giovedì, Maggio 6

In Italia, mafie costituzionali field_506ffb1d3dbe2

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Franco Roberti

Male e bene da sempre si fronteggiano, apertamente, nascostamente. Un percorso talvolta in piena luce, talaltra carsico. Così può rappresentarsi l’immane lotta che quotidianamente oppone coloro che garantiscono ai cittadini una società ancora dominata dalla giustizia, dalle leggi, contrastando le prevaricazioni di una sotto-società criminale. Quella che osserva unicamente le leggi della giungla, della sopraffazione, della morte.

In Italia, bene e male vogliono anche dire criminalità organizzata, che si concretizza soprattutto nei robusti tronchi delle declinazioni criminali della camorra, della ‘ndrangheta, della mafia. Questi bubboni pestilenziali non solo seminano crimini e sangue ovunque allunghino i loro tentacoli ma, nel corso degli anni  -persino dei secoli-, hanno sviluppato una propria cultura, seppure deteriore. E’ cultura una sorta di epica che, in un brodo primordiale di delinquenzialità, crea eroi, gente ‘di rispetto’, persino aedi, com’è nel caso dei neo-melodici per la camorra.

Da assai meno anni ha cominciato a germogliare fra la gente, nella società civile, una cultura anticriminale che ha altri eroi, ovvero coloro che combattono la mala pianta della delinquenza. Il vertice simbolico di questa piramide della resistenza contro la malavita organizzata è il Procuratore Nazionale Antimafia. Il 25 luglio 2013 è stato eletto a questa carica, in sostituzione di Pietro Grasso, divenuto Presidente del Senato, il magistrato napoletano Franco Roberti, in trincea da sempre contro il crimine. Fu lui che, in veste di coordinatore della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Napoli, fra il 2005 e il 2009 diresse quelle indagini che scardinarono numerose organizzazioni criminali operanti nel capoluogo campano e nell’area casertana. In virtù di tali indagini, venne completamente annientato il gruppo stragista del cosiddetto ‘Clan dei Casalesi’, con la cattura e la condanna di tutti i pericolosissimi latitanti che lo componevano.

Incontro Franco Roberti nella sua sede di lavoro, in via Giulia. E’un luogo assai significativo, che mescola fra le sue pietre disperazione e speranza. L’edificio di quella strada, che fu una delle vie aristocratiche delle Roma papalina, (si chiamava così perché ebbe una grande spinta da Papa Giulio II della Rovere), in origine costituì le cosiddette ‘Carceri nuove’, inaugurate nel 1644 da Papa Innocenzo X Pamphili, in sostituzione delle carceri obsolete e infernali attive fino ad allora. Esse furono il primo penitenziario moderno, tanto da meritarsi gli elogi del filantropo inglese John Howard (l’equivalente anglosassone del nostro Cesare Beccaria), che intorno al 1776 condusse un’indagine sulla condizione carceraria in Europa. L’architetto fu Virgilio Spada, con la sovrintendenza di Antonio del Grande: a loro si deve questo edificio spazioso che, quand’era in funzione, ospitava, senza il sovraffollamento che costituisce l’attuale cancro carcerario, 600 detenuti d’ambo i sessi. Non pochi, se pensiamo che la città di Roma contava all’epoca 120.000 abitanti (meno d’un suo attuale quartiere).

Ma ora ri-proiettiamoci ai giorni nostri ed al nostro gentile intervistato per affrontare un tema sempre attuale: l’Italia dalle due anime, quella della cultura della mafia e della cultura dell’antimafia. “Le mafie tradizionali italiane“, afferma Franco Roberti “non sono fenomeni emergenziali, bensì elementi costitutivi della realtà sociale, economica e culturale di tre Regioni: la Campania, la Calabria e la SiciliaLa loro evoluzione è da ritenersi figlia sia della disattenzione nel corso degli anni dei poteri legali; sia dell’utilizzazione da parte di quest’ultimi dei soggetti violenti come instrumentum regni».

Ovvero, risalendo pe’ li rami, possiamo arrivare direttamente a Liborio Romano?
Perfettamente. Il rapporto fra pubblici poteri e camorra a Napoli si consolidò alla luce del sole fin dall’800. Romano fu Prefetto di Polizia di Francesco II appena prima che la spedizione dei Mille approdasse a Napoli, anzi, lo incoraggiò a ritirarsi a Gaeta, dicendo che così si sarebbero evitati spargimenti di sangue. Salvo, poi, recarsi a ricevere Garibaldi in arrivo in treno da Salerno, alla Stazione cittadina. E fu lui a rivolgersi alla camorra ed al suo capo indiscusso, Tore ‘e Crescienzo (tal Salvatore De Crescenzo) per il mantenimento dell’ordine pubblico, ‘in virtù  -come scrive Piero Bevilacqua nella sua ‘Breve storia dell’Italia meridionale’-  della sua organizzazione e del suo potere di controllo territoriale’. Tanto che questo battaglione di malavitosi vigilò anche sul referendum di annessione, ricevendo una sorta di amnistia globale ai propri orrendi delitti.

Insomma, allora come oggi, la camorra rappresenta una sorta di mala pratica, un modello, sia pure all’incontrario, persino più efficiente del potere legittimo?
L’organizzazione prese il nome dalla propria attività estorsiva, detta, appunto, ‘camorra’ o ‘decima’. Ha da sempre offerto servizi ai cittadini, imponendo percentuali sulle transazioni e, in cambio, garantendo tranquillità.

