venerdì, Settembre 24

Imprese in crisi e i dubbi sul TFR in busta paga false

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Italia popolo di Santi, navigatori e scoraggiati. A dirlo un rapporto della Commissione Europea secondo cui il fenomeno è conseguenza della disoccupazione di lungo termine in aumento. Italia e Cipro – si legge nel rapporto – sono gli Stati Ue con il più alto tasso di lavoratori scoraggiati, sotto-occupati e persone temporaneamente non disponibili a lavorare: rispettivamente sono il 16,1% e il 14,1% della popolazione attiva. Il pil reale procapite in Italia è tornato ai livelli di metà anni ’90 e che il reddito disponibile delle famiglie è calato.

Nel rapporto si sottolinea come l’economia italiana sia cresciuta meno di quella di molti altri Stati membri fino al 2007 e da allora abbia sofferto di una recessione “double dip” (dopo un iniziale picco negativo l’economia torna a crescere per un periodo per poi crollare nuovamente).  Il calo del reddito procapite è stato anche più grande in parte a causa della crescita della popolazione. La disoccupazione giovanile resta molto alta e sta aumentando. E sempre in tema lavoro, l’Italia conquista il primato delle disparità regionali, secondo l’Ocse il nostro è il paese con le maggiori disparità per quanto riguarda gli indicatori sul lavoro. Maglia nera la Campania , posizionandosi nell’1% dei paesi Ocse peggiori, mentre Bolzano è al top tra il 15% dei migliori.

Sono 13 milioni i senza lavoro da oltre 1 anno nell’Unione Europea. Ad agosto – si legge nel rapporto trimestrale della commissione europea – il tasso di disoccupazione nella Ue era del 10,2%, pari a 24,6 milioni di persone, nell’Eurozona era stabile all’11,5% pari a 18,326 milioni di persone. Tra i disoccupati, uno su tre ha perso il lavoro da più di due anni.

Voltare pagina, questa la sintesi della Dichiarazione di Roma, il documento prodotto dai vertici dei sindacati europei riuniti oggi a Roma, in vista del summit europeo sul lavoro di mercoledì prossimo a Milano. Interventi legislativi sul lavoro e sul mercato del lavoro, «hanno provocato aumento della disoccupazione e delle disuguaglianze di trattamento dei lavoratori, diminuzione delle tutele e delle protezioni, indebolimento degli accordi e della contrattazione collettiva. Il lavoro stabile dignitoso e di qualità deve essere il punto di riferimento per il futuro, che la flessibilità non può né deve trasformarsi in precarietà, che la contrattazione dei salari e delle condizioni di lavoro deve rimanere autonoma responsabilità delle parti sociali, che i diritti e le tutele fondamentali dei lavoratori non devono essere oggetto di interventi unilaterali e non concordati. Solo attraverso la contrattazione collettiva- chiudono i sindacati- si potranno negoziare le riforme che ci consentiranno di uscire dalla crisi e perseguire la giustizia sociale. Ciò è indispensabile affinché i lavoratori si possano sentire parte del progetto europeo».

Evitare una nuova Argentina, lo chiede il Fondo Monetario che chiede ai Governi sostanziali modifiche per la vendita dei loro Bond. «I recenti sviluppi dell’Argentina mettono in evidenza l’importanza di rafforzare ulteriormente l’esistente contesto dei contratti sul debito». Due le raccomandazioni: La prima e la modifica della clausola ‘pari passu’, alla quale sono ricorsi gli hedge fund contro l’Argentina per chiedere il pagamento per intero.  Il Fmi ritiene che la clausola escluda esplicitamente l’obbligo di pagare gli investitori che non hanno accettato la ristrutturazione. La seconda raccomandazione riguarda l’inclusione di tutti gli investitori nella decisione presa da una maggioranza del 75% dei creditori.

Quasi la metà delle imprese si trova con una capacità finanziaria critica, lo dice Confcommercio in una ricerca. A soffrire di più sono le Regioni del Mezzogiorno, in particolare in Calabria e in Sardegna dove la quota di imprese che non sono riuscite a fronteggiare il proprio fabbisogno finanziario supera il 54%. Tutte sotto la media nazionale invece le Regioni del Nord con in testa il Friuli Venezia Giulia dove solo il 26,7% delle imprese è risultata in difficoltà. Bassa la percentuale di imprese del commercio, del turismo e dei servizi che nel secondo trimestre 2014 si sono recate in banca per chiedere il credito del quale avevano bisogno: il 15,9% contro il 14,6% del primo trimestre. Di queste, solo il 26,7% si sono viste accogliere le richieste di fido portando così la percentuale di imprese effettivamente finanziate a poco più del 4%.

