sabato, Ottobre 16

India, fine dell’era Gandhi: quale futuro per il ‘suo’ partito? Rahul Gandhi si è dimesso da Presidente dell’INC: è il momento di una rivoluzione per il partito? Ne parliamo con Stefania Benaglia

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«Jai Hind», lunga vita all’India, si conclude così la lunga lettera pubblicata ieri su Twitter da Rahul Gandhi, con la quale si è dimesso formalmente dal ruolo di Presidente dell’Indian National Congress (INC).

A pesare sulla decisione dell’ormai ex leader del partito indiano di ispirazione socialdemocratica è stata la sconfitta elettorale rimediata nel maggio scorso. A trionfare alle elezioni generali, infatti, è stato nuovamente il BJP (Bahratiya Janata Party – Partito del Popolo Indiano), il partito nazionalista del Primo Ministro, Narendra Modi, al suo secondo mandato consecutivo.

Tante erano le speranze riposte nel rampollo di casa Gandhi, in ordine quinto personaggio della famiglia più popolare dell’India che ha tentato – senza troppo successo, né voglia – la scalata ai vertici delle istituzioni indiane. Talmente tante che si era messa in dubbio la riconferma di Modi al premierato, o comunque, si era ipotizzata una sua vittoria con percentuali nettamente inferiori a quelle del 2014. Risultato finale? INC al 19,46%  – -0,4% rispetto al 2014 – e BJP al 37,36%, addirittura sei punti percentuali in più del turno elettorale di cinque anni prima. 

Quella di Gandhi è una sconfitta relativa, nel senso che non è riuscito a recuperare terreno e ad aumentare il suo elettorato, ma lo ha mantenuto”, afferma Stefania Benaglia, ricercatrice presso lo IAI (Istituto Affari Internazionali), “il contesto elettorale indiano si basa sul maggioritario secco ripreso dal modello inglese, dove c’è un forte premio di maggioranza al raggiungimento del 31%: motivo per cui il BJP ha la stragrande maggioranza di seggi in Parlamento a fronte di un 37%. Più che una sconfitta del Congresso, quindi è stata una vittoria del BJP”.

Paradossalmente, nonostante abbia ottenuto lo 0,4% in meno rispetto al 2014, il Congresso è riuscito ad ottenere otto seggi in più rispetto alla precedente legislatura. Una soddisfazione forse minima, però, non sufficiente ad evitare l’apertura di una seria e profonda riflessione.

Cosa poteva fare, allora, Rahul se non rassegnare le dimissioni, dopo che la madre Sonia, nel dicembre del 2017, aveva ‘abdicato’ in suo favore proprio perché ristrutturasse il partito e riafferrasse l’elettorato disperso?

 “Non sono dimissioni a sorpresa, ma erano state annunciate da tanto tempo”, spiega Benaglia, “vengono anche dal non particolare entusiasmo di Rahul Gandhi a continuare la carriera politica. Sicuramente questa sconfitta gli ha dato l’occasione di sancire un’era della sua vita”. 

In ogni caso, Rahul ci ha provato, ha conseguito importanti alleanze con i partiti regionali ed ha anche ottenuto buoni risultati alle elezioni statali tra il novembre ed il dicembre dello scorso anno, ma a maggio ha dovuto fare i conti con la cruda realtà: il BJP, al momento, è imbattibile.

E allora il momento della ristrutturazione sembra arrivato, prorompente ed inevitabile, ma senza Rahul, senza lasciare spazio alla storia o, più che altro, alla nostalgia.

«Ricostruire il partito richiede decisioni dure e molte persone saranno ritenute responsabili per il fallimento del 2019», scrive un consapevole Gandhi, «sarebbe però ingiusto ritenere altri responsabili e ignorare la mia responsabilità come Presidente del partito». E unitamente alla spiegazione delle proprie dimissioni, Rahul dice anche di non voler nominare il prossimo Presidente, come propostogli da altri colleghi, e suggerisce di incaricare un gruppo fidato di persone con l’obiettivo di ricercare la persona più adatta al ruolo.

