venerdì, Settembre 17

In Ucraina vincono i moderati Le urne premiano il presidente Poroscenko e il premier uscente Jazenjuk ma anche alcune forze nuove

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Per chi ama le semplificazioni, l’esito del voto ucraino è indiscutibilmente univoco: la “piccola Russia” dei nostri avi ha “scelto l’Europa”. E la vittoria della rivolta o rivoluzione di Maidan dello scorso inverno ha ricevuto il suo secondo e più probante suggello democratico dopo l’elezione presidenziale che aveva innalzato Petro Poroscenko al vertice della Repubblica indipendente partorita nel 1991 dalla frantumazione dell’Unione Sovietica.     

Un esito netto, peraltro, ma anche alquanto scontato. Sulle forze e gli uomini che avevano partecipato o appoggiato la rivolta contro il regime di Viktor Janukovic sono confluiti oltre due terzi dei voti validi complessivi e il 90% abbondante di quelli raccolti dai partiti che hanno superato lo sbarramento del 5% e metteranno perciò piede nella nuova Rada, il parlamento monocamerale di Kiev. È quanto emerge dai dati provvisori sulla consultazione della scorsa domenica.

Aspettarsi qualcosa di diverso era però ben difficile. L’Ucraina nata a Maidan ovvero identificatasi attivamente o tacitamente con il nuovo regime ha subito nel frattempo l’amputazione della Crimea e la sollevazione dei separatisti filorussi del Donbass sostenuta con ogni mezzo da Mosca,  che non potevano non rinsaldare i sentimenti e le convergenze di segno patriottico. Quanto all’opzione europea, lo stesso Janukovic aveva cercato di conciliare i multiformi legami con la Russia con l’associazione alla UE prima di venire costretto dal Cremlino a rinunciare a quest’ultima.

Quanto invece all’attendibilità del responso delle urne, i 2500 osservatori internazionali hanno riscontrato una pressocchè totale regolarità delle operazioni, comunque certamente superiore a quella delle ultime elezioni precedenti. Modesta è stata la partecipazione al voto, intorno al 52%, ma in realtà neppure troppo bassa per un Paese in una parte del quale gli scontri non sono ancora del tutto cessati malgrado la tregua ufficialmente in vigore, e inoltre afflitto da esodi e da una rovinosa crisi economica.

I votanti sono stati naturalmente pochi (intorno al 32%) nelle zone contese del Donbass, dove si presume che si siano recati alle urne solo quanti hanno ritenuto utile pronunciarsi a favore dei partiti filorussi o anti Maidan. E così pure nei maggiori centri del Sudest in generale, dove prevalgono  divisioni etniche e politiche non estremizzate.

Le scelte vincenti, d’altronde, per quanto chiare e nette, non potevano a loro volta essere entusiastiche. Non solo le condizioni del Paese sono quelle appena dette, ma anche l’operato complessivo dei nuovi dirigenti non è stato sicuramente tale da suscitare consensi incondizionati da nessun angolo visuale. Al contrario, forse soprattutto tra quanti riponevano maggiori speranze nella svolta l’insoddisfazione per una prevalente continuità di segno negativo era e resta diffusa.

Si aggiunga, infine, l’amaro ricordo della brutta fine dell’altra svolta in senso democratico e filo-occidentale: la “rivoluzione arancione” del 2004, vanificata nel giro di pochi anni dalle inesauribili e insanabili diatribe tra gli uomini che essa aveva portato al potere. Compresa la “pasionaria” Julja Timoscenko, l’ex premier la cui successiva persecuzione da parte di Janukovic e compagni ne ha fatto adesso una figura simbolo della causa vittoriosa nella piazza più famosa di Kiev. Eppure, alla resa dei conti personale, poco più che un simbolo.