A livello territoriale ancora una volta emerge in tutta evidenza la “forbice” che distanzia il Nord dal Sud del Paese: la media della domanda di credito nelle regioni meridionali si aggira attorno all’11%, oltre 6 punti in meno rispetto al Nord-Ovest; la percentuale di imprese che si sono viste accogliere la richiesta di fido è in tutte le regioni del Nord superiore alla media nazionale (con punte intorno al 40% in Lombardia, Trentino e Friuli Venezia Giulia) mentre al Sud la media non arriva al 15%.

Le imprese artigiane sono molto preoccupate dall’ipotesi dell’anticipo del Tfr in busta paga, lo afferma chiaramente il segretario generale della Confederazione libere associazioni artigiane italiane (Claai), Marco Accornero. «L’anticipo del Tfr in busta paga deve essere legato a un fondo finanziato dalle banche e a tasso zero: in caso contrario per le imprese artigiane del nostro Paese questo provvedimento si tramuterà in una ghigliottina, le piccole e medie imprese artigiane – spiega – sono gravate da un cuneo fiscale insostenibile e un anticipo di liquidità ai dipendenti si tradurrebbe in un esborso di 4,5 miliardi: è un costo che le Pmi non possono permettersi e per questo se il Governo vuole procedere con l’anticipo del Tfr deve fornire rassicurazioni certe sul fatto che saranno gli istituti di credito, la Cassa depositi e prestiti e l’Abi a sostenere e a garantire erogazione e costi. In caso contrario – conclude il segretario della Claai – questo provvedimento assumerebbe i contorni di un’operazione meramente fiscale per fare cassa: tassare il Tfr in busta paga con aliquote ben più pesanti rispetto a quelle a cui sarebbe soggetto alla fine del rapporto di lavoro».

E sempre a proposito di TFR, secondo la Cgia di Mestre, con l’eventuale anticipazione in busta paga le imprese rischiano il collasso. Secondo il segretario Bertolussi «nelle ultime settimane il dibattito sul Jobs Act si è concentrato quasi esclusivamente sulla riforma dell’articolo 18. Poco o nulla, invece, si è discusso sulla revisione degli ammortizzatori sociali. Tra le altre cose, il riordino delle misure di sostegno al reddito comporterebbe la graduale estinzione della cassa integrazione in deroga, attualmente coperta dalla fiscalità generale, che dovrebbe essere sostituita dal sistema della bilateralità o del Fondo residuale all’Inps».

«Ovviamente, questo nuovo sistema – chiarisce Bortolussi – dovrebbe essere sostenuto economicamente anche dalle piccole aziende che, pertanto, subirebbero un incremento del carico contributivo». E i problemi non finiscono qui: «E’ probabile che l’attuale contributo sui licenziamenti dei lavoratori con un contratto a tempo indeterminato venga addirittura triplicato. Per un dipendente lasciato a casa per ragioni economiche, l’azienda dovrebbe versare all’Inps, in relazione all’anzianità’ lavorativa, da un minimo di 1.500 euro circa ad un massimo di 4.500 euro lordi».

Perplesso infine sulla realizzazione del progetto TFR: «Se, come apprendo dalla lettura dei quotidiani di oggi, l’operazione sarà a costo zero per le imprese private – conclude Bortolussi –, per quale motivo il Governo non estende la possibilità di richiedere l’anticipazione della liquidazione anche ai lavoratori del pubblico impiego? In realtà le cose stanno diversamente da come le presentano e l’eventuale anticipazione della liquidazione avrebbe degli effetti finanziari molto negativi sui bilanci delle Pmi. E’ vero, il Tfr è una forma di salario differito, ovvero sono soldi dei lavoratori; tuttavia, con la crisi che non accenna a dare segni di tregua, con la scarsa liquidità e la sottocapitalizzazione che da sempre caratterizza le Pmi, da dove potrebbero recuperare i piccoli imprenditori le risorse necessarie per anticipare la liquidazione? Gli istituti di credito, si sa, in questo momento prestano il denaro solo a chi ha una certa solidità finanziaria; agli altri, purtroppo, l’accesso al credito bancario è praticamente precluso».

