sabato, novembre 17

In Africa, sfruttamento e abusi: l’altra faccia del disboscamento illecito Mancanza di norme, ignoranza e corruzione: ecco perché è difficile combattere il disboscamento illecito in Africa

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Parlare di disboscamento illecito, non significa soltanto parlare di danni ambientali. Lo sa bene l’Africa che, un po’ a stento, cerca di affrontare una piaga dalle dimensioni sempre più preoccupanti. Tra i Paesi maggiormente coinvolti spicca la Repubblica Democratica del Congo, la Gambia, la Guinea-Bissau, il Madagascar e la Namibia. Non ci riferiamo, quindi, a qualcosa che riguarda la natura in senso stretto, ma ad un’attività che porta con sé le forme più odiose di sfruttamento, minacciando la pace e la sicurezza dell’intero continente. 

Di recente, l’ENACT, ha evidenziato in una ricerca che le operazioni di disboscamento illecito stanno esponendo le comunità coinvolte, specie i giovani, a condizioni di lavoro intollerabili e a tanti abusi, tra cui lo sfruttamento sessuale. Ma reagire non è evidentemente cosa facile.

La governance forestale è oggetto di contestazione tra le autorità federali e quelle locali, nonché, oggetto di scontro tra tradizioni sulla proprietà e sull’utilizzo della terra. Non aiuta certo né la limitata consapevolezza delle forze dell’ordine e delle dogane, né il sistema spesso corrotto per il rilascio di permessi e licenze. Ecco che è facile immaginare come, in un simile sottobosco, possano nascere e proliferare interessi illeciti; i protagonisti del crimine in questione si sono infiltrati nelle catene di approvvigionamento del legname in tutto il continente, distogliendo ulteriormente gli sforzi per una legittima supervisione. E non hanno incontrato nemmeno tanta difficoltà. Perché?

Il settore forestale africano ha noti problemi si regolamentazione che o è appena sufficiente o , nei casi peggiori, manca del tutto. Chatham House, ha stimato che nella maggior parte dei luoghi verdi dell’Africa, l’80% 100% di tutti gli alberi abbattuti potrebbe essere oggetto di attività illecita.

Qualcuno negli anni ha reagito. Prendiamo ad esempio, il Ghana che ha adottato una serie di misure per ridurre il disboscamento illegale ed il conseguente commercio. Tra le azioni, spicca l’accordo volontario di partenariato tra Ghana ed Unione Europea nel 2009 che ha condotto ad una riforma legislativa e ha favorito il miglioramento del dialogo tra le parti interessate all’interno del settore. È stato, inoltre, sperimentato un sistema di garanzia della legalità con un certo successo. Dopo diversi anni dall’implementazione di questi cambiamenti, è cresciuta la consapevolezza delle persone sulla questione. Tuttavia, impossibile negare che restano delle difficoltà applicative, in particolare, per i mali più imponenti da estirpare, come la corruzione. Le pratiche illecite rimangono diffuse e l’illegalità resta un problema nelle catene di approvvigionamento per l’esportazione. Non bisogna dimenticare, inoltre, che il Ghana sta affrontando un declino delle risorse; il settore forestale si è ridotto di molto negli ultimi 15 anni e la situazione sembra destinata a peggiorare. Le stime indicano che il consumo di legname supera notevolmente i livelli di raccolta sostenibili.

Nella Repubblica Democratica del Congo, poi, gli sforzi da parte del Governo sono stati deboli e di poco successo. Negli ultimi anni, gli unici miglioramenti si sono registrato a livello normativo ma restano gravi i problemi di governance in tutto il settore forestale del Paese, con fino al 70% di tutte le attività di disboscamento ritenute illegali. Anche qui si registra qualche progresso con la creazione di un osservatorio indipendente sul fenomeno e con l’attuazione di un accordo di partenariato con l’UE. Ma, come sottolineato sempre da Chatam House, saranno necessari altri miglioramenti della governance «come mezzo per rafforzare l’applicazione della legislazione esistente, affrontare la corruzione e migliorare la legalità nel settore artigianale».

Qualche progresso anche in Camerun, dove, però, tutto si è arrestato al 2010. Buoni i miglioramenti nella disponibilità di informazioni sulla silvicoltura, ma restano troppe lacune. La riforma del quadro legislativo per il settore forestale deve ancora essere completata ed il principio di trasparenza, -che in questi casi gioca un ruolo chiave- fatica ad essere applicato. I sistemi di gestione delle informazioni sono considerati inadeguati e la corruzione rimane diffusa. La conseguenza è che anche qui le attività illecite continuano a proliferare. «Si stima che metà della produzione di legname provenga dal settore artigianale informale che fornisce principalmente il mercato interno», scrive in un’analisi Chatam House. Ed a proposito di commercio, dal 2000 l’importanza del mercato dell’UE come destinazione per le esportazioni di prodotti del legno è diminuita, mentre la rilevanza della Cina è aumentata enormemente.

