lunedì, Agosto 2

In Libano l’esplosione sociale è dietro l’angolo La stessa classe politica che ha causato il disastro dovrebbe trovare soluzioni. Fino ad ora non c'è riuscita. Ora la UE minaccia sanzioni e Israele tende la mano. Dietro la crisi una partita geopolitica

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Che sta succedendo in Libano? Più o meno quanto previsto. Forse un po’ più del previsto. Secondo un report della Banca Mondiale, la crisi finanziaria che il Paese sta attraversando potrebbe essere annoverata tra le tre peggiori al mondo dalla metà del 1800. La Svizzera del Medio Oriente è crollata. Crollata sotto il peso della corruzione sempre più vorace e dell’incompetenza dei politici che continuano a guidarla.

Bastano i numeri a raccontare questa crisi record. Il PIL del Paese è crollato di circa il 40%, a 33 miliardi di dollari l’anno scorso dai 55 miliardi di dollari del 2018, l’ultimo anno pre-crisi. La valuta libanese ha perso oltre il 90% del suo valore dall’autunno 2019.
Secondo uno
studio del fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, l’UNICEF, la crisi sta colpendo in particolare i bambini. Più del 30% dei bambini nel Paese salta i pasti. Oltre il 50% dei libanesi è finito in povertà. Il 77% delle famiglie non ha cibo a sufficienza o denaro a sufficienza per comprare cibo (tra i rifugiati siriani -circa 1,5 milioni- questa percentuale sale al 99%). Il 60% delle famiglie deve acquistare cibo a credito o prendere in prestito denaro. Il 30% dei bambini non riceve l’assistenza sanitaria di base. Il 76% delle famiglie ha dichiarato di essere colpito dal massiccio aumento dei prezzi dei farmaci. 1 bambino su 10 è stato mandato a lavorare. Il 40% dei bambini proviene da famiglie in cui nessuno ha un lavoro e il 77% da famiglie che non ricevono assistenza sociale. Il 15% delle famiglie ha interrotto l’istruzione dei propri figli. Ladisoccupazione è salita vertiginosamente, con oltre la metà della popolazione precipitata nella povertà, si sta assistendo alla scomparsa della classe media, e ora i libanesi combattono contro la scarsità di carburanti, energia elettrica,medicinali, e altri generi di prima necessità.

L’inizio di questa discesa agli inferi risale al 2019, quando decenni di corruzione e moltiplicazione dell’indebitamento hanno iniziato a dare segni di insostenibilità. Poi il 4 agosto 2020 una grossa esplosione in un impianto di stoccaggio di fertilizzanti nel porto di Beirut ha ucciso circa 200 persone, ne ha ferite oltre 6.000, e ha causato danni per oltre 10 miliardi di dollari lasciando circa 300.000 persone senza casa. E oltre a morti e danni ha fatto esplodere la pazienza della gente, che più che mai in questo frangente si è resa conto della inconsistenza e rapacità della sua classe politica. Insieme all’impianto, quel 4 agosto, è esploso anche l’establishment politico-istituzionale che però, come le macerie, è rimasto lì sul terreno a soffocare il Paese.
Contestualmente alla disastrosa esplosione,
la crisi pandemica.
Così, il Paese è scoppiato, dopo decenni di spesa in deficit da parte del governo e politiche monetarie insostenibili. Le poche imprese per la gran parte hanno chiuso, le banche in gran parte si sono rivelate insolventi e a seguire, il crollo della valuta e i prezzi di quasi tutti i prodotti alle stelle e in continuo aumento. Considerando che, con un’economia basata sulle banche e sul turismo, il Libano produce in proprio pochissimo in tutti i settori e che per tanto l’80 per cento dei suoi beni di consumo deve essere importato, la crisi valutaria ha mandato in tilt i consumi. L’iperinflazione ha portato a triplicare i prezzi dei generi alimentari negli ultimi mesi. E sullo sfondo anche il rischio del crollo della già scarsa produzione agricola. La superficie coltivata nella valle della Bekaa si era già ridotta del 10% tra il 2019 e il 2020. L’accesso al cibo è già critico, ma se l’agricoltura crolla, le conseguenze umanitarie saranno catastrofiche.
In questa situazione molti libanesi decidono di emigrare.