Ma quanti soldi andrebbero realmente in busta paga se la proposta dovesse passare? Secondo gli studi della Fondazione dei Consulenti del lavoro dai 40 agli 80 euro. «Nelle buste paga dei lavoratori -spiega- andrebbero circa 40 euro al mese (in caso di Tfr erogato al 50%), circa 62 euro al mese (in caso di Tfr erogato al 75%) e circa 82 euro al mese (in caso di Tfr erogato al 100%).  Se si decidesse di mantenere l’odierna agevolazione fiscale, l’ammontare mensile varierebbe di circa 5 euro in eccesso».

La proposta del governo di anticipare il Tfr in busta paga, sostiene la Fondazione studi, «dovrebbe riguardare esclusivamente i dipendenti del settore privato, ovvero circa 12 milioni di lavoratori rispetto agli oltre 3 milioni del settore pubblico. Per il settore privato – precisa – ogni anno vengono erogate 315 miliardi di retribuzioni contro i 115 miliardi per quelle dei lavoratori pubblici, per un totale di circa 430 miliardi di retribuzioni l’anno. Il Tfr maturato ogni anno è circa 21 miliardi, 451 milioni di euro».

Non solo lavoro ma anche giustizia e spending review, lo dicono i vertici di Blackrock Italia. «L’Italia – ha spiegato Bruno Rovelli, a capo dell’investment advisory di Blackrock Italia – sembra essere uno dei Paesi nell’Eurozona che non ha avuto un miglioramento della competitività. La riforma del lavoro non è la sola necessaria – ha aggiunto, interpellato in particolare sulla questione dell’articolo 18 – c’è anche quella della giustizia o la spending rewiew: l’ambito di azione è quello, il modo in cui vi si interviene lo valuteremo poi».

La Commissione europea non si sbilancia sulle bozze di bilancio elaborate da alcuni Paesi dell’area euro e nemmeno sul chi sarà chiamato a darvi un primo giudizio. Il portavoce del commissario agli affari economici, Simon O’Connor, durante un incontro con la stampa a Bruxelles ha detto che la commissione  «valuterà la compatibilità dei piani con gli impegni assunti (da ogni Stato) sulla base del Patto di stabilità e di crescita in ambito di Consiglio europeo, tutti i Paesi sono tenuti a notificare i loro piani di bilancio entro il 15 ottobre. Per ora circolano solo bozze e quindi sarebbe estremamente prematuro prestarsi a speculazioni sui contenuti delle opinioni che daremo».

Il tutto in risposta ad una domanda sui piani delineati dalla Francia, che come l’Italia ha previsto slittamenti su alcuni obiettivi relativi ai conti pubblici. La portavoce della Commissione Pia Ahrenkilde Hansen ha puntualizzato che «le Commissione uscente e  quella entrante stanno lavorando strettamente assieme per assicurare la transizione».

Intanto secondo il ‘Wall Street Journal’ l’Unione Europea sarebbe pronta a bocciare la bozza di bilancio 2015 della Francia , in cui Parigi rinvia ancora il rispetto del 3% del rapporto fra deficit e Pil previsto dal Patto di stabilità. I Paesi dell’area euro hanno tempo fino al prossimo 15 ottobre per inviare le bozze di bilancio del prossimo anno. La Commissione Ue ha tempo fino a fine novembre per esaminare ed esprimersi sul testo. Ma in caso di serie irregolarità con le regole europee può chiedere correzioni entro due settimane. Per il quotidiano finanziario lo scontro fra la Commissione e la Francia potrebbe anche coinvolgere l’Italia, che però ha “maggiori margini perché il suo deficit negli anni passati è stato più basso rispetto a quello francese”.

E rimaniamo sulle indiscrezioni giornalistiche, secondo il settimanale Der Spiegel’, il Fondo monetario internazionale (Fmi) avrebbe tagliato le stime del Pil della Germania per l’anno in corso e per il 2015 all’1,5%, ma non vede pericoli di recessione per l’economia tedesca. Secondo il settimanale, l’Fmi invita per questo il governo tedesco ad aumentare il volume degli investimenti pubblici e privati. Tra le ragioni del ribasso i rischi per le crisi in Ucraina e in Medio Oriente. A luglio il Fondo prevedeva un +1,9% per il 2014 e un +1,7% per il 2015.

