domenica, Agosto 1

In fuga dall'Ue field_506ffb1d3dbe2

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repubblica ceca e ue 

 

La Repubblica Ceca, membro dell’Ue dal 2004, pensa già all’uscita dall’Unione europea. Non che fossero mai stati dei ferventi sostenitori dell’integrazione, a Bruxelles lo sanno bene, e ricordano ancora le dichiarazioni dell’ex Presidente ceco Vaclac Klaus, autodefinitosi un ‘dissidente europeo‘. Proprio Klaus è stato uno degli ostacoli più grandi alla ratifica del Trattato di Lisbona, il più recente dei testi legisltivi fondanti dell’Ue (2009), e dopo l’approvazione del Trattato si è rifiutato per lungo tempo di promulgarlo fino all’ottenimento di una opzione di ‘opt-out’ sulla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nel Consiglio europeo di fine ottobre 2009.
Klaus è stato critico nei confronti dell’Ue dall’inizio degli anni Novanta, secondo il suo pensiero l’Ue non è un semplice insieme di istituzioni che vincolano lo Stato Ceco e la libertà individuale, ma molto di più. Nella visione di Klaus l’Unione europea che si è evoluta fino ad oggi ha assunto le sembianze di un autentica minaccia esistenziale ideologica per il proprio Paese. Con l’europeismo sono stati introdotti i concetti di riscaldamento globale, omosessualità, diritti umani, tutti spauracchi che Klaus ha agitato contro la popolazione per ottenere consensi e limitare l’impronta europea nel Paese.

Oggi, però, si parla di indire un referendum per sottoporre al popolo la riconsiderazione del Trattato. La proposta arriva da Miloslav Bednar, vice Presidente del Partito dei cittadini liberi (Strana soukromníků České), formazione extra-parlamentare che cerca di creare consensi proprio attorno all’idea di uscire dall’Unione. Secondo Bednar «la governance dirigista, nonché le politiche adottate dall’Ue, sono insostenibili». Un’eventuale uscita della Repubblica Ceca, ha poi sottolineato Bednar, «non vorrebbe dire l’uscita dall’Area economica europea da parte del Paese ma servirebbe a ‘richiamare l’attenzione sull’insostenibilita’ delle concezioni politiche e del dirigismo di Bruxelles». L’intento sarebbe dunque quello di lanciare un chiaro e forte messaggio: così le cose non vanno.

E’ vero che la formazione politica alle ultime elezioni ha raccolto appena il 2,4%, ma l’ondata di malcontento generale rispetto all’Unione congiuntamente con la crisi economica che ha colpito l’Europa, potrebbero essere una spinta a permettergli di raggiungere il consenso necessario per indire un referendum. Questo è ancor più preoccupante se lo si legge in un quadro europeo in cui i movimenti euroscettici e populisti sono in crescita e con l’inizio del nuovo anno si andrà a votare per il rinnovo del Parlamento Europeo e della Commissione Ue.

Va poi detto che Praga non è l’unica ad avere ripensamenti sulla propria presenza nell’Unione europea. Com’è noto, lo Stato che più di tutti ha espresso i propri dubbi sull’evoluzione dell’Ue è stato la Gran Bretagna. Rinegoziare i rapporti con l’Ue è diventato il leitmotiv principale di due Paesi che cercano di attribuire a Bruxelles più responsabilità di quelle che probabilmente invece ha. Londra, seguendo l’idea di thatcheriana memoria del ‘give our money back‘, osteggia da sempre l’intromissione dell’Ue nelle questioni finanziarie della City e il 6 luglio di quest’anno il premier David Cameron ha incassato una vittoria in Parlamento che consentirà portare gli inglesi al voto per scegliere se uscire o meno dall’Unione. La vittoria alle Camere è stata schiacciante, i deputati hanno votato a favore del referendum, 304 a zero, rendendolo vincolante anche per il futuro. Pertanto, anche se il prossimo Governo non fosse conservatore non potrà annullare la consultazione. Questa proposta era stata avanzata dal più giovane dei deputati Tory, il 29enne James Wharton, che ha chiesto che il referendum si svolga entro il 2017. Secondo Wharton «È ora di dare a milioni di cittadini britannici la possibilità di esprimere la loro opinione». In questo walzer la posizione ufficiale di Cameron si è mantenuta in equilibrio tra le posizioni più estreme ed antieuropeiste del suo partito, e quelle decisamente favorevoli all’Unione dei partner liberaldemocratici. Egli ha infatti è più volte asserito che «la Gran Bretagna dovrebbe restare parte della Ue ma solo se l’Unione sarà capace di cambiare dall’interno promuovendo le riforme che la porteranno ad essere piú democratica e trasparente». In ogni caso per il Premier è  comunque più che giusto chiedere agli elettori la loro opinione sullo stato delle cose, e sarebbe la prima volta dal 1975. 

Secondo i sondaggi se ci fosse un referendum oggi la maggioranza dei cittadini britannici voterebbe a favore di un ‘divorzio’ da Bruxelles. E lo stesso potrebbe accadere, con risultati meno netti, anche in Repubblica Ceca. Viene però da chiedersi se vi sia una exit strategy possibile. E’ pensabile davvero uscire dall’Unione Europea?

Stando meramente alle considerazioni giuridiche la risposta è si. Con l’introduzione del Trattato di Lisbona infatti, è stata inserita nell’ordinamento dell’Unione una clausola, presente nell’art. 50, di recesso. Stando ad essa “Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione. L’accordo è negoziato conformemente all’articolo 218, paragrafo 3 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Esso è concluso a nome dell’Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo”. E’ dunque chiaro che uscire dall’Unione sia un diritto di ogni Stato, basta comunicarlo nei modi dovuti al Consiglio Europeo e rinegoziare poi tutti i trattati bilateralmente con i Paesi membri. 

La realtà dei fatti è però più complessa di così, non solo rinegoziare gli accordi diplomatici con altri 26 Stati non è affatto un lavoro da poco, ma anche le prospettive di crescita economica non sono rosee come dipinte dagli euroscettici. Privati delle amicizie legate dal vincolo dell’Ue, Londra e Praga potrebbero veder posto il veto dagli altri Stati su trattative economiche in corso, come quello di Berlino sugli accordi tra British Airways e il colosso della difesa Eads, in quanto non è pensabile appaltare la difesa dell’Unione ad un Paese che non vi fa parte. 

Pertanto, tra il dire e il fare c’è di mezzo la politica, l’economia e la diplomazia. Ostacoli decisamente difficili da superare per un uscita serena dall’Unione europea.

 

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