra questi c’è Borghi?….), ma nessuno ha mai letto da loro un ragionamento credibile sulle possibilità che la lira sia forte quanto l’euro per contrastare speculazioni e fare investimenti vantaggiosi. Non dicono quale sarà lo scambio tra lira ed euro, che non è però difficile immaginare: torneremo al rapporto tra lira e marco, ossia la lira sarà la metà dell’euro, e forse è anche peggiorata la proporzione. Non dicono quanto costerà comprare in lira le materie prime, che l’Italia non ha. Tacciono anche sul costo dell’energia, che pagata in lire farà ancora di più aumentare i costi delle fabbriche e dei cittadini. E poi non dicono niente di niente sul tema più delicato: i pagamenti. Se tornassimo a farli in lira, sarà un disastro. Il debito pubblico diventerebbe immediatamente più del doppio, e ogni italiano che nasce avrà non 13.000 € sulla groppa, ma 60.000 milioni di lire. Praticamente, il fallimento.  E allora, sarà proprio la lira a contrastare i mercati mondiali? Non la rublira? O il dollira, o piuttosto lo yuanlira (che in questo caso suona pure sinistro)? Con buona pace dei sovranisti e del loro popolo, che passerà da una Comunità Europea certa a un padrone extraeuropeo incerto. (L’ipotesi poi che la lira, da sola, contrasti i mercati, che la lira vinca le sfide finanziarie mondiali col debito pubblico che si trova l’Italia, è come parlare di ossigeno sulla luna).

Quello che non si capisce è che tipo di elettorato sia quello che auspica l’uscita dall’euro. Chiederlo alla parte più intestinale è inutile, ma chiederlo agli imprenditori che votano Lega si può e si deve. E allora: possibile che non sappiano fare un comunicato inequivocabile che sappia inquadrare esattamente la questione secondi i loro stessi interessi? O anche gli imprenditori percepiamo al nichilismo diffuso che vuole la fine dell’Italia? Sarebbe importante saperlo.

Andiamo quindi alle elezioni con più incertezze che certezze, soprattutto sul dopo elezioni. E anche per la Lega c’è un problema elettorale.

Ora che Salvini si è mostrato per quello che è, sarà praticamente impossibile considerarlo membro  di una coalizione di centro-destra: Salvini ha superato anche la soglia della destra, collocandosi nell’estremismo di destra, smontando anche quel falso ideologico che faceva dire al furbastro di turno che eravamo alla fine delle ideologie. Continuano a esserci ma per assurdo godono di buona salute quelle che la Costituzione Italiana dichiara fuori legge. E hanno pure il loro capo popolo le ideologie fuori legge, il quale cavalca il popolo ma non lo rappresenta. Rappresentare un popolo è cosa ben diversa dall’arringarlo. Ma si sa il limite del popolo, e lo aveva scorto già Platone quando scriveva che «il popolo è ingrato, incostante, crudele, maldicente, ignorante, proprio un insieme di gente plebea raccolta da ogni dove, e di violenti chiacchieroni; ma chi è loro amico è di gran lunga più sciagurato» (Platone, Assioco, 269, VIII, a).

L’ultima frase spiega la natura del cavalca popolo, che Salvini incarna perfettamente. Fa quindi male Silvio Berlusconi a rincorrere Salvini, perché ora che Berlusconi non ha più il fisic du rol dell’inizio, appare solo alla ricerca dell’ultimo passaggio elettorale per scopi ancora di più solo personali rispetto all’epoca in cui conquistava i moderati. E i moderati non lo seguiranno.

Il Paese è davvero in mezzo al guado, e a condurlo è stato Salvini, il quale si rivela dittatore anche per il rispetto che dimostra per i suoi partner, a partire da Conte che dovrebbe essere il vero capo del governo. Invece, sotto al naso dei 5S, Salvini sta facendo la sua campagna elettorale. La sta facendo, usando l’attuale legge, quel super porcellum di Rosato che permette a quel partito o coalizione che raggiunga il 40% dei consensi, di costruire il Parlamento a propria immagine e somiglianza. Solo che Salvini sta operando per non fare nessuna coalizione e lo sta facendo obbligando il governo a parlare e far parlare di migranti. Altri problemi non ce ne sono e se i 5S provano a introdurne uno, per esempio le pensioni d’oro, subito la Lega di Salvini lo blocca. Poi, sempre la Lega, blocca anche l’annullamento delle concessioni… Insomma, la Lega fa passare solo quello che vuole e vuole solo che si parli male dei migranti. Che danno consensi allo “stronzo” (dixit Miccichè) Salvini, e a darglieli sono quella parte di popolo ignorante e violenta.

Ma in vista di elezioni si apre anche il tema di chi può contrastare la Lega, e qui torna in gioco Fico, nel senso che solo una maggioranza composta da antisovranisti italiani potrà contrastare il modello anti Europa della Lega e di una parte dell’elettorato dei 5S, quello che si riconosce in Fico. Ma che succede nell’area non giallo-verde?  Da chi sarebbe rappresentata? E quanti sono gli elettori?

