lunedì, Agosto 8

In guerra contro l'ISIS causa il colonialismo occidentale

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Alla guerra si risponde in due modi: combattendola (lo si voglia o no, se ci attaccano bisogna rispondere, necessariamente, beninteso in difesa non in aggressione) e lavorando per la pace. La premessa di quest’ultima è rinunciare una volta e per tutte alle nostre manie post-coloniali e cercare di comprendere che a quei popoli compete il diritto sacrosanto di decidere liberamente il proprio destino, politico e sociale, anche se le loro scelte non ci piacciono.
Ma la pace non la si fa nemmeno senza ‘combattere’. L’ISIS, il principale ‘nemico’, è un gruppo di persone che si è impadronito di un territorio, sottomettendo per lo più la popolazione civile locale. Il diritto internazionale permette, anzi, richiede, che le occupazioni illegittime di territorio siano impedite nell’interesse generale della Comunità internazionale; quando Saddam Hussein invase il Kuwait, le Nazioni Unite risposero con la guerra, non, dunque, nell’interesse di uno o più soggetti, ma per ‘ricostituire la situazione giuridica lesa’.
E dunque: 1) riportare, per così dire, le bocce al punto di partenza; 2) ritirarsi e lasciare alle forze legittime locali la scelta del loro futuro, e quindi, in particolare, niente ‘esportazione di democrazie’ approssimative e apodittiche.

Non occorre essere un esperto militare per vedere che i bombardamenti possono sicuramente rendere più difficile la gestione del territorio e dei relativi affari da parte di quei governanti, ma le bombe visibilmente non bastano per scalzare dal potere un gruppo di persone sparso sul territorio, tanto più che massacrano la popolazione civile e creano disagi enormi e odio imperituro verso chi li ha bombardati. Vanno, dunque, ‘scalzati’ nell’unico modo che la storia conosce: fisicamente. Vanno sostituiti (e qui sta il punto vero e delicato e serissimo) con persone e istituzioni che rappresentino veramente le istanze e le convinzioni locali: come non si può esportare non si può ‘imporre’ la democrazia, specie la ‘nostra’ democrazia, per lo più estranea alla logica e alla cultura locali. Meno che mai si può imporre la pace: la storia degli ultimi quaranta anni lo dimostra chiaramente, specie usando mezzi che non sono meno terroristici dei loro.
Certo, occorrerebbero lungimiranza e senso del limite, ma specialmente volontà di non appropriarsi di ciò che non ci appartiene, sia fisicamente che … filosoficamente.
Non vedo, francamente, un ceto politico capace di simili ragionamenti, ma almeno liberarsi dalla paura e affermare le proprie convinzioni e il proprio modo di vita, senza pretendere di imporlo ad altri, potrebbe essere possibile.
Per concludere: mentre il Pentagono dichiara finalmente di essere in guerra con l’ISIS, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ripete secco che le forze di terra servono e sono quelle già sul campo: Siria, Iraq, curdi, come volevasi dimostrare.

 

 

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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