venerdì, Maggio 7

Impresa sociale e COVID-19: i disoccupati salvano l’occupazione Un’autentica Impresa Sociale non in logica di buonismo di maniera e compassionevole, ma perché rende operativa la formula imprenditoriale sociale che scambia prodotti/servizi nel mercato tradizionale

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In COVIDera (settembre-dicembre 2020), il rischio di licenziamenti e di disoccupazione non solo è reale, ma galoppa! Gli strilli delle pagine dei giornali dicono: ‘A rischio fino ad un milione di posti’, ‘ISTAT: già persi 385mila occupati’, ‘Allarme Confesercenti: 700.000 posti a rischio’, ‘Il Covid riacutizza i problemi dell’occupazione femminile’, ‘Mezzo milione di precari spazzati via’. Solo nell’area metropolitana di Milano, questa crisi potrebbebruciarecirca 80.000 posti di lavoro.

Il contesto evidenzia drammaticamente una  riduzione dei consumi, una flessione dei prezzi degli asset (immobili, asset finanziari, ecc.), uno stallo degli investimenti e le aspettative negative incorporate nelle scelte degli investitori si scaricano a loro volta sui trend del mercato finanziario.

Il Cerved ha svolto un’analisi campionaria sui bilanci di 720 mila società di capitali italiane, che coprono circa il 55% degli occupati dipendenti e che generano un valore aggiunto pari a un terzo del PIL italiano. Cerved ha elaborato per oltre 200 settori economici uno scenario estremo tale per cui il numero di imprese in crisi salirebbe a 176 mila (il 33%) a fine anno. Il costo sociale di questi fallimenti sarebbe importante: i lavoratori a rischio sarebbero 3,8 milioni.

La Banca d’Italia, nella sua relazione espressa dal governatore Visco, afferma che il PIL potrebbe crollare del 13%, il debito volare al 156% sul PIL. Si esorta il sistema a «ritrovare la via dello sviluppo». Ma come se non si riesce a mantenere in vita le imprese esistenti?

Smart working dove è possibile con i vincoli dello spazio e del tempo che si allentano; un modo di lavorare con nuove competenze da sviluppare.

Dove il mercatonon tira’, lo spostamento delle competenze è un dovere imprenditoriale’ da settori in crisi a quelli che hanno nuove prospettive di business. E’ una delle soluzioni ovviamente integrate con altre linee di azione.

Questa Italia bionica interpella tutte le forze utili per evitarecrisi di rigettopossibili. In  questo contesto anche la formula di Impresa sociale (Dl.Lgs.112/17) può diventare un’impresa di salvataggio (‘Rescue Company’).

Appartiene al Terzo settore (350.000 aziende non profit con un fatturato di circa 72 miliardi di euro) che occupa circa 800.000 posizioni lavorative. Il 4,3% del PIL italiano.

L’approccio non è quello di ‘infilare’ da tutte le parti il non profit per giocare un ‘presenzialismo’ di attore economico e neanche di considerarlo in funzione ‘salvifica’, ma di far parte del rilancio perché la profilatura della domanda, per prossimità territoriale, è ben chiara al Terzo settore.. 

Nello specifico ‘mitigare le conseguenze della crisi e il rafforzamento di competenze a medio termine del capitale umano, naturale e sociale’ e sviluppare una componente delle politiche attive del lavoro.

Infatti si può attivare una linea di intervento tramite la conversione di imprese profit (specialmente le micro e le PMI) e non profit in crisi in Imprese sociali (Dl.Lgs.112/17 art.2, punto 4, lettere a, b e punto 5).

Infatti nell’ambito della Riforma del Terzo settore (L.106/16, D.Lgs.112/17) , si considera comunque di interesse generale, indipendentemente dal suo oggetto, l’attività d’impresa nella quale, per il perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, sono occupati:

  • lavoratori molto svantaggiati ai sensi dell’articolo 2, numero 99 del regolamento (UE) n. 651/2014 della Commissione, del 17 giugno 2014, e successive modificazioni;

Per «lavoratore svantaggiato» si intende chiunque soddisfi una delle seguenti condizioni:

  • non avere un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi;
  • avere un’età compresa tra i 15 e i 24 anni;
  • non possedere un diploma di scuola media superiore o professionale (livello ISCED 3) o aver completato la formazione a tempo pieno da non più di due anni e non avere ancora ottenuto il primo impiego regolarmente retribuito;
  • aver superato i 50 anni di età;
  • essere un adulto che vive solo con una o più persone a carico;
  • essere occupato in professioni o settori caratterizzati da un tasso di disparità uomo-donna che supera almeno del 25 % la disparità media uomo-donna in tutti i settori economici dello Stato membro interessato se il lavoratore interessato appartiene al genere sottorappresentato;
  • appartenere a una minoranza etnica di uno Stato membro e avere la necessità di migliorare la propria formazione linguistica e professionale o la propria esperienza lavorativa per aumentare le prospettive di accesso ad un’occupazione stabile.

