sabato, Maggio 8

In gran tempesta Elena B.B., la donna che per prima scoprì il seno - Capitolo 10

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“Quante volte la mano febbrile corse all’asta…” scrisse il Divino Gabriele rievocando quella notte di tormento ed estasi in cui sotto il suo tetto le due donne si amarono, escludendolo sprezzantemente. Così  si aggirava insonne e fremente, cercando di entrare, spiare, almeno sentire. Ma solo sospiri d’angeli percorrevano il Vittoriale, ed all’alba le due, davvero in quel momento un sol corpo ed un solo spirito, uscirono a passeggiare per i sentieri e le acque della Villa e dei dintorni, nude ai piedi, vestite solo del proprio pudore quanto al resto. Quando Elena ristette sul colle a mirare oltre la siepe, e per poco il cuore dinnanzi all’immensità di quanto andava avvenendo non le si spauriva, Tamara avvertì come l’intero, infinito, universo precipitasse in quel sublime istante. Fu allora che una colomba bianca volò sino al grembo d’Elena. (“Va beh, come effettaccio cinematografico questo sarebbe eccessivo pure per me”, pensò Gabriele che le osservava da lontano, dalla tolda della nave militare Puglia interrata presso il Colle Mastio, grazie al fido cannocchiale da marina). Ma non si può davvero partecipare all’intimità ed alla felicità altrui, e per una volta lui fu all’altezza, lasciando che le due angeliche creature concludessero il loro andare, con Tamara che raccolto da terra un foglio volato, e preso un tozzo di carboncino, cominciò a schizzare un ritratto di Elena. Quello che sarebbe poi divenuto il ‘Nudo di Elena con colomba’, forse una delle due sue opere più famose assieme al proprio autoritratto, certamente le due più significative. Rientrarono, ripresero i bagagli che non avevano neppure disfatto, salutarono cortesemente e grate chi le aveva unite ben al di là di quanto avesse immaginato e previsto, e partirono. Il Poeta si consolò chiedendo “l’estrema carità del sollievo della mano amica”, come era solito fare nei casi di disfatta amorosa, alla ‘piccola’ Emilie Mazoyer, ribattezzata Aelis (“Tu sei la pietà senza peso”), l’inserviente francese che entrata giovanissima al ‘Vittoriale degli italiani’ vi rimase sino alla fine, assieme a Luisa Baccara, musicista ed eterna amante di D’Annunzio.

Il rapporto tra Elena e Tamara, Tamara ed Elena, in tutti gli anni a venire fu forte, leale, totale, al di là del connubio carnale che mai più ebbe a ripetersi, ché superato il sublime ogni altra ulteriore cosa ben piccola cosa diviene. Durò, indissolubile, sino alla fine. Ammesso che fine ci sia stata.

Poi furono anni di fascismo, di confino, di leggi razziali, di Guerre coloniali e poi di Guerra, quella vera e tremenda anche per gli italiani, non solo per qualche disgraziato libico o etiope. Anni da attraversare a schiena alta solo grazie ad una gran forza, ed Elena ce l’aveva eccome. Ma assieme e di più aveva intelligenza, tenacia, rigore… Che si miscelavano impagabilmente con le attrattive fisiche, e le une valorizzavano e moltiplicavano le altre. Anni tumultuosi. Ben si poteva dire “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”, con le parole del Sommo Poeta, quello vero, Dante Alighieri, nel Sesto Canto del Purgatorio. Elena ne fu protagonista, come e più di prima. Animatrice di cenacoli intellettuali, ma anche, poi, di nuclei di effettiva resistenza ben prima della Resistenza, ché dopo un po’ di tutti quei chiacchieroni a vuoto ne aveva abbastanza, e con concretezza tutta femminile volle occuparsi di cose che sortissero effetto oltre che soddisfare l’indole masturbatoria di malmostosi impotenti che sono, sempre, la vera fortuna di ogni regime. O Regime.

