sabato, Settembre 18

In Romania la più grande moschea d'Europa

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I lavori per la costruzione della più grande moschea d’Europa cominceranno in questa primavera a Bucarest. Con una decisione che colse di sorpresa l’opinione pubblica e che per qualche tempo non venne resa nota, nel maggio dello scorso anno il Governo rumeno assegnò più di 11 mila ettari nella zona di Romexpo, considerata di alto valore economico, al progetto di una mega-moschea che avrà nelle sue adiacenze una scuola coranica (dalla quale dovrebbe nascere col tempo un’università teologica), un centro di assistenza sociale e varie sale per incontri culturali. Tutta l’area entrerà nella diretta proprietà dell’ufficio del gran Mufti del culto mussulmano di Romania.

I mussulmani in Romania si identificano in sostanza con la minoranza turca, ovvero tatara, che risiede nella regione della Dobrugia. Situata lungo il Mar Nero questa regione rimase sotto diretta amministrazione ottomana fino al 1878, quando il Congresso di Berlino la unì al giovane Regno di Romania (che non la voleva, essendo essa povera, insalubre e, all’epoca, con una percentuale di rumeni molto bassa).
Dall’annessione alla Romania in poi, comunque, i mussulmani della Dobrugia non hanno né provocato né subito particolari tensioni. E a sigillare un’annosa, pacifica convivenza nel 1913 a Costanza, capoluogo della regione, il re Carlo I inaugurò personalmente un’imponente moschea che ancora oggi, fatto abbastanza inusuale trattandosi di un cristiano, porta il suo nome. Attualmente in questa regione sono circa 70 mila i mussulmani, i quali compongono una comunità da considerarsi in sostanza autoctona. A Bucarest gli insediamenti mussulmani hanno, invece, origine da recenti attività legate soprattutto al commercio, tanto che la maggioranza dei circa 8.000 mussulmani residenti in città non sono neppure cittadini rumeni. Ad oggi funzionano nella capitale quattro moschee, oltre a diversi luoghi di preghiera e di generica cultura religiosa non registrati ufficialmente.

Che il progetto per la più grande moschea d’Europa sia stato concepito per la città di Bucarest non ha suscitato reazioni da parte della Chiesa ortodossa, largamente maggioritaria in Romania. Il portavoce del patriarcato ha messo anche recentemente in chiaro che non esistono obiezioni alla decisione del Governo e che la gerarchia non ha motivo di approvare o disapprovare una scelta che non è di sua competenza. Una simile discrezione può essere suggerita al Patriarcato oltre che da sentimenti di tolleranza e di rispetto, indubbiamente autentici, anche dal fatto che la stessa Chiesa ortodossa sta, faticosamente, costruendo a Bucarest una nuova cattedrale dalle grandiose dimensioni, denominata ‘Cattedrale della Redenzione nazionale’. Per quest’opera, già iniziata, si stanno raccogliendo fondi e poiché l’appoggio materiale del Governo risulta indispensabile, critiche al suo generoso atteggiamento verso i luoghi di culto non suonerebbero in questo momento molto opportune.

Resta il fatto che proprio la questione del finanziamento per la costruzione della moschea ha suscitato qualche polemica. Lo stesso gran Muftì di Romania, Iusuf Murat, ha recentemente confermato quel che già era trapelato da tempo e cioè che i costi verranno sostenuti dal Governo turco, il quale, anzi, avrebbe già assicurato una prima tranche di tre milioni di euro.

Non sarebbe, certo, quella di Bucarest la prima moschea in Europa finanziata da governi di Paesi mussulmani per sovvenire ai bisogni di correligionari, ma nel caso rumeno il disagio è accresciuto dal fatto che la richiesta stessa della moschea è venuta da Ankara, non dai fedeli islamici rumeni. E’ stato il Governo di Recep Tayyip Erdogan a sollevare per primo la questione fin dal 2004. Ne sono seguiti lunghi negoziati al termine dei quali il Ministero degli Esteri rumeno, accedendo ai desiderata della Turchia, ha sollecitato, nel 2012, il Comune di Bucarest ad individuare un’area adeguata per l’erigenda moschea.