Non si sta parlando di una cooperativa (si veda l’intervento della ‘Nuova Marcora’ con finanziamenti agevolati di circa 9,8 milioni di euro quasi esclusivamente per le cooperative), ma di una impresa sociale che salva i disoccupati del Profit e del Non Profit.

Tutto questo può avvenire in un contesto economico e sociale ove, nei momenti di crisi, la forma d’impresa partecipata, sia come istituto giuridico-economico, sia come modello gestionale è una via d’uscita e di reazione con risultati positivi e di recupero.

Le imprese sociali possono intervenire come imprese di salvataggio (‘rescue company’) per recuperare sia posizioni di mercato di imprese for profit ove alcune regoletossichedell’impresa stessa hanno condotto a una deriva fortemente instabile sia posti-posizioni di lavoro ‘in sofferenza’ che altrimenti, dopo la cassa integrazione guadagni, non avrebbero speranza di mantenimento nella continuità; in sintesi, si salverebbero posti di lavoro.

Con la formula imprenditoriale dell’impresa sociale che subentra all’impresa profit e non profit in crisi, si manterrebbe una continuità di attività lavorativa e dibrandche farebbe cogliere i primi segnali di ripresa. Se le imprese cessassero la loro attività, si rischierebbe, ineluttabilmente, di perdere valore, mercato, brand, avviamento, assetto tangibile e intangibile.

Questa scelta potrebbe supportare la competitività in un mercato ridimensionato e utile per cercare mercati aggiuntivi, innovativi ed interstiziali rispetto all’esistente. Una conversione dell’Impresa Sociale verso nuovi settori (contigui o diversi) ed uno spostamento delle competenze dei dipendenti.

L’impresa sociale ha una formula imprenditoriale che gode del vantaggio di avere un ‘asset’ aziendale che può stare in equilibrio gestionale a prezzi competitivi perché i costi di gestione e produzione sono inferiori rispetto a quelli della formula imprenditoriale tradizionale che deve massimizzare ‘in assoluto’ il profitto per distribuirlo ai conferenti di capitale. Le nostre imprese socialirescue companypotranno distribuire utili in formacappatae con un tetto, mantenendo però un equilibrio economico finanziario che stabilizza l’operatività e che diminuisce i costi fissi. Oggi si accorciano le filiere e bisogna tenere bassi i costi di produzione.

Propongo un’azione di intervento di imprenditorialità sociale per il tramite dello strumento del ‘workers buy out’ (Dl.Lgs.112/17 art.2, punto 4, lettere a, b e punto 5) e la creazione di newco –Imprese Sociali non profit (quindi con distribuzione di utili con tetto – ‘capstabiliti) che salvano le imprese profit (prevalentemente micro-PMI) e dove i dipendenti, purtroppo disoccupati a fronte di possibili ed acute crisi delle imprese stesse, diventano proprietari della newco con la motivazione tipica di chi gestisce un’ attività di cui è parzialmente proprietario.

E’ tradizione e ormai consuetudine culturale affermare che una delle modalità più efficaci di riqualificazione e di cambiamento trasformativo di ruolo, è il ‘learning by doig’ e quindi ‘imparare facendo’: nello specifico, per esempio, delle competenze digitali, assumerebbe una velocità di apprendimento superiore al tempo tradizionale.

Tutti noi in COVIDera abbiamo imparato a gestire il digitale facendo di necessità virtù e motivati anche dalla esigenza di funzionalità operativa. Zoom, Teams, GoToMeeting e tanti altri nomi che 3 mesi fa erano, per la maggior parte delle persone, quasi degli acronimi sconosciuti, ora fanno parte del linguaggio comune. Anche sul tram, la signora di una certa età chiede all’amica, tramite smartphone, quale piattaforma usa e si danno appuntamento nel pomeriggio.

La scelta di riqualificarsi non è solo in senso verticale e cioè con un miglioramento professionale di upgrading, ma anche di tipo orizzontale perchè alcune professioni dovranno allargare la loro capacità adattiva ed in alcuni casi dovranno imparare un altro ‘mestiere’ perché quello vecchio non c’è più. Quindi Imprese che dovrannocambiare pelle’ e la motivazione dei dipendenti che rischiano la disoccupazione è sicuramente superiore rispetto a quella di una pacifica e statica azione di conversione di scelta di nuovi mercati per l’allargamento di portfolio di beni e servizi. In alcuni settori sisono bruciati i ponti’ e per esempio le attività di servizio devono essere ridisegnate tramite mancanza di contattoface to face’, relazione mediata tramite un video, la consuetudine lessicale del ‘da remoto’.

