sabato, Maggio 15

Impressioni da Coalizione Sociale nascente

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Alla fine del primo giorno dei due di assemblea nazionale della Coalizione Sociale

Per carità, sempre belle le assemblee. Specie se nazionali. Specie se costituenti. Ne ho fatte tante in vita mia e ne farò ancora. Eppoi questa non è mica finita, domani si conclude con un rilancio come sempre.
Però stasera, tra il giorno uno e il giorno due, voglio appuntarmi un pensierino.
Ed è che quando diciamo che il mainstream funziona in un certo modo, e che noi che lo contestiamo funzioniamo in un altro modo, forse non teniamo in debito conto il fatto che il mainstream è davvero main: pervasivo, immanente, onnipresente, contagioso, introiettato.
Lessi non so più dove, e lo ripeto sempre, questo breve lampo di lucidità: «Il capitale governa, i tecnici amministrano e i politici vanno in televisione»; che significa che se vediamo qualcuno che si mostra nell’atto di governare o in quello simmetrico di opporsi, è quasi sicuro che in realtà l’uno non governi affatto e l’altro non si opponga sul serio, ma stiano entrambi recitando parti scritte per loro da chi sa (tecnici, specializzati in questo) come tener buono il pubblico mentre c’è chi amministra (altri tecnici, con diversa specializzazione  -ma perlopiù ignoti quanto i primi) nell’interesse di qualcosa di quasi impersonale (il capitale, una classe, l’élite  -proprio un altro pianeta rispetto al nostro quotidiano).
Bene, stasera voglio appuntarmi qui questo piccolo paradosso.
Anche nell’anti-mainstream succede talvolta qualcosa di simile: nelle bellissime assemblee cui continuamente partecipiamo, quelli che davvero decidono di sicuro non sono in platea, appena appena ne scorgi qualcuno confabulare nei corridoi, al limite ne vengono scelti (da tecnici sconosciuti) due o tre che aprono i lavori con frasi di circostanza, prendono gli interventi del pubblico e poi chiudono i lavori con quasi le stesse frasi.
E gli interventi? Fanno tempo. E la platea? Fa colore. E l’assemblea? Fa stampa.
Tale è la potenza del mainstream, che sussume pure noi  -il suo contrario. Talvolta.
(Ah, sia chiaro che tutto il ragionamento vale anche per le assemblee virtuali, per i forum sul web, per le mailing list, per i social network e compagnia bella. Per cui, cari attivisti 2.0 non pensiate di farla franca voialtri: chi scrive, posta e commenta non è mai colui che decide, chi modera e coordina decide solo entro le tecnicalità del mezzo, ma chi decide la linea e tutto non lo leggi e non lo vedi mai. Allora gli scritti a che servono? A far tempo. E le risposte? Colore. E il sito, o quel che è? Stampa. Bravi.)
D’altronde che il potere sia cosa oscena (nel senso di o-scena = fuori scena, invisibile), mica è definizione che mi sono inventato io.
Però il paradosso ora mi prende la mano. Quindi continuo ancora un capoverso.
Ma allora, se chi decide sia nel mainstream che nell’anti-mainstream non è mai chi si vede governare od opporsi o sbattersi in assemblea o stipare la Rete di parole, a che pro allestire tutta questa scena? Per la stampa, appunto. O per i media generalisti tutti (oggi, più correttamente). Perché sia i piccoli poteri dell’anti-mainstream sia il potere mainstream sanno benissimo che la loro sopravvivenza (nel caso dei piccoli anti-) o il suo predominio (nel caso del main) dipendono comunque dal fatto che il pubblico certifichi la loro esistenza, e nel certificarlo li perpetui in quanto potere e poteri. E il pubblico propriamente detto non è certo chi va alle assemblee, né chi bazzica il web, né chi fa militanza politica nei partiti di Governo o di opposizione, né chi fa quella sindacale, né chi esercita una forma qualsiasi di cittadinanza attiva (tutti questi insieme fanno una ridottissima minoranza); bensì è quello che vede la televisione, o un media generalista qualunque (oggi, più correttamente).
Dunque: se vuoi perpetuare la tua esistenza anche soltanto come piccolo potere anti-mainstream ti serve il pubblico, cioè la stampa, cioè l’assemblea (1.0 o 2.0); non importa quanto infarcita di bislacchi (che di quelli ne verranno a frotte), né quanto bollita di obiettivi farlocchi (che sono la specialità dei bislacchi), purché ce ne sia. Una ogni tanto. O una manifestazione. O un’iniziativa. O un sit-in. O un presidio. O una vertenza. O un territorio. O un’occupazione. O una riunione.