Quella dell’INC era una politica legata al passato”, dice la ricercatrice dello IAI, “si chiude sicuramente un’epoca, con il ruolo dei Gandhi all’interno del partito che è ancora da valutare”, Finisce così –  forse – lera della dinastia Nehru-Gandhi alla guida del CongressoIl padre di Rahul, Rajiv Gandhi, a soli 40 anni, è stato il più giovane Primo Ministro dell’India, venendo eletto nel 1984 dopo l’assassinio della madre, Indira Priyadarshini Nehru-Gandhi (meglio nota come Indira Gandhi), prima donna alla guida del Paese, il cui cognome deriva dal matrimonio con Feroze Gandhi, non legato però al famoso Mahatma. Andando più a ritroso nel tempo arriviamo a Jawaharlal Nehru, padre di Indira, primo premier indiano, il quale ha governato il Paese dal 1947 – anno dell’indipendenza – fino al 1964.

«La famiglia Gandhi ha un destino molto curioso, ma anche tragico», ci aveva spiegato Ugo Tramballi. Indira, infatti, designò come suo erede politico il figlio minore, Sanjay, mentre Rajiv, pilota d’aerei non interessato alla politica, aveva sposato Sonia, una ragazza italiana. Sanjay svolse un ruolo attivo nella politica indiana, soprattutto dopo il 1975, quando Indira, allora capo del Governo, assunse tutti i poteri dichiarando lo stato d’emergenza, che durò fino al 1977. Sanjay, però, pur avendo mostrato abilità politiche notevoli, morì in un incidente aereo mentre prendeva lezioni di volo. Indira, allora, chiamò Rajiv ad assumersi le proprie responsabilità e addossarsi l’eredità politica della famiglia. Dopo l’assassinio di Indira, Rajiv fu eletto Primo Ministro con la più alta percentuale di voti mai fatta registrare dall’INC, di cui, ovviamente, ne assunse la leadership. Governò fino al 1989, ma la sua Amministrazione fu travolta da vari scandali che ne minarono la credibilità. Nel 1991, sempre per quel curioso e tragico destino che sembra voler divertirsi con questa famiglia, fu assassinato. Il partito, allora, chiamò ad assumere la Presidenza sua moglie, Sonia, la quale, dopo molti rifiuti, accettò nel ’98 la leadership del partito a patto di non divenire mai Primo Ministro, «dato che non ne sapeva nulla di politica», affermava Tramballi.

Dopo il ritiro di Sonia dalla scena politica, dunque, ecco Rahul, il quale sembrerebbe aver spezzato le catene che tenevano insieme la politica indiana alla dinastia Nehru-Gandhi. Il condizionale è d’obbligo poiché c’è ancora da valutare il ruolo all’interno del partito di Priyanka, sorella di Rahul, a detta di molti la vera anima politica della famiglia. 

Anche se Priyanka dovesse avere un ruolo, non sarà un ruolo guida, ma di affiancamento, che dia un certo senso di continuità, ma è ancora da vedere”, spiega Benaglia, “in base al ruolo che la sorella di Rahul avrà nel gabinetto del Congresso si capirà quale sarà realmente la presa della dinastia sul partito”.

Indipendentemente dal ruolo di Priyanka, con le dimissioni del rampollo della famiglia Gandhi si chiude un capitolo di storia della politica indiana passata e presente, ma quale potrà essere il futuro dell’INC? Di certo cadrà la principale accusa dei detrattori e degli oppositori politici del Congresso, i quali imputavano al partito di essere troppo dinastico e legato ai giochi di parentela.

Il partito farebbe bene a ristrutturasi completamente, anche perché è stata espressa una certa stanchezza verso questa politica che veniva da generazioni, ed è un segnale che dovrà essere preso in considerazione”, dice l’analista, “si apre ora un momento di ristrutturazione ed anche di speranza. In base a ciò che avverrà durante questo periodo, avremo, per forza di cose, un altro Congresso. Si va verso una nuova era, con più spazio a voci che finora sono state di una certa importanza, ma che dopo diventeranno ancora più importanti. La sfida è grande, ma necessaria”.