La Troika approva i conti della Grecia che prevede una crescita del 2,9% nel 2015, dopo sei anni di recessione. Anche gli altri dati macroeconomici – stimati dal governo nel Budget dello Stato e presentati oggi dal ministro delle Finanze Christos Staikouras – sono positivi: il Pil cresce dello 0,6% nel 2014 e l’avanzo primario è al 2%, oltre le previsioni, e ancora in miglioramento nel 2015.

Ripresa modesta nel terzo trimestre per l’attività economica dell’area Euro che risulta frenata dalle tensioni geopolitiche e dalle esportazioni. Secondo l’Istat «il Pil crescerà dello 0,2% nel terzo e nel quarto trimestre per poi accelerare marginalmente nel I trimestre 2015 (+0,3%). Questo risultato medio, tuttavia, nasconde andamenti eterogenei tra le diverse economie dell’area. Il progressivo miglioramento della domanda interna costituirà il principale fattore trainante della ripresa. Gli investimenti fissi lordi riprenderanno a crescere stimolati dalle migliorate condizioni di liquidità, dal più basso costo del capitale e dalla necessità di ricostituire la capacità produttiva persa a causa della crisi finanziaria». Nel report, si legge inoltre che «le prospettive per i consumi privati rimangono moderatamente positive e in linea con una graduale ripresa del mercato del lavoro. Sotto l’ipotesi che il prezzo del petrolio si stabilizzi a 97 US$ al barile e che il tasso di cambio dollaro-euro fluttui attorno a 1,28, l’inflazione totale dovrebbe crescere solo marginalmente nei prossimi due trimestri. I principali rischi associati a questo scenario sono al ribasso e includono una ripresa inferiore alle attese degli investimenti e un incremento del risparmio delle famiglie a scopo di deleveraging. A questi fattori di rischio interni si aggiungerebbero l’indebolimento della domanda estera da parte delle economie emergenti, in particolare Asia e America Latina, e un inasprimento delle tensioni geopolitiche internazionali nell’Europa dell’Est in Iraq e Siria».

Utilizzare i fondi europei per rilanciare l’economia, lo chiede Confindustria  i 20 miliardi di Fondi Ue – afferma il Direttore generale di Confindustria Marcella Panucci – potrebbero contribuire a cambiare volto al Paese, a rilanciare la fiducia e a superare la fase stagnate dell’economia,  sono un’opportunità’ non ancora sfruttata appieno. I ritardi della spesa del programma 2007-2013, l’avvio dei nuovi programmi e le risorse nazionali per la coesione mettono nelle mani del Governo nazionale e delle istituzioni locali circa 20 miliardi l’anno per i prossimi 8 anni.  Si tratta di una leva” anticrisi “che può rivelarsi decisiva”. Il Paese, ha spiegato Panucci, stenta a ripartire ma un “vero consolidamento e il rilancio della fiducia si avranno solo se si avviano investimenti privati ma anche pubblici.

Lo Sblocca Italia va nella giusta direzione ma non stanzia nuove risorse e, di fatto, rialloca quelle esistenti. Guardiamo con molto interesse alla Legge di Stabilità. Poche speranze se l’Europa non cambia, lo afferma  il Direttore del The Wall Street Journal  Gerard Baker  intervistato da Qn. «La crisi – continua il Direttore – ha riguardato l’incapacità degli Stati di gestire il sistema fiscale. Dal 2008 si sono fatte tante riforme», col risultato di avere istituti di credito bloccati, più riluttanti ad assumere rischi e quindi a erogare finanziamenti. Il problema non è il troppo capitalismo, ma che non ce ne possa essere abbastanza. In Europa – chiarisce il Direttore – urge «liquidità finanziaria. Poi un sistema normativo che incoraggi gli investimenti e l’assunzione dei rischi, compreso quello del fallimento, se poi è garantita la possibilità di riprendersi. Infine un mercato del lavoro dinamico».

Baker parla anche dei vincoli europei: «Sono le circostanze storiche a definire accettabile un parametro. Se gli equilibri economici cambiano, quel livello richiesto diventa un costo insostenibile. In economia niente è fisso per sempre. Che il rapporto deficit-pil sia al 3% o al 4% non è il problema, ma certo occorre dare ai governi degli indicatori quantificabili».

Chiusura negativa per la Borsa di Milano, che perde lo 0,40% , Lo spread tra Btp decennali e omologhi tedeschi si attesta a 143 punti in chiusura. Il rendimento è al 2,33%.

 

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