Nulla vieta beninteso di confidare che l’aspra prova di forza e resistenza, diretta e indiretta, con la grande Russia faccia il miracolo, rispetto a simili trascorsi, di mettere d’accordo le diverse ed eterogenee componenti dello schieramento sceso in campo a Maidan e assestatosi dopo la vittoria. Appare tuttavia ovvio che permanga al riguardo un più o meno forte ed esteso scetticismo, tale comunque da incidere non poco sull’astensionismo di domenica scorsa. Ma è proprio questo il primo dei due punti chiave sui quali il responso delle urne doveva fornire le indicazioni più attese e va quindi valutato per la sua reale importanza.  

Poiché metà dei seggi della Rada vengono distribuiti su base proporzionale ai voti di lista e un’altra metà col sistema maggioritario uninominale, può darsi che l’esito di questa seconda gara, per il momento ancora non assodato, finisca col modificare sensibilmente l’esito già sostanzialmente noto della prima.

Accadeva già in passato a vantaggio degli “oligarchi”, capaci di mobilitare con i loro soldi le clientele locali, e in definitiva, ultimamente, di Janukovic da essi prevalentemente sostenuto. Non a caso uno dei rimproveri rivolti dai più giovani e scalpitanti innovatori ai nuovi dirigenti era appunto quello di non avere cambiato questo sistema elettorale.

Qualcuno ritiene che la mancata innovazione potrebbe adesso favorire l’oligarca già in primissimo piano, ossia Poroscenko, il cui Blocco omonimo (nato da poche settimane), smentendo tutti i sondaggi che lo davano intorno al 30%, ha ottenuto oltre otto punti in meno nel voto di lista e ha dovuto incassare l’assegnazione della maggioranza relativa al Fronte popolare del premier Arsenj Jazenjuk, che ha invece superato il 22 %.

Presidente e premier in carica (ed evidentemente destinato a rimanervi, salvo sorprese) dovranno comunque formare insieme il nerbo della nuova coalizione di governo, sia pure con l’indispensabile aggiunta di uno o due altri alleati. Il primo candidato naturale è il partito denominato Samopovich (autodifesa o autosoccorso) e capeggiato da Andrij Sadovij, sindaco di Lviv, la vecchia Leopoli, roccaforte occidentale del nazionalismo europeista.

Quest’altra giovane formazione, rappresentante in particolare di un’ampia fetta delle milizie volontarie che combattono a fianco dell’esercito regolare, ha beneficiato anch’essa di un consenso nettamente superiore alle previsioni piazzandosi, con l’11% dei suffragi, al terzo posto della graduatoria. Un successo, il suo, tanto più rimarchevole in quanto il suo nazionalismo relativamente moderato ha avuto la meglio su quello estremista del Partito radicale di Oleh Ljashko, un populista che propugna l’esecuzione sommaria di tutti i ribelli del Donbass fatti prigionieri.

Benchè probabilmente finanziati senza risparmio dall’oligarca Igor Kolomoiskij, governatore della provincia di Dnipropetrovsk, i radicali hanno dovuto accontentarsi della metà dei consensi previsti, ossia di un 7%  che permette loro di entrare nel nuovo parlamento ma contribuisce ad escluderli da qualsiasi collaborazione governativa.

Peggio ancora hanno fatto del resto altri gruppi oltranzisti di destra quali Svoboda (Libertà) e Pravij Sektor (Settore destro), la cui bocciatura secca (anche se il primo dei due si è avvicinato alla soglia di ingresso nella Rada) dovrebbe rendere più difficile ai media russi e filorussi dipingere abitualmente l’intero schieramento di Maidan come fascista o nazista grazie al ruolo di punta o particolarmente visibile che simili formazioni  hanno svolto nella sollevazione di piazza.

Sul versante opposto ha scavalcato il muro del 5%, con circa il doppio dei suffragi, soltanto il Blocco di opposizione guidato dall’ex ministro dell’Energia Jurij Bojko e dall’ex capo gabinetto di Janukovic, Sergej Ljovochkin, un ennesimo miliardario che aveva preso un po’ le distanze dal deposto presidente ma ne ha raccolto in qualche modo l’eredità con l’appoggio di altri e più noti oligarchi come Rinat Achmetov, il più ricco di tutti gli ucraini, e Dmitrij Firtash, sotto processo negli USA per irregolarità finanziarie. Condannato quindi non solo per il suo nome all’opposizione, potrà esercitarla in parlamento a differenza del Partito comunista, già alleato di Janukovic ed escluso per la prima volta dalla Rada essendo sceso sotto il 4% dei voti.

