giovedì, Ottobre 21

In Libia partono le armi ma in Italia rimango i soldati field_506ffbaa4a8d4

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L’Italia, in tutto questo dejavù storico che si è già visto, ci si aspettava avrebbe mantenuto una posizione coerente con quanto dichiarato dal gennaio 2015 fino a pochi giorni fa.
Per Roma la priorità in Libia era di aprire una missione militare capace di stabilizzare le sacche di resistenza, garantire la sicurezza dell’Esecutivo ed evitare l’avanzata e la conseguente radicalizzazione dello Stato Islamico.
La linea politica italiana non era sostenuta da tutti i partiti politici e soprattutto era osteggiata dai vertici militari che nella Libia moderna hanno visto un ‘Vietnam italiano’ prossimo ad aprirsi a due passi dalle coste nazionali, i rischi di una missione erano molti, ma il valore strategico del Paese è ancora oggi indiscusso.
In tutto questo l’esercito italiano avrebbe avuto il ruolo di testa di potente, garantendo la sicurezza degli interessi nazionali rappresentati dai pozzi petroliferi di ENI e di mediatore politico con la figura del Generale Paolo Serra (da sempre dato per presunto comandante della missione ).
Una volta poste le basi per un dialogo, il ruolo politico dell’Italia sarebbe aumentato a scapito di quello militare, che sarebbe passato all’Esercito regolare libico, formato con tutti i canoni di rispettabilità richiesto ad un Esercito funzionante.
A dispetto di tutto e di tutti, Roma ha deciso di sostenere la fine dell’embargo e di chiamarsi fuori da qualsiasi coinvolgimento militare nella zona.
I 5mila uomini promessi dal Ministro Roberta Pinotti pronti per qualsiasi ruolo tattico in Libia, possono tornare a dormire sonni sereni dopo due anni di tentennamenti e false partenze, l’Italia ha finalmente deciso che non aprirà nessuna missione militare.
Tale missione, ora sfumata, non era solo programmata per arginare l’avanzata delle bandiere nere contro i pozzi petroliferi italiani in Cirenaica ma anche per arginare l’avanzata di migranti diretti vero la Sicilia.

Proprio la sicurezza dei pozzi petroliferi – dati in concessione all’italiana ENI – è il nodo cruciale su cui si dovrà lavorare, senza una missione e con le milizie libiche che si contendono un potere immaginario, l’interesse energetico nazionale è messo a dura prova dall’instabilità del Paese.
L’Italia, infatti, non solo si è tirata fuori dai giochi militari, ma si è detta anche estranea all’invio di truppe per la protezione dei pozzi petroliferi come richiesto lo scorso aprile dal Al-Serraj. Un appello che fece sobbalzare i governi di tutto il mondo occidentale, messi di fronte all’evidenza di una richiesta si doveva necessariamente evadere in qualche modo. D’un colpo sembrava che il mondo fosse finalmente pronto proiettarsi nel ginepraio libico con il colpo in canna.
Il Premier, il 25 aprile, aveva chiesto aiuto all’Onu per presidiare i pozzi petroliferi minacciati dall’IS, proprio a Vienna, Roma ha respinto non solo tale richiesta, ma anche la messa in sicurezza della stessa missione Onu a Tripoli.
Dunque, nemmeno per proteggere la missione Onu ci saranno soldati italiani, ma uno dei Paesi che invece se ne occuperà sarà il Nepal, di cui finora molti ignoravano l’interesse in Libia.
L’Italia ha, infatti, declinato l’offerta al pari di altri Stati europei, spiega il Ministro degli Esteri da Vienna.

Un passo indietro totale ed inaspettato, soprattutto dal Paese, l’Italia, che avrebbe dovuto essere co-autrice di una rinascita moderna della Libia.
Roma aveva ed ha i mezzi diplomatici, storici e militari perché in Libia si creino quelle condizioni prima politiche e poi di sicurezza che permetterebbero al Paese di ritornare ad essere un valido interlocutore internazionale sul piano economico.

Nonostante tutti i buoni propositi, le ferme opposizioni interne ai vari partiti, che volevano l’Italia ed il suo Esercito schierati in prima linea già da novembre dello scorso anno si era riusciti a mantenere una linea coerente ed efficiente, un dialogo costruttivo che aveva imparato dalla Storia recente come non si può escludere una parte dal dialogo per le trattative di pace.

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