sabato, Aprile 17

In Libia con la minaccia invisibile dell’uranio impoverito

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In Libia stiamo per andarci, questo è certo. Ma con quali modalità è ancora da definire. Lo vogliono gli Stati Uniti, scalpitano Francia e Regno Unito, l’Italia è in attesa di vedere quale ruolo le verrà concesso. Dato il repentino variare delle dinamiche e degli equilibri internazionali, e a fronte di uno stallo sostanziale sul piano politico (il Governo di riconciliazione nazionale di Fayez al-Sarraj tarda a costituirsi ed è difficile che possa riuscire a insediarsi a Tripoli in tempi brevi), è probabile che un intervento militare focalizzato contro lo Stato islamico (IS/Daesh) e a favore del Governo di Tobruk (e del generale Khalifa Haftar) possa essere anticipato, e questo indipendentemente dall’agenda italiana, pur senza escludere Roma da un ruolo significativo almeno sul piano formale.

Il fine del potenziale impegno italiano? La tutela dell’interesse e della sicurezza nazionali; dunque, non solo protezione degli interessi economici e di approvvigionamento energetico, ma anche la sicurezza e la difesa fisica dalla minaccia potenziale di una Libia nel caos e a rischio di destabilizzazione irreversibile. Una Libia in cui, a fronte di un processo politico che procede a rilento e che potrebbe arenarsi di fronte alle ambizioni e agli interessi degli attori sul campo di battaglia – e degli esclusi dal gioco politico che aprirebbe le porte a un processo di spartizione del potere e delle risorse del sottosuolo -, è concreto il rischio di un aumento del ruolo di IS/Daesh; un ruolo, quello della succursale libica in franchising che, alimentato dall’affluire di volontari del jihad dal Sahel e dal Nord Africa, potrebbe a sua volta contribuire alla destabilizzazione di Egitto e Tunisia e indurre il frammentato fronte jihadista a unirsi sotto la bandiera nera del califfato. Un’ipotesi certamente non remota, all’attenzione degli analisti e dei tecnici impegnati nel processo di pianificazione strategica e operativa del prossimo intervento militare in Libia.

E se è certo che ciò avverrà in tempi relativamente brevi, meno certe sono le modalità con cui sarà avviata questa travagliata e complessa missione. Ma, al di là di quelle che saranno le scelte sul piano strategico-operativo, per le quali si rimanda ai numerosi contributi di pensiero pubblicati anche su queste colonne, è necessario focalizzare l’attenzione su una questione di fondo: qualunque ipotesi di azione militare di terra sarà preceduta da un’intensa campagna aerea. E parliamo di raid e bombardamenti che verranno condotti al fine di distruggere le installazioni militari riconducibili a IS/Daesh, demolire le linee di comunicazione degli uomini del califfato ed eliminare la leadership di alto-medio livello in Libia. L’area di intervento principale, e iniziale, sarebbe la zona di Sirte, in cui sono concentrate le forze jihadiste.

Tali azioni, oltre a raggiungere gli obiettivi a breve termine (completamento della missione), quali conseguenze avranno per i libici (civili e militari) e per le truppe occidentali che saranno chiamate a impegnarsi per i prossimi anni nel teatro operativo più vicino all’Italia e all’Europa? Volendo essere più espliciti, proviamo a dare una risposta a questa domanda: quali armi sono state e saranno utilizzate? Quali gli effetti sull’ambiente, sulla popolazione civile e sui militari che andranno a operare in Libia?

Per rispondere è opportuno tornare indietro di qualche anno e riportare alla memoria ciò che avvenne nel 2011, anno in cui, a danno delle forze di Muammar Gheddafi, furono condotte oltre 18.000 operazioni di volo e relativi bombardamenti aerei, a cui si aggiunsero i missiliTomahawk’ (impiegati nell’ordine delle centinaia al giorno), e questo principalmente nell’area di Tripoli, capitale e città più popolosa della Libia con oltre un milione di abitanti. Numeri, quelli relativi ai bombardamenti, che potranno essere ampiamente superati in caso di nuovo intervento militare.

Ciò di cui si deve tenere conto, al di là dell’elevato quantitativo di ordigni utilizzati, o dell’intensità dei bombardamenti, è in particolare la tipologia degli armamenti impiegati; una considerazione che trova fondamento scientifico ed empirico, oltre che nelle valutazioni effettuate nei teatri di guerra degli ultimi vent’anni, anche nello studio pubblicato nel 2011 da Massimo Zucchetti, professore ordinario del Politecnico di Torino.

Si tratta, in breve – come descritto da Zucchetti – di armi che contengono quantità variabili da 3 a 400 kg cadauna di uranio impoverito (Depleted Uranium, DU), un componente estremamente efficace, che garantisce un alto potere di penetrazione, e a basso costo (circa due dollari al chilogrammo) ma dagli effetti devastanti sulla salute dell’uomo, poiché le polveri sprigionate dall’esplosione di un ordigno che contiene uranio impoverito hanno un rilevante impatto sull’incidenza tumorale di chi viene a contatto con questa sostanza. In genere, circa il 70% dell’uranio brucia al momento dell’impatto con l’obiettivo e viene polverizzato e disperso nell’ambiente sotto forma di ossidi; una stima, certamente grossolana, degli ossidi dispersi sulla superficie della Libia (in prossimità degli obiettivi colpiti) va da 2 a 280 tonnellate circa. Numeri che potrebbero essere raddoppiati in caso di una nuova campagna aerea.

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