C’è infine il caso Timoscenko. Dissociatasi dal già amico e seguace Jazenjuk, l’ex premier è scesa in lizza ancora una volta per conto proprio alla testa del partito “Patria”, che ha superato a malapena lo sbarramento fatale a conferma di un prestigio ormai al tramonto. Il suo 5% o poco più potrebbe però diventare importante se la nuova coalizione governativa dovesse avere bisogno anche dei suoi deputati.

Anche la bionda Julia, tuttavia, si colloca almeno in parte tra gli oltranzisti antirussi, dopo essere stata persino condannata per una presunta tresca con Putin in materia di petrolio. Oltre a non avere mai brillato per predisposizione al compromesso, ha infatti proposto un referendum per l’immediata adesione alla NATO spingendosi così persino più in là di Jazenjuk, la cui plateale ostilità verso il Cremlino già faticherà, si presume, a conciliarsi con la relativa moderazione di Poroscenko nel duro confronto con il principale antagonista.

Dato comunque l’insieme delle indicazioni emerse dalle urne la previsione più diffusa è che la linea sinora seguita dai dirigenti di Kiev sul fronte esterno e recante la prevalente impronta del presidente della Repubblica dovrebbe trovare conferma e continuità. Fermo restando, naturalmente, che molto se non tutto continuerà altresì a dipendere dalla strategia e dalla tattica della controparte, sui cui propositi non mancano né i segnali né i pronostici. Ma i primi vanno a corrente alterna e i secondi suonano per lo meno aleatori.

Mentre sul campo non si smette di sparare e di uccidere, da Mosca si prende atto dell’esito della consultazione riconoscendone la regolarità anche come base di partenza per un più costruttivo dialogo bilaterale. Al tempo stesso, con precaria coerenza, si afferma altresì che il voto non è stato libero. In Occidente ha però suscitato scandalo soprattutto l’annunciato riconoscimento russo della legalità delle elezioni amministrative nel Donbass in mano ai ribelli, anticipate al 2 novembre prossimo per sottolineare la separazione da quelle analoghe nel resto dell’Ucraina fissate per il 7 dicembre.

Per quanto non scontato, il gesto del Cremlino non può sorprendere, tenuto conto che la più ampia autonomia possibile per le due province separatiste è un dichiarato obiettivo russo anche nei negoziati con Kiev. Semmai, può essere invece considerato un segnale di immutata apertura al compromesso la perdurante astensione di Mosca, in questo caso coerente con se stessa, dal riconoscere le due repubbliche indipendenti proclamate nelle suddette province della “nuova Russia”.  

Come che sia, l’intera partita tra Kiev, Mosca e i filorussi ucraini rimane pienamente aperta a qualsiasi sviluppo, comprese le sue componenti economiche con gas e gasdotti in testa e con il relativo coinvolgimento anche dell’Europa di Bruxelles. Ed è altrettanto sicuro che qualsiasi sviluppo di rilievo non secondario condizionerà pesantemente anche la partita interna ucraina proprio sulla problematica interna del Paese.

E’ una partita, non chiusa dal voto di domenica, tra le diverse forze premiate dal responso delle urne ma anche e soprattutto tra l’azione che esse sapranno intraprendere con la necessaria coesione e risolutezza, da una parte, e le aspettative e reazioni popolari dall’altra.

Anche a questo riguardo l’esito del voto ha creato premesse promettenti emarginando la maggioranza delle forze estremiste e pur assicurando un sano pluralismo tra quelle più moderate ovvero idonee a collaborare. La materia su cui agire è però tanta, oltremodo impegnativa e facilmente divisiva, tanto da poter riaccendere una conflittualità politica tutt’altro che insolita nel Paese e da risvegliare pulsioni sovversive a livello popolare con l’aiuto di fomentazioni e strumentalizzazioni dall’esterno.   

 

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