Però di sicuro non è in assemblea (ripeto non, per chi si fosse messo all’ascolto solo adesso) o altro, che visibilmente si decide alcunché: in assemblea e simili non si vede proprio chi per davvero decide. Come non lo si vede in televisione.
E io, pur sapendo tutto questo, perché allora ci vado sempre (quasi, quando ce la faccio) alle assemblee, alle manifestazioni, alle iniziative, ai sit-in, ai presidi, alle vertenze, ai territori, alle occupazioni, alle riunioni? Perché allineo tutte queste parole sul web, in questa specie di assemblea virtuale permanente?
Perché sono un fottuto romantico, e non posso pensare che tutte queste scene siano allestite per la pura presenza di bislacchi e farlocchi, come pièce del teatro dell’assurdo. Non lo sopporterei, direi quasi fisicamente.
Immodestamente, la mia sola presenza rivela a me stesso (nei casi peggiori; altre volte ce n’è altri come me, ma nel dubbio…) che non è così al 100%.
Ognuno ha le proprie perversioni, questa è la mia; e il capitalismo è nevrosi tanto sociale quanto individuale.
Oh, sembra che mentissi; infatti ecco qui ancora un capoverso.
Infatti resta da spiegare l’enorme sproporzione tra il potere mainstream e i piccoli poteri anti-mainstream, o equivalentemente quella tra la quantità di pubblico che certificandone l’esistenza perpetua il primo e l’esiguità di quello relativo ai secondi.
Dipende forse dal grado di ragione oggettiva che hanno le tesi main o alternativamente le tesi anti? Non scherziamo: la ragione non c’entra affatto! Il main, cioè il potere (il capitalismo), ha torto marcio: il pubblico, esso vigente, sta male; e invece con almeno alcune delle tesi anti (la cooperazione, la solidarietà, la pianificazione, l’umanesimo socialista), se implementate nella vita collettiva, il pubblico starebbe assai meglio (il che è sempre un validissimo metro di giudizio per dar ragione o torto alla teoria-pratica politica).
No. Ho idea che dipenda dal fatto che i tecnici con la specialità di amministrare il mainstream e quelli con la specialità di allestire la grande e variegata scena che recitano i politici in televisione sono molto ma molto più bravi di quelli che allestiscono le piccole scene delle assemblee e simili (reali o virtuali) e che insomma amministrano il nostro caro anti-mainstream. Infatti il main, i suoi, li paga in quanto professionisti e benissimo; i nostri, sono perlopiù volontari, dilettanti, praticamente gratis. Il potere ha tutti i soldi che servono per far passar per vera ogni storia esso voglia; mentre i piccoli poteri, per definizione, soldi quasi zero.
La meritocrazia nel capitalismo c’è davvero. Solo che i suoi criteri sono un po’ diversi da quelli che ci vengono spacciati.
Ci sarà una selezione periodica e una formazione continua, immagino, sia dei suoi tecnici che dei politici. E anche una specie di headhunting (da parte di altri tecnici mainstream ancora, con questa sola specializzazione) che fa sì che qualche tecnico o ‘politico’ già distintosi nell’anti-mainstream (per meriti che se conoscessimo ci darebbero credo fastidio) venga assunto dal main, e finalmente (per lui, o lei) col gran salto nel professionismo si materializzi il suo bel posto al sole. Questo spiega un certo numero di fenomeni sorprendenti. Sorprendenti per noi, resistente platea delle assemblee e simili.
Infine, davvero: per entrare invece nei luoghi o-sceni dove si decide il main o l’antimain, come si fa? Be’, non chiedetelo a me: io sono ab origine et in saecula saeculorum un cane sciolto, un dilettante perfino come pubblico, soprattutto senza prezzo. Il potere e i poteri sanno di non potersi fidare di me: non ho mai avuto accesso a quei luoghi e non l’avrò mai.
Niente, mi dispiace. Domandate a qualcun altro. O usate l’immaginazione, la logica, lo studio.
Ecco qui. Però domani, ovviamente, il giorno due mi convincerà di tutto il contrario: io uscirò dalla due giorni soddisfatto come da ogni assemblea, specie se nazionale, specie se costituente. Ne ho fatte tante, ne farò ancora.
E’ per questo che me lo sono appuntato stasera. Che il pensierino è lungo, e poi domani non me lo ricordavo più.