Perché è indispensabile fare iniezioni di liquidità e ricapitalizzare, ma è altrettando importante gestire i denari sviluppando un effettoleva’  incrementale. E quest’azione la gestiscono le persone!

L’alternativa, secondo la formula imprenditoriale tradizionale, potrebbe essere quella di chiudere l’azienda for profit in crisi ‘in toto’ o in parte, perché, se si adotta il fine che l’unica motivazione per la sussistenza di un’impresa è la massimizzazione dei profitti in logica di ‘avidità’, non ci sarebbero altre vie d’uscita.

L’impresa sociale non profit èveicolo imprenditorialeprivato di produzione e scambio’.

In altro articolo, con riferimento al Piano Colao, alla scheda14.ii –RIQUALIFICAZIONE DISOCCUPATI/Cassa Integrazione Guadagni (CIG), ho fatto riferimento all’obiettivo della riqualificazione della forza lavoro e dei disoccupati per il tramite di incentivi alle imprese, ai lavoratori, l’utilizzo di programmi formativi di qualità in un contesto con gap digitale.

Si propongono valide proposte ed azioni tradizionali di training nonché di implementazione tramite specifici incentivi (elementi denominati ‘dettagli di implementazione’: campagna di comunicazione, riduzione cuneo fiscale, defiscalizzazione spese di formazione).

Ed inoltre si potrebbe riprendere e rinnovare la disciplina sulle start up innovative a vocazione sociale che possono costituirsi in forma societaria con un ‘lock up’ ed un divieto di distribuzione di utili per i primi 48 mesi, dopodiché non esistono limiti e si possono distribuire utili.

In quest’ottica e con questa chiave di implementazione imprenditoriale, le Imprese Sociali ‘rescue company’ potrebbero operare in:

  • settori meno colpiti dalla crisi. Essere protagonisti del marketing di territorio in tutte le sue sfaccettature;
  • settori di nicchia indispensabili per i nuovi stili di vita e di consumo ai quali dovremo adattarci (come le energie rinnovabili) ed in quelli non delocalizzabili, a basso impatto ambientale e a km0(economia circolare,green);
  • settori che presidiano linee di prodotti/servizi senza griffe o sottomarca per mantenere o sviluppare quote di mercato aggiuntive oppure prodotti/servizi ‘white label’ o ‘private label’ (come i marchi privati della grande distribuzione);
  • settori ove il brand di alta gamma vuole mantenere il suo posizionamento sul mercato in attesa di riprendere ,in assoluto (volumi, qualità, prezzo), le sue quote di mercato che si sono ridimensionate e che, purtroppo, creerebbero sacche di disoccupazione con una situazione di incapacità a riprendere l’attività quando la crisi sarà finita.

In questa attesa razionale, si può ipotizzare la creazione di una impresa sociale che possa agire sul mercato di riferimento con una linea di prodotti vendibili ad un prezzo coerente con le nuove esigenze del mercato e compatibile con una nuova domanda di consumo orientata all’acquisto di beni/servizi di gamma inferiore a quella originaria e ad un prezzo più basso.

E’ una autentica Impresa Sociale non in logica di buonismo di maniera e compassionevole, ma rendendo operativa la formula imprenditoriale sociale che scambia prodotti/servizi nel mercato tradizionale. I disoccupati salvano l’occupazione!

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Sull'autore

Professore associato di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche presso l'Istituto di Pubblica Amministrazione e Sanità (IPAS). Direttore del Master in Management delle aziende cooperative e imprese sociali non profit (NP&COOP). Docente senior dell' Area Public Management & Policy della SDA Bocconi. Membro del comitato scientifico della rivista Non Profit, Maggioli Editore. Membro del comitato medico-scientifico della rivista Vivere oggi del Comune di Milano. Membro del comitato scientifico della rivista Azienda Pubblica, Maggioli Editore. Fondatore e promotore della collana "Aziende non profit. Strategie, struttura e sistema informativo", EGEA, Milano. Membro dell'editorial advisory committee di Health Marketing Quarterly e del Journal of Professional Services Marketing, The Haworth Press, Inc., Binghamton, New York. Membro del comitato scientifico dell'Unione Nazionale Imprese di Comunicazione, UNICOM. Membro dell'Associazione Italiana di Economia Sanitaria, AIES. Membro dell'Osservatorio Camerale Economia Civile, Camera di Commercio di Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana Fundraiser di Forlì, ASSIFF. Membro del Consiglio di Gestione della Fondazione a sostegno della solidarietà sociale Umanamente, gruppo RAS. Membro del comitato etico di Coop Lombardia, Milano. Membro del comitato etico di Investietico, BPM Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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