domenica, Luglio 25

Impresa e politica, un’alleanza da rompere?

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Il caso è stato reso pubblico alcuni mesi fa, ma la polemica continua: la Fiscalía de Alta Complejidad Metropolitana Oriente, in Cile, indaga possibili irregolarità dei contributi versati da alcuni imprenditori ai candidati parlamentari, in particolare del partito di destra Unión Demócrata Independiente. Pur non essendoci ancora nulla di definitivo, la notizia ha ravvivato un dibattito –iniziato alcuni anni fa– sul controllo del finanziamento delle campagne elettorali in questo paese, considerato, in termini di Trasparenza Internazionale, uno dei meno corrotti della regione delle Americhe.

A grandi linee, la storia può essere riassunta così. Lo scorso anno, il procuratore Carlos Gajardo ha aperto un’indagine sulle frodi al Fondo de Utilidades Tributarias, che ha consentito di arrivare a Carlos Alberto Délano e a Carlos Eugenio Lavín, soci fondatori della potente holding Grupo Penta, e successivamente alla figura di Hugo Bravo, ex amministratore generale. Durante il processo, è emerso che Bravo aveva partecipato ad attività illecite per ottenere maggiori rimborsi fiscali. Alla luce di questi fatti, d’accordo con alcuni media cileni, sono stati ispezionati computer e libri contabili, dai quali sono emersi i nomi di alcuni politici dell’UDI, come Iván Moreira, senatore e vicepresidente del partito, la senatrice Ena von Baer, o Pablo Zalaquett, che ha perso le elezioni parlamentari nel 2013, fra gli altri.

Fino ad ora si sa, dalle mail rese pubbliche, che alcuni di questi rappresentanti hanno chiesto finanziamenti a Penta, in particolare a Bravo. In cambio, la holding ha ricevuto ‘boletas’ –una specie di fatture che si emettono ai consumatori finali sulle quali compaiono i nomi persone vicine ai politici, per servizi che non sono mai stati prestati. Il motivo? Permettere alle imprese di giustificare spese e ottenere maggiori rimborsi fiscali, vale a dire un rapporto win-win.

Il caso, noto come Caso Penta, ha scatenato una crisi all’interno dell’UDI. Recentemente, Moreira –che, secondo le mail pubblicate dal quotidiano ‘La Tercera, avrebbe ricevuto 10 milioni di pesos cileni, equivalenti a 13.900 euro, per la sua campagna del 2013, ha poi ammesso le accuse, ha chiesto scusa e si è dimesso dalla sua carica di vicepresidente dell’organizzazione. Si tratta di una situazione che mina la credibilità di una classe politica già debole: secondo il Sondaggio Nazionale del 2014, elaborato dall’Istituto di Ricerca in Scienze Sociali dell’Università Diego Portales, i partiti politici sono stati quelli che hanno ottenuto la valutazione peggiore dei cittadini, ottenendo la fiducia solo del 4,4%.

Sulle responsabilità di chi ha operato in questo modo, si sono pronunciati in tanti. Ad esempio, l’organizzazione Ciudadano Inteligente ha raccolto firme per chiedere le dimissioni dei rappresentanti politici coinvolti in questo caso. Álvaro Castañón, coordinatore legislativo dell’ONG, osserva che sono state raccolte 7.200 firme e che si prevede di superare le 10.000 nei prossimi giorni. Pur non esistendo procedure formali per ottenere le dimissioni dei parlamentari che hanno commesso atti illeciti, l’idea è mantenere la questione in campo: «Il nostro obiettivo è generare la necessità di mantenere aperto il dibattito e che le persone coinvolte nel Caso Penta si sentano chiamate a dare una risposta politica di responsabilità».

Aggiunge che, con questa situazione, la legittimità dei parlamentari è seriamente compromessa. «Quello che si danneggia è il rapporto di fiducia tra i cittadini e i loro rappresentanti. Il discredito della funzione pubblica è un male generalizzato in America Latina, ed è qualcosa su cui lavorare aprendo i governi e trasformandoli in istanze collaborative, dalle quali i cittadini possano ottenere autentici canali di partecipazione e che servano anche per esigere responsabilità se è necessario», spiega.