 

Alla fine del secondo giorno, cioè dell’assemblea

Facile profezia: il giorno due mi ha dato motivi ampi e profondi per ricredermi del pensierino di ieri sera, e io sono uscito dall’assemblea nazionale (forse anche costituente) politicamente e civicamente soddisfatto.
Ti credo: se senti intervenire in sequenza Giuseppe De Marzo, Sandra Bonsanti, Stefano Rodotà e poi Maurizio Landini, come fai a non ritemprarti, a non convincerti?
Per dirla tutta, tre dei numeri statistici della due giorni non è che abbiano strabiliato.
Il primo. Circa la metà dei partecipanti erano dipendenti (pubblici o privati) con contratto a tempo indeterminato (come me, peraltro; pubblico), e l’altra metà precari, disoccupati, partite IVA, studenti e pensionati; il che, se dice che anche i ‘garantiti’ come me hanno l’urgenza di fare rete contro il neoliberismo (buona notizia dal punto di vista della lotta, e anche dell’umana solidarietà), però dice pure che i protagonisti naturali del percorso antagonista progettato non si è riusciti ad attrarli in massa, almeno finora.
Secondo. Ieri sono arrivate in assemblea 800 persone, oggi 1000: fa una media di 900 presenze; il che, a fronte di un’adesione nominale di 300 associazioni all’assemblea di Coalizione Sociale, produce una partecipazione media di 3 persone ad associazione (pure meno, visto che io per esempio sono un cane sciolto). Ma che tessuto sociale è quello composto da associazioni che non riescono a mandare nemmeno 3 dei loro a un’assemblea nazionale (forse costituente) della coalizione cui hanno aderito? Stiamo messi così.
Terzo e ultimo numero. C’era lo streaming, richiesto a gran voce proprio dal social network, che ha permesso di seguire i lavori anche a chi non poteva venire; bene: i contatti ieri sono stati 200, oggi non lo so ancora, comunque pochissimi rispetto al senso dello strumento richiesto e approntato. Vuol dire che il tessuto sociale cui afferisce il progetto è fatto piuttosto di persone (benché non molte) che prendono e vanno in carne ed ossa all’iniziativa, che non di smanettoni da pc e smartphone. Non mi dispiace.
(E neppure che fossimo 900, in media, ieri e oggi: a me troppi bislacchi tutti assieme fanno anche un po’ paura. Mi basta e avanza, per motivarmi, che ci siano i De Marzo, le Bonsanti, qualche operaio, qualche marxista, i Rodotà e Maurizio Landini soprattutto; mi basta e avanza sentire quello che dicono, rifletterci su, e provare a dar seguito.)
Invero, non è che ci sia lasciati con un programma dettagliato di chi fa cosa e come lo fa. Ma confido che qualcuno di questi lo sappia già, e in qualche modo discreto ce lo farà sapere.
Venerdì 26 giugno si riunisce Coalizione Sociale Roma, e io (tanto per dire quanto il giorno due mi abbia sedotto; ma lo sapevo già ieri sera, mi conosco) mi sa proprio che ci vado.

 

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