sabato, Maggio 15

In Colombia, la sinistra vota a destra A sinistra si sono "turati il naso", pur di far vincere Santos

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Juan Manuel Santos COlombia

La campagna elettorale tra primo e secondo turno di Juan Manuel Santos, centrata tutta sulla ricerca dell’endorsement popolare per proseguire i dialoghi di pace con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), ha dato i frutti sperati. Il 15 giugno il Presidente è stato riconfermato alla Casa de Nariño con il 50,9% dei voti espressi, battendo il rivale Oscar Ivan Zuluaga, fermo al 45%.

I colombiani hanno dunque votato a favore del proseguimento degli estenuanti negoziati con i ribelli marxisti, che da 18 mesi occupano intensamente l’agenda politica del Governo. La guerra tra lo Stato colombiano e le FARC infuria, tra alti e bassi, da cinquant’anni, ed è costata centinaia di migliaia di morti al Paese Sudamericano. I precedenti tentaviti, con le buone o con le cattive, di risolvere il conflitto, sono puntualmente falliti.

Dopo che gli sforzi militari e l’aumento delle spese nel settore della difesa attuate da Alvaro Uribe (2002-2010) avevano fortemente ridotto la capacità bellica dei guerriglieri, Santos, che era stato Ministro della Difesa ed era stato eletto con l’appoggio dell’uribismo, aveva impresso una storica e clamorosa svolta politica. Approfittando della debolezza della formazione militare marxista, il neoeletto Presidente aveva inaugurato i dialoghi tuttora in corso, causando la rottura con quelle forze, all’interno dell’uribismo, che volevano continuare con la linea dura.

Il dibattito nazionale intorno alle elezioni, una volta superati i vergognosi scandali incrociati che avevano caratterizzato il primo turno, è stato dunque praticamente monopolizzato dalla diversa postura che i due sfidanti hanno assunto nei confronti della guerriglia. Entrambi di destra, Santos e Zuluaga differivano in modo sensibile nei loro rispettivi programmi proprio sul tema della pace. Mentre Santos e il Partito della U considerano il suo raggiungimento un obiettivo prioritario per la Nazione, Zuluaga e Uribea sono fortemente critici sulle concessioni che lo Stato si è impegnato a fare per poter avviare i negoziati. Da novello oppositore, Uribe ha tentato di opporre il neonato Centro Democratico (CD), una nuova forza politica, alla rielezione del suo ex pupillo. Tutto ciò per bloccare quella che, a suo parere, rappresentava semplicemente una opportunità per le FARC di ricevere una comoda amnistia per i crimini commessi in passato.

Il primo turno aveva fatto sperare Zuluaga, scelto dal CD per il divieto costituzionale che impediva a Uribe di candidarsi in prima persona. Con il 29,6%, l’ex Ministro delle Finanze aveva guadagnato una prima vittoria, staccando di cinque punti Santos, che aveva ottenuto il 25,7. Al ballottaggio, infine, l’ha spuntata Santos, che ha più che raddoppiato le sue preferenze, passando da 3,2 milioni a 7,8.

Il vincitore ha potuto contare sul decisivo appoggio del partito di sinistra Polo Democratico (PD), guidato da Marta Lucia Ramirez. Il PD aveva preso quasi due milioni di voti, che hanno sicuramente pesato nel risultato finale. Un connubio curioso, quello tra PD e il Partito della U, dettato proprio dalla posizione comune sui dialoghi in corso all’Avana.

La sinistra si è vista praticamente costretta ad appoggiare Santos perché conscia che, in caso si raggiunga l’agognato obiettivo di porre fine al conflitto, si aprirebbe finalmente uno spazio maggiore per i progressisti, che finora hanno pagato un altissimo prezzo in termini di popolarità per via della presenza della guerriglia marxista. Lo dimostra, per esempio, l’appoggio a Santos da parte di Gustavo Petro, il Sindaco di Bogotà che era stato rimosso dal suo incarico e poi riammesso tra mille polemiche. Un fatto che, senza la presenza dello spauracchio della manomissione dei dialoghi a L’Avana, sarebbe stato impossibile. Ci si è insomma, per usare un’espressione del giornalista che ha ispirato il nome di questo giornale, “turati il naso” prima di entrare in cabina elettorale.

Inoltre, l’aumento, per nulla trascurabile, dei colombiani che hanno deciso di partecipare al ballottaggio, che ha visto aumentare l’affluenza dal 53% al 60%, deve aver beneficiato il presidente uscente. Molti indifferenti della prima ora si sono spaventati per la possibilità che, con la vittoria di Zuluaga, la guerra civile tornasse a infuriare nel Paese, e sono corsi ad appoggiare l’agenda di pace di Santos.

L’alleanza con la sinistra, che comprende anche partiti minori e movimenti contadini, creerà quasi certamente dei dissidi futuri. La sinistra si oppone con forza alle politiche economiche del Presidente, improntate alla liberalizzazione dei commerci, come dimostrato dalle imponenti manifestazioni in occasione dell’entrata in vigore, due anni fa, del Trattato di libero scambio (TLC) con gli USA. La tenuta di quest’asse, una volta esauritasi la priorità accordata alla pace, è decisamente da verificare.

Un altro esito di queste elezioni è l’affermazione dell’uribismo come primo partito di opposizione. Uribe è riuscito a fare leva su quei colombiani che ritengono che l’atteggiamento del Governo nei confronti dei gruppi guerriglieri sia troppo morbido, e preluda a un ritorno, stavolta in veste partitica, degli stessi soggetti che predicavano la lotta armata rivoluzionaria.

Santos dovrà ora continuare a mediare con accortezza tra i vari settori, ideologicamente lontani, che lo sostengono, mantenendo le promesse che ha fatto a ciascuno, a prescindere dalla questione FARC. Il processo di pace ne è solo la cornice.

Pochi giorni dopo la vittoria, il Presidente ha ricevuto la visita di Joe Biden, Vicepresidente degli Stati Uniti, impegnato tuttora in un tour latino-americano. Durante l’incontro, Biden ha rinnovato l’appoggio, da parte dell’amministrazione Obama, al processo di pace. Non poteva essere altrimenti, dato che, a prescindere dal colore del Governo statunitense di turno, la Colombia viene ritenuta da sempre un alleato preziosissimo. Con la fine del Plan Colombia, che ha comportato l’erogazione di ben 9 miliardi di dollari a partire dal 2000 per combattere il narcotraffico e la guerriglia che lo usava come principale fonte di reddito, si chiuderebbe anche l’onere che questo rappresenta per le casse degli USA.

Onere che, a dire la verità, si è già ridotto all’osso, dato che i fondi erogati sono ai minimi storici. Il viaggio di Biden in America Latina, lungi dall’essere un ritorno al protagonismo statunitense nel ‘cortile di casa’, ha piuttosto confermato un trend che vede la presenza degli USA ridursi costantemente. La Colombia, forse più nel bene che ne male, può già fare a meno dei dollari americani.

 

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