giovedì, Maggio 6

In morte di Gabriel Garcia Marquez Il 17 aprile scorso è morto a Città del Messico. Ma non si è spento

0

Gabriel Garcia Marquez

Gabriel Garcia Marquez era uno dei due artisti con cui mi ero prefissata, da adolescente, di prendere un caffè. Mi immaginavo arrivare sotto casa sua, suonare il campanello, vedermi rifiutare e restare per giorni davanti al suo cancello, fino a che lui avrebbe avuto il buon cuore di farmi entrare per bere quel caffè che tanto sognavo.  E durante quel caffè gli avrei parlato di quanto il suo Romanzo,  “cent’anni di solitudine”, mi avesse segnata durante l’adolescenza. Di come mi fossi immersa per ore e ore nella lettura delle avventure di tutti gli “Aureliano” di cui aveva popolato Macondo. Di come anch’io, adolescente, mi sentissi in fin dei conti confinata in un Macondo in cui nessuno mi capiva.

I miei amici guardavano “Trainspotting”, io disegnavo alberi genealogici della famiglia Buendia per non perdermi. Alberi genealogici che, tra parentesi, non tornavano mai. Ma soprattutto gli avrei detto che “Cent’anni di solitudine” sarà anche il suo romanzo più famoso, il secondo romanzo  in lingua spagnola più importante mai scritto, preceduta solo da Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes, ma era soprattutto per la raccolta “Gente di Bogotà” che mi ero perdutamente (spiritualmente) innamorata di lui. Per una raccolta di scritti giornalistici datati 1955 e 1956, quando i miei genitori andavano all’asilo.

Scritti che parlavano di tutto: di cinema, di letteratura, ma anche di quello che “Gabo” vedeva per la strada. Appassionato scienziato del genere umano, me lo immaginavo a passeggiare al mercato annotando le stranezze della gente su di un taccuino, ma anche le ingiustizie, le costrizioni, i torti più o meno evidenti di cui avrebbe successivamente scritto con ironia e la velata tristezza di cui solo un grande amante della propria gente potrebbe scrivere.

Da quegli articoli tratti dal quotidiano “El Expectador” avevo capito che quello di cui parlava Gabriel Garcia Marquez era tutto vero: la solitudine, la passione, la guerra, la volontà, gli eventi, la vita nei suoi continui addii e ritorni. Forse parlava per metafore, Gabo, ma parlava di tutte cose vere, che aveva visto, aveva annotato e aveva fatte proprie.

Se fossi riuscita a bere quel caffè nerissimo con lui gli avrei raccontato che se avevo deciso di scrivere era tutto merito suo. Certo, poi erano venute Sophie Kinsella e le altre ragazzacce della chick lit, ma in principio c’era lui. Lui che mi aveva aperto gli occhi e mi aveva fatto capire che un libro non è solo qualcosa che leggi quando qualcun altro te lo impone, ma è un biglietto aereo della classe più economica che esista per andare a vedere come vivono le persone dall’altra parte del mondo, o dall’altra parte della piazza.

Non avrei voluto niente da lui, soltanto riuscire a dirgli quanto in fin dei conti mi abbia cambiato la prospettiva della vita. Lui mi avrebbe ascoltata, avrebbe sorriso della mia ingenuità e a me sarebbe bastato quello. Oltre ad un autografo sulla mia copia di “cent’anni di solitudine”. Avrei sentito un tuffo al cuore nel vederlo scrivere il mio nome.

E invece purtroppo Gabriel Garcia Marquez non c’è più. “Cosa ti aspettavi?”, mi sembra quasi di sentir sospirare Ursula: “il tempo passa”. Certo, il tempo passa, i sogni mutano, ma le idee che ti hanno cambiato la vita restano. “Gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce, ma che la vita li costringe ancora molte altre volte a partorirsi da sé”, come aveva scritto proprio Gabo in “l’amore ai tempi del colera”.

Ora Gabo lo immaginerò per sempre così, con una tazza di caffè nerissimo in mano e sulla faccia un sorriso enigmagtico che non mi farà mai veramente capire se nella scrittura sto facendo davvero un buon lavoro o se tutto ciò che ci accade è solamente destino.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->