venerdì, Settembre 24

In attesa del ‘Job Act’ field_506ffb1d3dbe2

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Matteo Renzi

Job act: il ‘Piano per il lavoro’, che il neosegretario del Pd Matteo Renzi ha intenzione di presentare a fine gennaio, sta già dominando il dibattito politico di questi giorni ancora prima di uscire allo scoperto. Si captano indiscrezioni, dichiarazioni di Renzi o dei membri del suo staff, e intanto le reazioni del mondo politico e dei sindacati sono molteplici e contraddittorie. Oggetto del contendere sembra essere, per l’ennesima volta, l’Articolo 18, che Renzi sostiene di voler abolire per i neoassunti a tempo indeterminato. Ma sarebbe semplicistico ridurre al solo dibattito sull’Articolo 18 l’intera questione.

Una cosa è certa: il primo punto del programma di Renzi è e resta la questione del lavoro. «O il Pd torna ad essere il partito del lavoro, o perdiamo la nostra identità», ha ribadito il neosegretario a pochi giorni dalla sua vittoria alle primarie dello scorso 8 dicembre. Eppure le parole di Renzi non dovrebbero suonare così rivoluzionarie, se si pensa che la questione del lavoro era al centro del programma del nuovo Governo fin dai suoi primi passi, la scorsa primavera.

Nel Piano per il Lavoro proposto dal premier Enrico Letta insieme al ministro del Welfare Enrico Giovannini erano infatti elencati diversi provvedimenti per far ripartire l’occupazione nel nostro Paese, con un’attenzione particolare all’occupazione giovanile. Il Piano per il Lavoro di Letta, presentato a inizio mandato, è articolato in sei punti. 1. Revisione delle regole sui contratti a tempo determinato, sottoposti a troppi vincoli dalla legge Fornero, che si è rivelata un ostacolo per le nuove assunzioni. In particolare, l’ultima riforma del Welfare ha allungato l’intervallo di tempo che deve trascorrere tra la scadenza di un contratto temporaneo e il suo successivo rinnovo. Se l’assunzione iniziale aveva una durata inferiore a 6 mesi, oggi bisogna attendere almeno 60 giorni per poterla rinnovare; se invece il contratto ha una scadenza più lunga di un semestre, l’intervallo previsto è di 90 giorni. 2. Allungamento della Flessibilità: allungamento di un anno (da 36 a 48 mesi) per il limite massimo della durata di un’assunzione a termine, per sfruttare l’incremento di occupazione generato da Expo 2015 (dunque si tratterebbe di una misura provvisoria), e allungamento da 12 a 18 mesi per i contratti di assunzione temporanea in cui le aziende non sono obbligate a indicare il cosiddetto “causalone”, cioè il motivo specifico per il quale il dipendente è assunto con un inquadramento precario e non con un rapporto stabile a tempo indeterminato. 3. Snellimento della burocrazia per le norme sull’apprendistato e su alcuni contratti precari come il lavoro a chiamata e quello con i voucher (i buoni-lavoro), uniformando le regole sulla formazione in tutte le regioni d’Italia. 4. Stage formativi e centri per l’impiego: un finanziamento di circa 200 milioni da destinare a migliaia di stage formativi per i giovani, retribuiti con un compenso di 500 euro al mese. E’ stato progettato inoltre il rafforzamento dei Centri per l’Impiego pubblici (gli ex-uffici di collocamento), che hanno bisogno di nuovi fondi e di personale, per gestire i percorsi di reinserimento dei disoccupati nel mondo produttivo. 5. Agevolazioni e incentivi alle assunzioni per creare nuovi posti di lavoro, da erogare nell’arco di 18 mesi, per le aziende che assumono un giovane con un’età tra i 18 e i 29 anni. Questi provvedimenti potrebbero essere concentrati nelle aree geografiche con un tasso di disoccupazione più alto come le regioni del Sud. Inoltre, verrà fissato probabilmente un tetto di 650 euro per l’agevolazione contributiva destinata a ogni singola assunzione. 6. Youth Guarantee (Garanzie Giovani), i piani di inserimento professionale che verranno finanziati dall’Unione Europea con 6 miliardi di euro (almeno 500 milioni solo per l’Italia) e che prevedono dei percorsi di formazione sul lavoro per gli under 25 che hanno già completato gli studi. I programmi delle Youth Guarantee inizieranno nel 2014.

Ora, resta da capire cosa è stato fatto, a distanza di alcuni mesi dall’inizio del mandato di Enrico Letta. La proposta di Renzi, da neosegretario del Pd, è quella di spronare il Governo perché si muova su direttrici già disegnate, ma di fatto non ancora concretizzate nemmeno in disegni di legge definiti. Non si tratterebbe dunque di una presa di posizione in contrasto con il Governo, ma semmai di uno stimolo ad agire e concretizzare le promesse fatte a inizio mandato. In effetti, le proposte del Piano del Lavoro di Enrico Letta non sono ancora sbarcate neanche in commissione, e dunque restano sempre solo buone intenzioni.

