lunedì, Maggio 17

In Cile la prima di Los 33 La presentazione del film avverrà in concomitanza con il quinto anniversario della tragedia

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Santiago del Cile – Il Cile è un Paese di catastrofi. Una nazione abituata a terremoti, eruzioni vulcaniche, incendi… Ai “violenti e improvvisi” disastri naturali, racconta il direttore del Centro Interdisciplinario de Estudios Interculturales e Indígenas (ICIIS) dell’Universidad Católica, Pedro Mege; quelli che “durano poco tempo“.

Il tempo, tuttavia, è stato per l’appunto uno degli elementi che hanno caratterizzato maggiormente l’incidente avvenuto nella miniera San José. “La sua estrema durata“, spiega Mege a L’Indro, “ha consentito di costruirci un dramma“, che adesso compie cinque anni.

I minatori stessi ricordavano molto tempo dopo che, già durante la mattina di quel fatidico 5 agosto, sentirono esplosioni mentre si trovavano all’interno della miniera. Il crollo, tuttavia, si ebbe solo alle ore 14:00, secondo i registri ufficiali. «Tutto si riempì di terra e c’era un rumore assordante … a quel punto cadde il blocco principale», raccontava due anni fa Franklin Lobos al giornale La Tercera. Jimmy Sánchez aggiungeva: «dal tunnel uscì un vento fortissimo, come un’onda espansiva e mi cominciarono a far male le orecchie, arrivò il caposquadra e ci disse di raggiungere il rifugio». Cercarono una via di fuga. Una rampa. Un camino. Le uscite antincendio. Senza successo. Alla fine decisero di restare nel rifugio a 720 metri dalla superficie. Sapevano che l’attesa sarebbe stata lunga, così decisero di razionare i viver fin dall’inizio.

«Avevamo 10 litri d’acqua, un barattolo di pesche, un barattolo di sugarello, circa 15 scatolette di tonno, una ventina di litri di latte, biscotti e mangiavamo un cucchiaio e mezzo ogni 24 ore», riporta il quotidiano La Tercera dal racconto del minatore Lobos.

Le operazioni di soccorso iniziarono la notte stessa e l’allora presidente Sebastián Piñera, che si trovava in visita ufficiale in Ecuador e in Colombia, giunse direttamente all’aeroporto di Copiapó (vicino alla zona del crollo, a circa 900 chilometri al nord della capitale) il 7 agosto. Appena atterrato, i suoi ministri avvertirono che «le probabilità di trovare o salvare qualcuno ancora in vita erano praticamente inesistenti», come ricordò l’ex capo del governo durante una conversazione con lo storico Mauricio Rojas; dialogo che apparve pubblicato nel quotidiano El Mercurio nel luglio di quest’anno.

Piñera chiese aiuto alle principali multinazionali minerarie, per la maggior parte presenti in Cile, e chiamò i presidenti di quattro Paesi che, come il suo, hanno una vasta storia di dipendenza dall’attività di estrazione mineraria. «Il fatto di chiedere tempestivamente aiuto è stato un fattore determinante per il successo della missione», ricorda l’ex presidente, che disse di rammentare cos’era accaduto al sottomarino russo Kursk, affondato nel mare di Barents per il fatto di aver lanciato il segnale di SOS troppo tardi.

Piñera ricorda che era assolutamente convinto che le 33 persone la sotto erano ancora vive, ma il tempo, nuovamente, scoraggiò gli entusiasmi sia nell’accampamento Esperanza sia all’interno del Governo. Più passavano i giorni più la possibilità di trovare morti i minatori diventava reale.

 

‘TUTTI E 33 STIAMO BENE NEL RIFUGIO’

Il 22 agosto ci fu un punto di svolta. 17 giorni dopo l’incidente, una delle sonde rompe a 688 metri nel rifugio in cui si trovavano i minatori. Alcune ore dopo compariva il messaggio che riportò la gioia nell’accampamento Esperanza.

Dopo quel ‘Tutti e 33 stiamo bene nel rifugio’, si attivò la squadra operativa al completo per tenerli sani e salvi in condizioni di 40ºC, con il 100% d’umidità, senza cibo, senza acqua fresca, senza vedere la luce del giorno e «quasi con la certezza che il salvataggio fosse impossibile», ricorda l’allora ministro della Sanità, Jaime Mañalich, in una colonna del quotidiano Publimetro pubblicata in occasione di questo anniversario.

Quella sonda divenne il cordone ombelicale che li collegava all’accampamento, opportunamente chiamato, ‘Esperanza’. Per quel tubo di 15 centimetri di diametro, fornivano ai sopravvissuti tre litri d’acqua al giorno, 2.500 calorie, 70 grammi di proteine per ogni minatore, medicine, vaccini, videocamere per registrare lesioni e messaggi, sorgenti di luce per simulare il giorno e la notte…

E per la medesima sonda arrivarono in superficie messaggi per i familiari che commossero tutto il Paese. L’inno nazionale che intonarono i 33 per concludere la registrazione risuona ancora oggi nelle orecchie di tutti i cileno che seguirono attimo per attimo la storia di questi eroi.

E mentre il gruppo del ministro Mañalich garantiva la sopravvivenza dei 33 minatori, quello del ministro delle Estrazioni minerarie, Laurence Golborne, discuteva se effettuare un tunnel orizzontale o verticale per il salvataggio. Alla fine, si decise di seguire la via più difficile, ma anche la più corta, ossia quella del tunnel verticale.

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