Quelli di Forza Italia che si riconoscono in Tajani e quelli del Partito Democratico da quando si è dato più una posizione di centro piuttosto che di sinistra. Ma questa posizione alla fine non ha ripagato i suoi dirigenti. Infatti, molti suoi elettori si sono spostati con Fico e molti altri non si sono spostati da casa il giorno delle elezioni. Sta quindi uscendo allo scoperto il tema più delicato nel PD, la sua identità politica: sinistra o centro? Innanzitutto, si può dire che questa storia del centro-sinistra non ha portato fortuna al PD. Infatti, il dibattito è aperto proprio per rivendicare la sinistra e non il centro nel PD. Su questa identità si gioca il futuro del PD, un’identità che è  elettorale, politica e culturale. La lotta interna nel PD si è aperta e Walter Veltroni, in un articolo su ‘La Repubblica’, ha rotto gli indugi: ha parlato di un PD di sinistra, senza mai richiamare il centro. Lo ha anzi così oscurato, tanto da scrivere che non rientrano nella storia del PD termini quali ‘rottamazione’. Più chiari di così sulla fine del centro nel PD non si poteva essere. Basta questo per ricostruire la sinistra in Italia, o meglio, per riassemblarla sotto un’unica sigla e non disperdersi, elettoralmente, politicamente e culturalmente, in mille inutili rivoli di sigle? Tutto dipenderà da quale leader guiderà il PD, quali spazi sarà in grado di aprire una volta che la prassi dell’epurazione sia, anche quella, rottamata, e quali nomi ci saranno ancora nella famosa lista da fare per le elezioni: se leggeremo ancora di seggi per la Boschi, il PD sarà definitivamente bloccato. Diversamente, forse Fico troverà una ragione per staccarsi da un movimento sempre più leghista, più che pentastellato.

Tra le diverse ragioni per tornare all’unità della sinistra, c’è la seguente: c’è ancora spazio per una formazione che rilanci l’welfare (della sanità, dell’istruzione, della giustizia)? C’è ancora spazio per non rappresentare i banchieri e rappresentare invece il bancario? C’è ancora spazio per una formazione che dica che la maggioranza della popolazione è composta da dipendenti e non da imprenditori e che è  tempo di rimettere al centro i diritti dei lavoratori e non solo quelli dei datori di lavoro? C’è un leader capace di dire che la sinistra non nasce o muore per decreto, come è  stata fatta tracollare dai provvedimenti assunti dai governi di tutto il mondo negli ultimi 25 anni? Insomma, c’è un leader che non è caduto nella trappola della globalizzazione e che è capace di dire  che globali sono diventate le ingiustizie e globale l’impoverimento economico, culturale, sociale, continuando però a vivere nel mondo una popolazione che ora vive peggio da quando la globalizzazione ha tutelato e accresciuto solo i diritti di chi detiene il 5% della ricchezza mondiale, coloro che già si fanno tutelare a prescindere da chiunque, usando la ricchezza per snaturare diritti e redistribuzioni?

A questo punto serve essere ancora più chiari e dire che la stessa espressione centro-sinistra appare inefficace per indicare chi può intervenire per riequilibrare le ingiustizie in campo. Possiamo parlare apertamente solo di sinistra, rimettendo in pista un termine che Berlusconi ha reso sinonimo del diavolo (ma dimenticandosi di fare altrettanto con il termine ‘destra’). Forse si deve fare più che provare a farlo, perché negli scenari attuali è l’unica espressione in grado di ripristinare qualche giustizia, scenari che hanno fatto passi indietro rispetto agli anni ‘60, quando la sinistra ha avuto il suo periodo d’oro e, paradossalmente, le politiche sociali ed economiche di tutti gli Stati Occidentali erano molto più redistribuite e giuste rispetto a quelle portate dalla globalizzazione. È paradossale, ma cinquant’anni dopo c’è più bisogno di sinistra visto che le politiche economico-sociali globali hanno messo all’angolo chi ha di meno rispetto agli anni ‘60. E la partita peggiore deve ancora iniziare, e sarà quella della robotica sul lavoro e l’azzeramento di ogni concetto di lavoro umano. E all’azzeramento della sopravvivenza di chi non avrà robot (e non sarà robot) chi sta pensando?   Ma poi: c’è bisogno di essere di sinistra per dire che i diritti e la giustizia riguardano la vita della maggioranza dei cittadini globali? È una questione di sinistra riequilibrare le storture in atto, queste sí avvenute per decreto? Perché se difendere la giustizia, rispettare la cultura e restituire alla politica la sua dignità significa essere di sinistra, vuol dire che da  Platone a Ghandi, passando da Mandela, c’è una sinistra storica nel globo che non è finita.

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