L’inizio della persecuzione degli ebrei, culminata con le Leggi Razziali e la cacciata dei docenti ‘non ariani’ dalle Università, la videro battersi come una leonessa. Il Ministro della Cultura Popolare in persona, Giuseppe Bottai, alla testa del famigerato Minculpop, dinnanzi alla pubblica difesa che ella fece degli israeliti le chiese durante un ricevimento se per caso non fosse essa stessa ebrea. “Non ho questo onore”, rispose. Charles Spencer Chaplin, Charlie Chaplin, quasi suo coetaneo, riprese la battuta quando gli rivolsero la stessa domanda-accusa. In realtà, a differenza d’Elena, Charlot ebreo un po’ lo era o almeno, probabilmente, di origini gitane, il che all’epoca non faceva gran differenza. E fu anche perdutamente innamorato di lei, eccezionalmente, ché abitualmente prediligeva impuberi fanciulle.

‘Protetto’ d’Elena fu anche Ernesto Buonaiuti, il sacerdote tacciato di modernismo che fu tra i soli dodici docenti universitari che opposero un netto rifiuto a quelle infami Leggi. Perseguitato prima da Fascismo e Chiesa, poi dopo la caduta del primo solo da quella. Elena si ricordò di quel suo famoso incontro con Pio X, il Papa antimodernista che il Modernismo aveva inventato, e provò ad intervenire. Qualcosa riuscì a fare, ma, terminata la Guerra quando tutti i Docenti universitari vennero reintegrati, il povero Buonaiuti, cui la Chiesa non intendeva proprio perdonarla, rimase comunque escluso. Morì nel 1946, prima che si potesse provare a fare altro.

Comunque in tutti quegli anni per Elena fu resistenza prima, e fu nella Resistenza poi, in cui scevrate fisime e convenevoli, Elena Bardotti Bugli assunse il nome di battaglia di Frine. Come l’etera cui era stata ingenerosamente paragonata, e che lei orgogliosamente valorizzava per la sua libertà. A guerra finita il suo protagonismo non venne meno. Anzi. Ma rifiutò immediatamente la nomina alla Consulta Nazionale del Settembre 1945, caldeggiata, caso quasi unico, da un arco di forze fortemente trasversale. Poi sia di scendere in lizza l’anno dopo per le elezioni dell’Assemblea Costituente che, successivamente, per quelle del primo Parlamento repubblicano eletto nel 1948.

Si batté vigorosamente per il successo della Repubblica al Referendum del 2 Giugno 1946. Percorse strade e piazze di Nord e Sud Italia. Affrontò faccia a faccia furibondi con calma olimpica. La sua fama era variegata, ormai l’episodio, diciamo così, carnale, era stato sopravanzato e coperto da tutto quello che nel frattempo aveva fatto. Ma di quando in quando ritornava a galla. Specie quando varcò i confini della Campania, dove quella vicenda sembrava nell’immaginazione collettiva ed individuale cosa del giorno prima. Ed erano passati oltre trentatré anni. In Calabria dovette fronteggiare esponenti della criminalità locale, ma una rivolta delle donne, guidata dalle anziane matriarche locali sancì il suo trionfo. Ma fu, in Sicilia, ed a Palermo, che ‘il fatto’ ridivenne ‘Il Fatto’. Il 19 Maggio, calda Domenica, una decina di giorni prima del voto. Piazza Statuto. Caldo. Seduti ad un caffè dei nullafacenti malintenzionati cominciarono ad insultarla non appena prese la parola. “Comunista” gridò il primo. “Comunista e bottana!” rilanciò un altro. Altri via via si aggiunsero. La situazione si era fatta incandescente quando dalla chiesa della Santissima Trinità uscì un sacerdote. Era stato minutante in Segreteria di Stato, e l’aveva vista passare in occasione della sua udienza con il Papa, anche quella di trentatré anni prima. Ora Don Lorenzo Canovi era lì parroco e “Lasciatela stare” urlò. “E’ donna di Dio. Io stesso ho assistito all’incontro che volle concederle il Sommo Pontefice Pio X”. Ammutolirono, si dileguarono.

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