Se, dunque, pare poco chiaro quale sarà il prossimo organigramma del partito, una cosa è assolutamente nitida: la collocazione ideologica del partito. Il dubbio, infatti, è se il Congresso –  partito multiculturalista e progressista per eccellenza – venendo da due batoste elettorali consecutive contro un partito nazional-populista, possa adeguarsi al periodo storico e avvicinarsi alle politiche nazionaliste del BJP per riuscire ad allargare il suo bacino elettorale.

Dubbio fugato direttamente da Rahul nella lettera, nella quale evidenzia la netta differenza tra gli ideali del Congresso e quelli del BJP, colpevole di aver attaccato la Costituzione e il tessuto della nazione e di aver monopolizzato le risorse finanziare, fino ad intaccare la stampa libera e la magistratura.

Modi sta conducendo una forte campagna contro i media tradizionali, l’indice di libertà di stampa indiana è crollato, addirittura sotto l’Afghanistan, ma a livello ideologico non credo che il Congresso vada a rincorrere il BJP: sono due partiti che rappresentano due società diverse e le varie basi  elettorali esprimono necessità diverse”, dice la Benaglia su questo punto, “la fascia più povera dell’elettorato guarda sostanzialmente al sostegno economico: avendo veramente bisogno di sussidi, è un fascia interessata a sapere quale dei due partiti porta il minimo sostegno economico. Vediamo, infatti, che il BJP è riuscito ad ottenere buoni risultati anche tra la minoranza musulmana più povera, perché ha attuato delle azioni di sostegno, come, ad esempio, quella di portare delle bombole di gas in sostituzione del riscaldamento e del combustibile di derivazione animale. Sono queste le misure che garantiscono l’elettorato delle fasce più basse, più che l’ideologia religiosa”.

Diverso, invece, il discorso per la classe media e quella agiata. Agli elettori appartenenti alla prima, “sui quali l’ideologia fa più presa, è piaciuta la proiezione di un’India forte nel mondo che Modi ha saputo dare: questa potrebbe essere una cosa a cui il Congresso potrebbe guardare, quindi, il ruolo di un’India come attore regionale, o globale”, spiega la ricercatrice, “la fascia alta, invece, ha una componente ideologica più complessa, ma è anche vero che non tutti sono in linea con le scelte del BJP. Il Congresso, quindi, farebbe bene ad evidenziare la differenza col BJP e portare l’alternativa”.

Un campo dove il partito del Congresso potrà sicuramente giocare le sue carte sarà quello economico. Modi, infatti, non ha mantenuto le promesse elettorali del 2014, basate su forti investimenti e riduzione della disoccupazione. Questa legislatura sarà, dunque, la prova del nove per il premier indiano, ma anche per l’opposizione. “Il Governo Modi dovrà assolutamente riuscire a fare delle riforme strutturali. La creazione di posti di lavoro è un grosso problema per l’India, che è un Paese la cui pressione demografica lo obbliga a creare circa un milione di posti di lavoro al mese”, afferma Benaglia, “in questo senso, la performance di Modi è stata intorno ai 200/400 mila all’anno, quindi, non è stato per nulla capace di andare incontro a questa pressione demografica. Se la situazione di oggi dovesse continuare, si stima che nel 2025 lIndia avrà 100 milioni di disoccupati. Queste sono le vere questioni su cui si gioca la partita per il BJP e, ovviamente, di riflesso, per l’INC”.

In conclusione, attraverso quali strumenti il Congresso potrà riguadagnare terreno nei confronti del BJP che, al momento, sembra inarrivabile? Il BJP è stato in grado di investire in maniera strutturale – e in questo caso anche vincente –  sui media ed i social media, che sicuramente hanno fatto la parte del leone nel trionfo di Modi, del quale è stata fatta un’abile rappresentazione mediatica”, chiosa Benaglia, “il Congresso dovrà avvicinarsi a tutte le fasce della popolazione anche attraverso l’uso dei social media.  BJP e INC sono gli unici partiti che rappresentano tutta l’interezza del territorio indiano e dal momento che viene a mancarne uno si hanno delle ripercussioni, non solo sulla politica, ma anche sulla società stessa. È importante, quindi, che il Congresso trovi il modo di continuare ad essere un’alternativa al BJP”.

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