E la mafia?
Anche in quel caso la mafia offre servizi e costruisce un sistema di vita alternativo e parallelo che costituisce una piramide sociale ‘diversa’, ma persino più efficace e ambita, secondo la visione di chi ha questo modus vivendi nel DNA e si considera appagato nella propria promozione all’interno dell’organizzazione. Lo Stato ha alternato da sempre, nei confronti della mafia (ma anche di ogni organizzazione criminale radicata territorialmente), un comportamento che talvolta l’ha affrontata come fenomeno emergenziale, talaltra ha fatto  finta di ignorarla completamente. Ritengo che l’ostentata rassegnazione alla convivenza costituisca un alibi, l’esplicitazione di una precisa volontà di non volerla contrastare, cosa che, invece, si può fare benissimo e l’hanno dimostrato  le offensive che hanno spesso scardinato organizzazioni apparentemente invincibili.

Ovvero, c’è un vizio ab origine, di una cultura della convivenza fra legalità e illegalità?
Addebito a tutti i Governi, dall’Unità in avanti, fino ad oggi, di non aver fatto assurgere la lotta alla mafia quale priorità della propria azione; sospendo il giudizio rispetto all’attuale Premier che ha enunciato tale principio in un articolo su ‘La Repubblica‘ all’atto del suo insediamento. Vedremo.

Cosa intende, dottor Roberti, parlando di ‘priorità’?
Mi riferisco all’emanazione di interventi normativi e organizzativi, necessari per contrastare efficacemente le articolazioni criminali di camorra, ‘ndrangheta e mafia, investendo pertanto adeguate risorse nel settore di Giustizia e Sicurezza. Certo, mi rendo conto quanto sia arduo parlare di ciò in questo momento ma, se non si comincia a selezionare attentamente le priorità, si continuerà a essere meno forti del necessario nei confronti del crimine. Occorre concentrare risorse e interventi nei settori sensibili come Scuola, Lavoro e Occupazione, Giustizia e Sicurezza, Sanità, senza dissiparli su altri versanti. Sono questi settori la vera colonna vertebrale di un Paese.

Finora abbiamo affrontato il dolente tema di una cultura della mafia (e consorelle) pervasiva e radicata. Ma esiste anche una cultura dell’Antimafia, di cui lei è ambasciatore …
(indicando le cataste di libri che ci circondano e arredano il suo bello studio affrescato, dalle volte a crociera) La cultura dell’Antimafia ha dato vita ad una letteratura copiosa che consente la disseminazione di un nuovo modo di intendere e di vivere i diritti, liberi dalle pressioni terrorizzanti di una malavita che vuole risucchiare la normalità della vita della gente. La cultura dell’antimafia è pressoché giovane; è iniziata nei primi anni ’80, allorché cominciò ad organizzarsi il Pool antimafia del Tribunale di Palermo, fondato da Rocco Chinnici, caduto poi vittima degli assassini mafiosi… La sua opera fu proseguita da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e si tradusse, dieci anni dopo, nel 1992 nel modello organizzativo delle 26 Procure Distrettuali Antimafia, coordinate dalla Direzione Nazionale Antimafia. Parallelamente, si coagulò un’antimafia sociale: Libera e le altre Associazioni che si richiamano alla lotta alla mafia ed alle diverse organizzazioni criminali fanno parte integrante della cultura dell’antimafia. C’è poi anche un’antimafia politica, rappresentata dalla Commissione parlamentare antimafia, oggi presieduta dall’onorevole Rosy Bindi. La Commissione talvolta ha redatto Relazioni di estremo interesse e condotto indagini, analisi che dovrebbero essere tenute in maggior conto nell’attività legislativa e organizzativa.

Manca all’appello un’antimafia diffusa nell’ambito degli ambienti economici…
Lì i confini si fanno molto, troppo rarefatti… c’è la molla estorsiva; c’è il partenariato d’affari; spesso si scoprono legami fra economia e malavita; così come si sono, nel corso degli anni,  scoperte contiguità fra politica e crimine, come ai tempi di Liborio Romano. Ricordo che, allorché indagai nel campo delle illegalità conseguenti alla ricostruzione del post sisma dell’Irpinia del 23 novembre 1980, spesso emersero legami triangolari fra politica, mafia/camorra e imprenditori.

Finiamo con una notazione … editoriale. Quali sono i libri che, così, ex abrupto, le vengono in mente, sul tema dell’antimafia?
(di nuovo fa cenno ai tanti libri che ci sono intorno, quasi accerchiandoci) Tutti quei libri, ad esempio. Ma se vuole che ne nomini qualcuno, allora ‘Cose di cosa nostra’ di Giovanni Falcone e Marcelle Padovani; oppure ‘Manifesto dell’Antimafia’ di Nando dalla Chiesa. E, ancora, l’infinità di pubblicazioni di Libera. Se usciamo fuori dal tema specifico, invece, ora mi dedico alle riletture, per assaporare, con gli occhi della maturità, ciò che avevo letto a vent’anni. Ritengo, ad esempio, che ‘La peste’ di Albert Camus sia un libro straordinario, una testimonianza potente.

 

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