sabato, Giugno 19

In Amenas, un anno dopo field_506ffb1d3dbe2

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Il prossimo 16 gennaio sarà trascorso un anno esatto dai drammatici eventi di In Amenas, il sito estrattivo nel centro-est dell’Algeria che venne messo sotto attacco da un commando jihadista. E’ ancora fresco nella memoria il bagno di sangue in cui si risolse l’azione terroristica – morirono 38 ostaggi (oltre a 29 jihadisti), in gran parte lavoratori stranieri impiegati nell’impianto e membri delle forze di sicurezza, in quello che viene ricordato come uno dei maggiori atti di violenza della recente storia dell’intero Nord Africa. L’attacco, ordito da terroristi coordinati dal jihadista algerino Mokhtar Belmokhtar, giungeva a pochi giorni di distanza dalla notizia dell’intervento francese nel Nord del Mali, segno dell’intenzione di lanciar un segnale all’Algeria e all’intero Occidente delle ritorsioni che gli interessi internazionali avrebbero dovuto subire in risposta all’interferenza nelle azioni di al-Qaeda nel Maghreb Islamico.

A un anno di distanza, i lavoratori della British Petroleum e della compagnia norvegese Statoil sono tornati a operare nel sito di Hassi Messaoud, un impianto collocato nella regione di Ouargla. A breve verrà ripresa la normale produzione anche a In Salah, altro impianto in prossimità di In Amenas. Knut Rostad, portavoce della compagnia norvegese, ha affermato che sono state concordate misure per «rafforzare la sicurezza fisica presso le strutture e per aumentare il dialogo con partner e Governo». «Effettuiamo analisi dei rischi nei Paesi e nelle regioni costantemente. Non possiamo lasciare che i terroristi dettino le regole, ma possiamo relazionare i nostri piani a misure di sicurezza per ridurre i rischi di un attacco».

Il caos imperante in Libia, Paese in preda alla violenza di milizie e gruppi criminali, e la minaccia jihadista nell’intero Sahel, fascia desertica in cui imperversano gruppi estremisti e milizie dedite al contrabbando, rendono oggi prioritario individuare misure più rigide per la prevenzione dei rischi presso i possibili obiettivi strategici dei gruppi terroristi attivi nella regione.

A metà settembre, la Statoil rese pubblico un’indagine sui fatti di In Amenas, redatto per rispondere alle richieste di chiarezza portate avanti dai familiari delle vittime. Il report, fortemente polemico nei confronti della risposta delle forze armate algerine cerca di rendere conto delle ricostruzioni degli eventi, mettendo in chiaro quale sia stata la dinamica degli attacchi, approfondendo quindi il quadro storico della presenza dell’azienda in Algeria, il suo rapporto con le istituzioni e i rischi corsi in precedenza dai suoi lavoratori. Secondo gli analisti, non era compito semplice prevedere l’attacco sferrato dai jihadisti al sito petrolifero. Nonostante Belmokhtar avesse reso pubblico nel dicembre del 2012 l’intento di sferrare un attacco a interessi occidentali nel Maghreb, storicamente «Al Qaeda nel Maghreb Islamico e il MUJAO (Movimento per l’Unicità e la Jihad nell’Africa Occidentale, ndr) non avevano preso di mira le principali strutture di estrazione di gas e petrolio in Norvegia». Inoltre, le autorità algerine avevano «un forte primato nella salvaguardia dell’industria petrolifera e degli idrocarburi». La decisione di Belmokhtar di prendere di mira un sito come In Amenas era «priva di precedenti» e pertanto di ardua prevedibilità.

Nonostante tali premesse, alcuni cambiamenti di grande importanza hanno modificato il panorama nordafricano nel corso del periodo precedente il 2012: l’aumento della minaccia islamista proveniente dal Nord del Mali, dove le istituzioni statali avevano ceduto il posto ai gruppi jihadisti che si stavano imponendo nell’area; l’instabilità del Nordafrica post-rivoluzionario; la forte diffusione dell’ideologia jihadista e dell’illegalità nel Sahel; alcuni attacchi terroristici nell’Algeria meridionale.

In questo quadro, il report mette a nudo la scarsa qualità del sistema di sicurezza dell’impianto e della risposta delle forze dell’ordine. A difesa di In Amenas, oltre a un sistema di telesorveglianza e a una serie di barriere anti-veicolo, erano presenti principalmente guardie civili disarmate, impiegate per attività di «pattuglia, controllo di identità, perquisizione di borse e controllo degli accessi». Nell’impianto, da metà 2012  la sicurezza interna era gestita non più dall’esercito, ma dalla Sonatrach, la compagnia energetica nazionale algerina. «Dalle interviste, il team di investigazione» è scritto nel report «ha scoperto che gli espatriati che lavoravano nella joint venture In Amenas non erano a loro agio dopo tale cambiamento».

Venerdì scorso in un comunicato, Amar Belani, portavoce del Ministro degli Esteri, ha polemizzato contro quanto scritto dalla stampa straniera, rea di aver accusato le forze dell’ordine di aver operato in maniera impropria e di aver causato l’aggravamento del bilancio delle vittime. «L’intervento delle forze di sicurezza algerine» ha detto Belani «è stato cruciale per salvare centinaia di vite umane e per proteggere un sito strategico che i terroristi avevano in programma di far saltare in aria».

Nel corso degli ultimi giorni si è inoltre tornato nuovamente a parlare della mente dietro gli attacchi di In Amenas, Mokhtar Belmokhtar, e della sua brigata, “Coloro che Firmano col Sangue”. Interrogato da alcuni reporter, David Rodriguez, Generale dell’Africa Command dell’Esercito statunitense, ha sottolineato come ancor oggi Belmokhtar costituisca uno dei principali obiettivi nella lotta internazionale al terrorismo. «Belmokhtar ha ancora le capacità di attuare un altro attacco sullo stile di In Amenas», ha affermato Rodriguez. A dicembre la brigata di Belmokhtar è stata classificata come “organizzazione terroristica” dagli Stati Uniti.

Riuscire a porre un argine alla porosità dei confini del Sahel e del Maghreb intero è oggi una priorità fondamentale per neutralizzare le principali cause di destabilizzazione della regione. Solo cooperando per dare forma a meccanismi di monitoraggio e prevenzione delle minacce portate dai vari gruppi jihadisti sarà possibile ridurre i rischi di nuove azioni di portata paragonabile a quella di In Amenas.

 

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