A parte le circostanze dei singoli, il caso ha acceso il dibattito sulla necessità di riformare la legge 19.884 sulla Trasparenza, Limite e Controllo delle Spese Elettorali, pubblicata nel 2003. Il politologo Kenneth Bunker ha scritto in un articolo d’opinione sul quotidiano ‘La Tercera’ che una delle critiche a questa legge è che non esiste l’anonimato obbligatorio e quindi i contribuenti e i ricettori possono sapere chi ha dato un contributo e l’importo. Lo strumento stabilisce la figura dei contributi riservati, di persone fisiche e giuridiche, che possono essere realizzati nei periodi di campagna elettorale, con il Servizio Elettorale che svolge la funzione d’intermediario. Le imprese, ad esempio, possono ricevere rimborsi fiscali solo se soddisfano determinati requisiti. In ogni caso, Bunker osserva che questo organismo non ha le competenze necessarie per fiscalizzare le transazioni irregolari, motivo per cui i candidati possono sostenere ingenti spese o spese illegali.

Infatti, un’altra delle critiche mosse a questo sistema è che non esiste uguaglianza di condizioni: generalmente, le imprese sostengono i partiti che sono loro affini, circostanza che, pur non garantendo la vittoria, lascia gli altri in chiaro svantaggio. I dati confermano questa affermazione: un report del Centro di Studi Giornalistici cileno, al quale hanno partecipato i membri del Centro di Ricerca e Pubblicazioni dell’Università Diego Portales, indica che, nelle elezioni del Senato del 2009, la maggior parte dei contributi delle imprese è stato dato ai candidati della destra. In quell’occasione, nel 78% delle circoscrizioni, i candidati che hanno ottenuto contributi riservati –nei quali le imprese concentrano il 96% del totale– erano della Unión Demócrata Independiente y de Renovación Nacional. Nel 2013, la percentuale è salita all’80%.

Adesso, oltre alle critiche sul sistema attuale, emergono un’infinità di proposte. Ad esempio, Ciudadano Inteligente ha elaborato un documento in cui si indicano opinioni di esperti, cittadini e accademici. Ad esempio, si sottolinea la necessità del finanziamento pubblico ai partiti, indipendentemente dal fatto che siano rappresentati in parlamento o meno. Si richiedono anche contributi dello Stato all’inizio della campagna, per garantire l’uguaglianza di condizioni, che si pubblichino costantemente i relativi dati e che, tra l’altro, si vietino i contributi delle persone giuridiche.

Quest’ultimo punto coincide con la proposta presentata dal Governo alla Camera dei Deputati, e con quella pubblicata dai deputati Giorgio Jackson Vlado Mirosevic, ancor prima che scoppiasse il Caso Penta. Quest’ultimo documento propone contributi misti, con capitale pubblico e privato solo dei cittadini, oltre alla previsione di sanzioni amministrative e penali in caso di violazione della normativa.

Precisamente, uno degli aspetti più importanti della riforma è il trattamento dei contributi delle imprese. Claudio Fuentes, dottore in Scienze Politiche dell’Università del Nord Carolina, ha scritto in un articolo d’opinione su ‘El Mostrador’, che la proibizione alle imprese di versare contributi ha riscosso critiche, ma anche molte opinioni favorevoli. Dice che è ragionevole, perché così si possono ridurre le disuguaglianze.

Tuttavia, scrive Fuentes, si devono adottare altre misure: «Il divieto alle imprese di versare contributi deve essere accompagnato da misure che consentano di dare vita a una campagna più giusta e che prevedano il contributo pubblico, le restrizioni alla pubblicità in luoghi pubblici e meccanismi di controllo delle spese che siano credibili ed efficaci». Per il momento, e in parte grazie al Caso Penta, le proposte ci sono.

traduzione di Claudia Donelli

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