Il Presidente rumeno Klaus Iohannis (egli stesso appartenente a una confessione minoritaria nel Paese, quella luterana) si è recato la settimana scorsa in visita di Stato in Turchia, e nel corso dei suoi colloqui con Erdogan si è discusso anche della futura moschea di Bucarest. Secondo Iohannis la «presenza di una importante comunità di origine turca in Romania è un legame forte fra i due Paesi», e ha ricordato che nel testo di un protocollo sottoscritto ancora negli anni ’90 fra Romania e Turchia era tra l’altro prevista, sia pure genericamente, «l’assegnazione di immobili per la creazione di luoghi di culto in favore, rispettivamente,  dei credenti mussulmani e di quelli cristiani ortodossi». Il punto è che quando l’accordo fu firmato entrambe le parti pensavano ai tatari della Dobrugia e non ad altre aree rumene che, fino ad oggi almeno, hanno una popolazione islamica di numero molto limitato.

Alla vigilia della partenza di Iohannis per la Turchia la Chiesa ortodossa rumena ha ritenuto di segnalare alla stampa che «è stata espressa più volte la rispettosa sollecitazione a che il Governo turco metta a disposizione un terreno a Istanbul per la costruzione di un ricovero per i pellegrini rumeni. Non chiediamo una chiesa vera e propria ma, appunto, un ricovero ed eventualmente una cappella». Le sollecitazioni, per quanto rispettose e tutto sommato modeste, non hanno avuto finora buon esito. A Istanbul, che per gli ortodossi è ancora Costantinopoli, cioè la prestigiosa sede del Patriarcato ecumenico, i rumeni si servono di una piccola chiesa messa a loro disposizione dai greci, mentre ne desidererebbero una di loro proprietà. E non è forse un caso che Iohannis, nella prima tappa della sua vista di Stato, abbia voluto incontrare proprio in questa chiesa, presa a prestito, la diaspora rumena di Istanbul, la quale conta per lo meno 5.000 credenti.

Forse l’unilaterale esempio dato dalla Romania servirà a sbloccare la situazione dei culti anche nella città sul Bosforo, benché al proposito Erdogan abbia avuto cura di non assumersi ufficialmente alcun impegno.
In generale le relazioni fra Romania e Turchia sono ottime sia dal punto di vista degli scambi commerciali che da quello politico, e ciò dovrebbe facilitare la gestione di eventuali problemi, anche di natura delicata come quelli religiosi. E’ innegabile, però, che la costruzione della grande moschea di Bucarest è vista con perplessità da alcuni settori dell’opinione pubblica rumena anche per motivi non strettamente religiosi. I mussulmani del Paese sono indubbiamente leali e pacifici, ma le implicazioni internazionali del progettato centro islamico potrebbero superare le capacità di controllo delle autorità locali. I ripetuti attacchi dinamitardi in Paesi più attrezzati nel lavoro di intelligence sono un campanello d’allarme che sarebbe leggero non voler tenere in conto. A ciò si aggiunge la questione dell’identità nazionale. Comunità mussulmane sono presenti in Romania fin quasi dal tempo della sua fondazione e i rapporti che hanno saputo instaurare con le altre comunità religiose sono stati sempre corretti e, anzi, cordiali. Il radicamento strettamente regionale dei mussulmani ha probabilmente favorito questo positiva evoluzione. Ma la moschea in progetto, così chiaramente sovradimensionata, servirebbe non tanto le tradizionali comunità mussulmane di Romania quanto gruppi cosmopoliti di recente immigrazione, la cui volontà d’integrazione non può essere data per scontata. Tanto che, secondo i critici, l’impatto della peculiare costruzione sulla città in termini sia fisici che simbolici, ne modifica in modo piuttosto brusco il carattere per fini in gran parte non suoi.

 

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