martedì, Settembre 28

In Libia partono le armi ma in Italia rimango i soldati field_506ffbaa4a8d4

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L’epopea che sembra inesorabilmente accompagnare la Libia da cinque anni a questa parte ha scritto una nuova  pagina di Storia ieri a Vienna.
Il Governo di Unità Nazionale del Premier Fayez al-Serraj (che ancora Governo di Unità Nazionale non è) si è fatto portavoce della richiesta ufficiale diretta alla comunità internazionale di non inviare contingenti nel Paese perché non necessari.
Su questo ultimo punto, cioè sull’effettiva necessità della presenza militare internazionale a supporto della ‘bolla di sicurezza’ per far ripartire le attività commerciali, ci sarebbe da discutere, visto che le milizie che al-Serraj giura di aver unificato risultano ancora senza un comando credibile.
La richiesta appare ragionevole, seppur avanzata da un Governo che non è pienamente legittimato dal popolo e dalle altre istituzioni libiche ma che gode dell’avvallo della comunità internazionale.
Il Premier, forte del sostegno europeo ed americano, nel suo discorso di apertura al vertice del Gruppo di sostegno internazionale, tenutosi a Vienna, sottolinea come la Libia possa combattere lo Stato Islamico e tutti gli altri nemici interni al Governo senza contingenti stranieri, quello che manca veramente sono le armi.
La richiesta ufficiale non tarda, dunque, ad arrivare, il Premier vuole armi, e, per ottenerle in modo lecito deve ottenere l’annullamento dell’embargo sugli armamenti che è in vigore in Libia dal 2011.
All’epoca, la richiesta di non far entrare nel territorio armi, di qualsiasi calibro o gittata, serviva per garantire la messa in sicurezza della popolazione civile e la non proliferazione di un mercato nero che avrebbe alimentato la guerra intestina. A distanza di cinque anni, ed un embargo altrettanto lungo, si evince che il cuore del problema non era sicuramente l’arrivo delle armi, perché la Libia vive da Stato Unitario quando in realtà appare come Stato Fallito alla mercé del miglior offerente.
A Vienna, nonostante la forte opposizioni degli analisti e dei ricercatori, si è eliminato per metà il divieto di commercio delle armi.
Da oggi le aziende che si occupano di produrre e vendere armamenti potranno legalmente esportare i propri prodotti in supporto alle milizie regolari che si schierano in funzione anti-IS.
Tutti i carichi provenienti dal Europa e Stati Uniti, saranno rigorosamente supervisionati dai governi e dalle rispettive catene di comando politico e militare, ciò non toglie che l’enorme afflusso di armi inciderà pesantemente sull’escalation della violenza nel Paese.
Quello che preoccupa maggiormente, oltre al piccolo arsenale che ci si aspetta arrivi entro tempi brevi, è la nascita di un mercato nero, che con l’andare del tempo prenderà sempre più potere economico ed influenza sociale, minando gravemente la sicurezza regionale.
Tali preoccupazioni non sono solo frutto delle ansie di analisti ed esperti, ma risultano essere il prodotto di una Storia già vista più volte nel corso degli ultimi anni, più precisamente in Iraq ed Afghanistan.
Gli Stati Uniti e la stessa Europa decisero, a tempo debito, di sovvenzionare con grandi carichi di armamenti (dal piccolo calibro alle artiglierie) orde di talebani pronti alla guerra contro l’Unione Sovietica.
Le stesse armi e le stesse artiglierie che gli stessi talebani hanno utilizzato, senza alcuna remora, contro gli stessi americani dal 2002 in Afghanistan.
Armi ed artiglierie già usurate e vecchie, che andavano cambiate questa volta per sconfiggere la tanto temuta Al-Qaeda, sembrava impossibile non inviare armi ai talebani, di nuovo. E di nuovo è stato fatto l’errore.
Una volta ricacciati indietro i seguaci di Osama Bin Laden, i talebani con quelle armi hanno portato avanti una guerriglia lunga ben 15 anni, sorridendo per come l’Occidente continui ostinatamente a vendere armi a chiunque si dichiari in buona fede.
Chiunque, in Paese in guerra civile come la Libia, la Somalia o la stessa Siria, non dovrebbe ricevere armi senza garanzie di come queste verranno utilizzate o a chi verranno affidate.
Senza la presenza e la creazione di eserciti regolari, gestiti da Governi degni di questo epiteto, le armi sono solo un mezzo tramite cui la violenza si esprimerà in maniera sempre più forte, in un Paese che urla la sua voglia di pace.
Dalla Storia si continua a non imparare nulla, la comunità internazionale sta commettendo gli stessi errori di quindici anni orsono, senza vedere i danni che potrebbe portare in futuro.
In diverse precedenti analisi si è detto quanto sia errato per il futuro libico armare ed inviare denaro ad un Paese che ancora non ha una sua stabilità politica e che manca completamente di un apparato di controllo per le varie milizie.

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