Insomma, qualcuno ha fatto qualche passo, ma la questione ha una portata enorme ed un impatto devastante che sembra peggiorare.

L’estrazione del legname, già per sua natura, è un’occupazione pericolosa. Ma se per giunta, vaghiamo nel settore dell’informale, i rischi aumentano. In una relazione del TRAFFIC che esamina il settore del disboscamento illegale in Madagascar si stima che 3 lavoratori del settore su 10 muoiono in incidenti sul posto di lavoro. Un politico malgascio locale ha confermato ai ricercatori di ENACT che gli alti tassi di mortalità nei siti di disboscamento sono diventati un problema importante, perché la maggior parte dei tagliatori di legno e dei trasportatori non proviene dalle popolazioni locali. «I boss li reclutano da altri villaggi o da altri distretti perché è facile controllarli», ha spiegato il presidente di una ONG locale per la conservazione, aggiungendo che «quando si verificano morti sul posto di lavoro nei siti di legname, i commercianti di legname e i trasportatori spesso devono seppellire i caduti colleghi nella foresta per evitare il rilevamento».

Anche il mercato della Namibia, che coinvolge circa 6000 persone, è informale e frammentato, impantanato tra lo sfruttamento dei lavoratori ed il degrado dell’ambiente circostante. Qui, tra i protagonisti spiccano i lavoratori della legna da carbone spesso provenienti dalla regione più povera, il Kavango, che vanno a finire in un vortice di illegalità ed in giochi di schiavitù assurdi. Non c’è modo ‘normale’ per loro di ripagare i ‘debiti’ che accumulano nei confronti del proprio datore di lavoro. «I proprietari terrieri procurano la produzione di carbone e i permessi di trasporto e forniscono le attrezzature necessarie, ma poi compensano questi costi con la produzione del lavoratore», si legge nel report di ENACT. «In molti casi, le imprese straniere si sono infiltrate in modo aggressivo nelle catene di fornitura artigianali». Come chiamarla se non schiavitù?

La prospettiva di guadagni rapidi in zone economicamente instabili spesso incentiva le famiglie a portare i bambini fuori dalla scuola durante i raccolti di legname. Ed ecco che arriviamo all’altra ondata problematica del tema disboscamento illecito: lo sfruttamento minorile. Decine di giovani reclutati in operazioni di trasporto di tronchi hanno perso gli arti, subito un lungo periodo di ricovero o sono stati feriti gravemente sul posto di lavoro. Le ragazze non sono da meno. Gli operatori sanitari delle comunità coinvolte riportano abusi sessuali diffusi e picchi di tassi di gravidanza e infezioni trasmesse sessualmente durante la stagione del disboscamento.

La ricerca ENACT indica che l’abuso sessuale è diffuso nei siti di lavorazione informale del legname in tutto il continente, come accade anche in altre industrie informali, sotto-regolamentate o non regolamentate affatto. «In Guinea-Bissau, Senegal e Gambia sono state confermate le accuse secondo cui ragazze minorenni provenienti dalla Nigeria, sono spesso oggetto di traffico forzato verso siti di disboscamento in queste regioni ai fini dello sfruttamento sessuale».

Non è semplice per le autorità locali identificare i responsabili di questi reati poiché, quasi sempre, i trafficanti forniscono una falsa identificazione, sostenendo, altresì, che le ragazze sono residenti locali e adulti legali. La ricerca sul luogo suggerisce una realtà tremenda: «le ragazze vengono vendute contro la loro volontà, sotto falsi pretesti, e sono trattenute in situazioni in cui sono sessualmente sfruttate e brutalmente abusate».

Poco si è detto e scritto sull’impatto negativo del disboscamento illegale. Quando si tocca l’argomento ci si concentra sul danno ambientale e sulle perdite finanziarie causate dalla pratica nelle mani dell’illegalità ma poco si dice sul ‘costo umano’. Il costo «in termini di degrado dei diritti umani, qualità della vita e prospettive per le comunità che vivono e lavorano all’interno e intorno ai siti di registrazione illegale – è spesso trascurato», scrive l’ENACT. 

La verità è che lo sfruttamento e gli abusi sulla gioventù africana che conseguono a questa pratica già di per sé dannosa, possono avere conseguenze negative di lunga durata per lo sviluppo del continente.

È necessario che ogni iniziativa sia volta, non solo alla promozione del settore forestale africano, in quanto potenziale motore per la crescita economica del continente. Occorre informazione, consapevolezza. Occorre parlare di ambiente, si, ma anche di abusi sull’uomo. Occorre garantire sicurezza alle comunità che attualmente subiscono simili soprusi, perché si possa lavorare in questo ricco settore senza traumi e senza cicatrici.

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