martedì, novembre 13

In Bielorussia non ci sono più parassiti Il presidente Lukashenko ha firmato qualche giorno fa un decreto che ha abrogato definitivamente la legge che obbligava i disoccupati a pagare un multa

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La Bielorussia è l’ultimo lembo di terra in Europa in cui il comunismo è ancora al potere e presidente è un esponente della vecchia nomenclatura e comunista convinto. La Bielorussia si distaccò dall’Unione Sovietica e divenne indipendente nel 1991 e dal 1994, dopo 5 mandati ed altrettante contestate elezioni, Aleksandr Lukashenko  è ancora il presidente comunista della Bielorussia.

In realtà quella che in italiano è chiamata Bielorussia è la Белару́сь, traslitterato in Belarus o in inglese anche Republic of Belarus. La differenza è sostanziale perché il nome Bielorussia o Russia Bianca (biely significa bianco in molte lingue slave) è una semplice traduzione letterale, ma percepita come elemento forte della politica di russificazione. Rus’ infatti fa riferimento alla Rus’ di Kiev ed alla popolazione dei Rus’ di origine scandinava che abitò la zona compresa tra l’Ucraina, la Polonia, i Paesi Baltici, la Russia occidentale (compresa l’area che oggi ingloba Mosca) ed appunto la Bielorussia. La Rus’ di Kiev nasce verso la fine del IX secolo e si espande, con Kiev capitale, sotto i principi Vladimiro il Santo e Jaroslav il Saggio, fino alla seconda metà del XIII secolo. E’ più o meno in questo periodo che il ceppo originario dei Rus’ (di Kiev) si ramifica e si caratterizzano tre etnie differenti: gli ucraini, i bielorussi ed i russi. La radice della parola quindi non nasce con la Russia, ma il termine Russia è una derivazione.

Al di là comunque di diatribe semantiche, le relazioni tra Russia e Bielorussia sono oggi molto strette e la fedeltà di Minsk a Mosca non è mai stata in dubbio, nonostante negli ultimi anni alcuni interventi di Lukashenko abbiano in qualche modo fatto storcere il naso a più di qualcuno nel Cremlino. Tra i provvedimenti meno apprezzati da Mosca, vi è sicuramente l’introduzione di uno speciale regime di esenzione dai visti per i cittadini di 80 Paesi, tra cui quelli di Unione Europea, Canada e Stati Uniti. La Bielorussia, inoltre, nonostante abbia riconosciuto ‘de facto’ l’annessione della Crimea alla Russia, lo ha fatto con un certo ritardo, solo nel 2016 e dopo che lo stesso Lukashenko aveva criticato l’operato di Mosca, definendolo un “cattivo precedente”.

La Russia è il principale partner economico di Minsk con una volume di importazioni nel 2016, secondo i dati dell’Observatory of Economic Complexity (OEC), di 10 miliardi di dollari ed una quota sul totale di quasi il 50%; subito dopo l’Unione Europea con una quota che supera il 20% e l’Ucraina con 3 miliardi ed il 12%. La Russia è anche il principale fornitore della Bielorussia, che importa da Mosca principalmente petrolio per quasi 5 miliardi di dollari. La Bielorussia, comunque, nonostante qualche apertura, come la legge sulle partnership pubbliche e private, approvata nel 2016, rimane un Paese chiuso, la cui economia continua ad essere soggetta a preistoriche pianificazioni economiche pluriennali.

I rapporti tra Europa e Bielorussia, nonostante un lieve disgelo, rimangono abbastanza freddi: pur mantenendo l’embargo sulle armi, a febbraio 2016 il Consiglio d’Europa ha deciso infatti di revocare le misure restrittive nei confronti di 170 persone fisiche ed alcune società bielorusse, riconoscendo alcuni timidi passi fatti dal Paese, come la liberazione di alcuni prigionieri politici detenuti dal 2010. La Bielorussia rimane comunque essenzialmente un Paese autoritario, in cui i diritti umani hanno un valore residuale e le libertà schiacciate sino al quasi annientamento. Human Rights Watch ritiene che la situazione  dei diritti umani in Bielorussia negli ultimi anni non sia affatto migliorata e per alcuni aspetti, addirittura peggiorata, soprattutto per quanto riguarda la libertà di espressione.

Secondo Amnesty International negli ultimi due anni sono stati giustiziati almeno 4 detenuti ed altri 4 sono stati condannati alla pena capitale. Rimangono forti le pressioni sui giornalisti e gli arresti immotivati di attivisti sono all’ordine del giorno. Una severa normativa limita la libertà di espressione e tutti i media sono sottoposti ad pesante controllo da parte del Governo. La stessa normativa ha permesso ad un tribunale di Minsk, ai primi di febbraio, secondo quanto riportato da Radio Liberty, di condannare tre giornalisti a 5 anni di reclusione per degli articoli in cui avevano sottolineato la necessità di una più stretta integrazione tra Bielorussia e Russia e secondo il tribunale, incitando all’odio ed alla discordia etnica sminuendo la Bielorussia e descrivendo la lingua bielorussa come un dialetto russo caratterizzato da ‘un livello culturale inferiore’.

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