La stessa classe politica che ha causato il disastro dovrebbe trovare soluzioni perchè i libanesi escano con le ossa il meno rotte possibili. Fino ad ora non c’è riuscita e sono ben pochi i libanesi disposti a credere che ci riusciranno. Il perchè è presto detto, anzi, lo ha dichiarato apertamente Hassan Diab, Primo Ministro del governo che lo scorso anno si è dimesso ma che resta ancora in carica visto che Saad Hariri è stato designato Primo Ministro nell’ottobre 2020, ma finora non è riuscito a formare un governo. Diab ha denunciato un «sistema di corruzione» che non solo è«profondamente radicato in tutte le funzioni dello Stato», ma di fatto è «più grande rispetto allo Stato» e così potente che lo Stato «non può affrontarlo o liberarsene». Una vera e propria arresa che non permette di nutrire alcuna speranza di riscatto.
Il governo dimissionario difronte alla crisi che peggiora di giorno in giorno si giustifica dicendo che essendo dimissionario non ha l’autorità per prendere decisioni politiche radicali, i partiti politici litigano per la composizione di un nuovo governo, e un nuovo governo si continua a non intravedere all’orizzonte.
In questa situazione i libanesi protestano, senza fiducia alcuna, anzi, ritengono che la situazione possa solo peggiorare. Si susseguono manifestazioni e si assiste a sequestri di autocisterne con relativa distribuzione gratuita di benzina ai passanti, riferiscono le agenzie.

In queste ore, il Ministro della Difesa israeliano Benny Gantz si è offerto di assistere il Libano: «Israele ha offerto assistenza al Libano in passato, e anche oggi siamo pronti ad agire e ad incoraggiare altri Paesi a tendere una mano al Libano in modo che possa ancora una volta fiorire ed uscire dal suo stato di crisi». E non è solo una questione di solidarietà, naturalmente. Il Libano è centrale nello scontro regionale tra Iran, Israele e il resto dell’Occidente. «Le condizioni socioeconomiche sempre più disastrose rischiano» di avere «effetti regionali e potenzialmente globali», aveva messo in guardia la Banca mondiale in un rapporto del mese scorso.
La crisi della benzina in Libano potrebbe essere affrontata entro pochi giorni se solo il Libano accettasse le spedizioni di petrolio iraniano, che sono sanzionate dal diritto internazionale, ha affermato nelle ultime settimane il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah. Hezbollah alla fine negozierà direttamente con Teheran e importerà petrolio iraniano attraverso il porto di Beirut se il governo libanese non inizierà ad «assumersi le proprie responsabilità», ha detto Nasrallah.

Una tale mossa potrebbe portare le petroliere iraniane non lontano dalle coste israeliane, sottolineano i media israeliani, e ovviamente è l’ultima cosa che Tel Aviv vuole. Anzi, questa potrebbe essere l’occasione per addivenire alla formalizzazione della pace tra Israele e il Libano, in cambio di un poderoso aiuto a Beirut per uscire dalla crisi. Libano e Israele hanno condotto nell’ultimo anno negoziati mediati dagli Stati Uniti in merito al confine marittimo e alle zone economiche esclusive, questo potrebbe essere il momento per un accordo reciprocamente utile.

Mancano pochi giorni a una «esplosione sociale» del Paese, ha avvertito, nelle scorse ore, Hassan Diab, invitando la comunità internazionale a salvare il Paese, dove «i libanesi stanno affrontando questo oscuro destino da soli», ha detto Diab. Il Primo Ministro ha esortato le Nazioni amiche a estendere l’assistenza nonostante la mancanza di un nuovo governo, affermando che collegare gli aiuti alla riforma di un sistema profondamente corrotto è diventata una «minaccia per la vita dei libanesi» e per la stabilità del Paese. «Faccio appello attraverso di voi ai re, principi, presidenti e leader di paesi fratelli e amici, e invito le Nazioni Unite e tutti gli organismi internazionali, la comunità internazionale e l’opinione pubblica mondiale ad aiutare a salvare i libanesi dalla morte e a prevenire la fine del Libano», ha detto. Diab ha anche affermato che solo un nuovo governo potrebbe riavviare i colloqui con il Fondo monetario internazionale (FMI). «Questo governo non ha il diritto di riprendere i negoziati con l’FMI per attuare il piano di risanamento stabilito dal governo, poiché ciò comporta obblighi per il prossimo governo che potrebbe non approvare», ha detto.
In queste ore dall’Unione Europea arriva la conferma che sarebbero allo studio sanzioni contro i politici che stanno ostacolando la formazione del nuovo governo. Nulla di preciso trapela, ma la misura potrebbe essere non priva di rischi politici per il Libano e per la capacità della UE di incidere in futuro.

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