Secondo i sindacati, le proposte del Governo Letta sul lavoro non esistono affatto. La Cgil ha chiesto e continua a chiedere discontinuità rispetto ai precedenti governi, ma in realtà tra Berlusconi, Monti e Letta non si vede nessuna svolta a livello di proposte fatte e attuate.

Come ricorda la Cgil, intervenuta nella polemica intavolata da Renzi, porre il problema dell’articolo 18 e della riforma del lavoro non è corretto. Dalla Legge 30/2003 (nota come Legge Biagi) alla riforma Sacconi delle pensioni del 2010, alla Legge Fornero, che in qualche modo ha pesantemente manomesso l’Articolo 18, stiamo assistendo a un susseguirsi di proposte e modifiche che non vanno comunque a risolvere il nodo centrale del problema lavoro in Italia: insomma, ogni Governo si allena a fare una riforma del lavoro ma la situazione del lavoro resta sempre invariata.

Il problema vero, per cui la Cgil non condivide affatto l’approccio di Renzi, è che bisogna unificare il mercato del lavoro. E sostanzialmente questa è la sfida che la Cgil vuole porre al Governo, a maggior ragione oggi, con una disoccupazione giovanile altissima e il problema del reinserimento lavorativo per gli over 50. Senza contare che gli ammortizzatori sociali nel 2014 termineranno tutti. Dunque, secondo i sindacati, l’unificazione del mercato del lavoro resta il primo gradino per un vero cambiamento, e per l’uscita dalla crisi attuale. A partire dalla riduzione a quattro, massimo cinque tipologie di contratti, contro le cinquantadue che si contano ad oggi: un caos burocratico e contrattuale che non può che avere conseguenze negative, principalmente per i lavoratori.

Il nocciolo della questione, che si vuole nascondere (e questo è il motivo per cui Renzi, secondo la Cgil, ha idee di destra) è che si pensa che il lavoro non sia l’elemento con il quale i lavoratori sono a tutti gli effetti diventati cittadini, ma che sia solo una merce e come tale si possa deregolamentare. In realtà questo modello di sviluppo dimostra che non si compete demercificando il lavoro. Il lavoro poco qualificato crea sconforto e non dà dignità. Bisogna dunque prendere in esame non soltanto l’offerta ma anche la domanda, tenendo in considerazione innovazione, ricerca, capitalizzazione, investimenti su tecnologia e risorse umane, ruolo di università e distretti, investimenti delle aziende: questioni che finora il mondo imprenditoriale non ha mai affrontato in maniera organica. Insomma, il lavoro non è ‘usa e getta’.

Renzi parla anche di riforma dei sindacati. Cavalcando, sempre secondo la Cgil, l’idea che il sindacato non serva, e siccome il lavoro è una merce il sindacato deve rispondere ad alcune esigenze che non sono le tipologie confederali. Renzi pensa a un sindacato di servizio, mentre la Cgil ribadisce che il sindacato, per come è nato, è confederale, mette insieme il lavoro ma anche il diritto al reddito, e quindi un’idea di garanzia e di equità all’interno della società in cui si vive. Relegare il sindacato a un’associazione di servizio, sostengono i sindacalisti Cgil, indebolisce i lavoratori, che proprio attraverso i sindacati possono trovare forme di sostegno, attraverso la negoziazione sociale che garantisce il diritto alla persona, alla cittadinanza, al lavoro.

Dal canto loro, Renzi e il suo staff cercano ora di sdrammatizzare lo ‘spolverone’ mediatico che, secondo loro, ha messo in contrasto la nuova segreteria con Governo e sindacati. Se la Segreteria farà un pressing costante, dicono i renziani, il governo avrà l’autorevolezza necessaria per andare avanti con le promesse e anche l’alleato di Governo sarà costretto a moderare le proprie posizioni. La parte a destra del Governo, che aveva tutto l’interesse a screditare Letta, ha portato avanti con forza delle tematiche che non sono risolutive di niente, a partire dalla questione Imu , dirottando l’attenzione rispetto al grande problema della questione lavoro. E ricordano: quando Renzi presenterà il Job Act, presenterà una propost del Pd, e non solamente sua.

Sulla questione dei sindacati, si ribadisce che Renzi è contro il sindacato auto conservatore, che vuole conservare privilegi anacronistici e rappresenta a volte se stesso. Si deve combattere contro quei sindacalisti che pensano di rivestire un ruolo inattaccabile ed eterno. Soprattutto in certi settori del pubblico, dove i distacchi sindacali sono diventati dei privilegi inaccettabili.

 

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