venerdì, Luglio 23

Immobiliare: acquisti dimezzati in 5 anni image

0

seconda-casa

Due anni di recessione hanno sfiancato i cittadini, gettando le basi per una società sciapa e infelice. L’economia italiana continua a barcollare. Lo ha fatto in passato e il timore è che lo possa continuare a fare in futuro. A dispetto di un Ministro dell’Economia – Fabrizio Saccomanni – e di un Premier – Enrico Letta – che annunciano con toni trionfalistici le misure adottate sin qui – il 47esimo rapporto del Censis sulla situazione economico-sociale del Paese dipinge una realtà poco invidiabile.

Non solo per i numeri appartenenti al recente passato, con le compravendite di case che sono crollate del 45% in cinque anni, ovvero dal 2007 al 2012; ma anche per i numeri del presente, visto che nel 2013 la flessione potrebbe arrivare a -50% (con 400.000 abitazioni vendute). Un impatto lo ha avuto il raddoppio del numero di residenti all’estero.

Per il 69% famiglie, inoltre, il tenore di vita è peggiorato, mentre sono 6 i milioni di italiani che vivono in uno stato di precarietà. Normale, dunque, che siano sempre meno i nuclei familiari che hanno manifestato l’intenzione di comprare una casa. Per l’esattezza sono stati 907 mila e solo il 53,5% di loro è poi riuscito a completare l’acquisto. D’altronde, dal 2007 al 2012 il risparmio netto annuo per famiglia è passato da 4.000 euro a 1.300 euro.

La crisi ha indubbiamente anche delle radici demografiche. Gli italiani che sono fuggiti dal paese per cercare fortuna all’estero sono più di 4,3 milioni: negli ultimi 10 anni, il numero di cittadini che si sono trasferiti all’estero è più che raddoppiato, dai circa 50.000 del 2002 ai 106.000 del 2012 (+115%). Ma è stato soprattutto nell’ultimo anno che l’incremento si è accentuato (+28,8%). Nel 54,1% dei casi la nuova ondata di emigrazione ha avuto per oggetto giovani con meno di 35 anni.

Per chi resta a casa, c’è spesso bisogno di ricorrere ad un sostegno esterno. Le famiglie italiane che hanno ricevuto una forma di aiuto, nell’ultimo anno, da parte dei propri parenti sono state quasi 8 milioni. Un milione duecento mila famiglie non sono riuscite a far fronte alle spese con il proprio reddito e dunque hanno fatto ricorso a prestiti di amici. Per il 72,8% delle famiglie un’improvvisa malattia grave o la necessità di significative riparazioni per la casa o per l’auto diventano improvvisamente un problema insormontabile.

Colpa anche dell’incremento del carico fiscale. Il pagamento di tasse e tributi (24,3%), bollette (22,6%), rate del mutuo (6,8%) mette in difficoltà una quota significativa di italiani. Secondo gli ultimi dati pubblicati dalla Banca d’Italia nel 2012 la pressione fiscale è stata pari al 44% del Pil, in crescita rispetto al 42,5% del 2011 e del 40,5% del 2002. Il nostro Paese si colloca al quarto posto nell’area euro, a pari merito con la Finlandia, per le tasse da pagare in percentuale alla crescita economica.

Dal 2009 la recessione ha portato alla chiusura di più di un 1,6 milioni di imprese. Una piccola consolazione arriva dal settore del piccolo commercio, che conta oltre 770mila imprese. Bene anche i negozi di vicinato che operano nell’alimentare. Pur essendo stati spiazzati dalla grande distribuzione, hanno registrato un lieve incremento, vicino all’1% tra il 2009 e la prima metà del 2013. Il commercio ambulante, da parte sua,  è cresciuto di quasi l’8%.

Il problema numero uno, lo riconoscono anche le autorità, è rappresentato dalla disoccupazione e dalla sensazione di «dilagante incertezza» sul futuro del lavoro. Un sentimento che coinvolge ben un quarto degli occupati, convinto che nei primi mesi del 2014 la propria condizione lavorativa andrà peggiorando. Il 14,3% pensa invece che avrà a breve una riduzione del proprio stipendio e il 14% è consapevole di poter perdere il posto da un momento all’altro.

«Sono timori che interessano trasversalmente la popolazione italiana – spiega il rapporto del Censis – non solo i giovanissimi, che più che temere una riduzione della retribuzione hanno paura di ritrovarsi senza lavoro, ma anche le fasce d’età centrali, tra le quali l’esigenza di provvedere con il proprio reddito al benessere della famiglia amplifica le ansie rispetto al futuro».

Tra i 35 e 44enni il 13,7% è convinto che la propria posizione lavorativa sia a rischio e il 17,3% prevede una riduzione del reddito, mentre tra i 45 e 54enni la paura di perdere il posto di lavoro accomuna il 17,1% degli occupati. «Il sentiment di sfiducia è alimentato dal deterioramento di un quadro di contesto che ha visto, soprattutto nell`ultimo anno, allargare il perimetro della crisi dalle fasce generazionali più giovani a quelle più adulte».

Dagli Stati Uniti giungono invece notizie confortanti sul mercato del lavoro. La prima potenza mondiale ha creato 203 mila posti e il tasso di disoccupazione è sceso al 7% in novembre, entrambi dati migliori del previsto. Sebbene incoraggianti per la ripresa dell’economia reale, le cifre rischiano di avvicinare l’appuntamento con il cosiddetto ‘tapering’, ovvero il ridimensionamento della portata del programma di acquisto di titoli di Stato da parte della banca centrale Usa.

Gli ultimi numeri macro europei offrono invece un nuovo segnale di come la ripresa non sia decisa nel Vecchio Continente e sopratutto come non sia uniformemente distribuita nel blocco della moneta unica. Gli ordini all’industria in Germania sono calati del 2,2% in ottobre. In settembre erano saliti del 3,1%, secondo quanto riferito dal Tesoro della locomotiva d’Europa. Il mercato scommetteva su un calo dell’1%.

La Bundesbank ha però rivisto al rialzo le previsioni per la principale economia d’Europa, stimando un incremento del Pil dello 0,5% quest’anno e dell’1,7% l’anno prossimo. In giugno le anticipazioni erano meno ottimiste, per una crescita dello 0,3% e dell’1,5% nel 2013 e 2014 rispettivamente.

La banca centrale tedesca ha anche messo in stand by la rivalutazione delle quote in Bankitalia. Il via libera della Bce è stato bloccato dai rilievi «sostanziali» mossi dall’istituto con sede a Francoforte sulla trasformazione della Banca d’Italia in public company. Va ricordato che la rivalutazione doveva servire a incassare 1,2 miliardi di euro per coprire il taglio dell’Imu prima casa. Altri guai con cui dovranno fare i conti Saccomanni e Letta.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->