domenica, Giugno 20

Immigrazione, Trump a caccia dell’ ‘ultimo’ repubblicano L’impressione è che Trump abbia deciso di rilanciare, con questa campagna, gli slogan che ne avevano decretato il successo nel 2016

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Nel corso delle ultime settimane, le posizioni di Donald Trump in tema d’immigrazione e di cittadinanza sembrano essersi nuovamente irrigidite. Complice la vicenda della ‘carovana’ in marcia attraverso il Messico verso le frontiere meridionali degli USA, la retorica presidenziale ha subito un’altra impennata. Dopo la minaccia (in parte ridimensionata) di schierare l’esercito a sostegno delle guardie di frontiere, gli attacchi lanciati al principio dello ius soli (un principio sinora mai messo davvero in discussione nella legislazione statunitense e, secondo i suoi fautori, sancito costituzionalmente dal 14° emendamento) sono un buon indice della portata dello scontro. La minaccia, poi, di procedere non attraverso un atto del Congresso ma attraverso lo strumento dell’ordine esecutivo (executive order), di esclusiva competenza presidenziale, aggiunge complessità alla complessità. Il rischio paventato da più parti – soprattutto dopo che il voto di midterm ha delineato una scenario di governo diviso, con il Partito democratico saldamente al controllo della Camera dei rappresentanti – è la possibilità concreta di un conflitto istituzionale dalle conseguenze difficilmente prevedibili.

Che cosa c’è dietro a questo irrigidimento del Presidente? Al netto delle necessità contingenti, legate proprio al voto di midterm, l’impressione è che Trump abbia deciso di rilanciare, con questa campagna, gli slogan che ne avevano decretato il successo nel 2016. Il tema dell’immigrazione come minaccia alla sicurezza, ma soprattutto al benessere, degli Stati Uniti era stato ampiamente cavalcato, sia nei mesi della corsa alla Casa Bianca, sia in quelli immediatamente successivi all’insediamento, ad esempio, attraverso l’adozione del c.d. ‘Muslim ban’. L’obiettivo era, all’epoca, marcare la differenza del candidato Presidente da una politica che – anche all’interno del Partito repubblicano – sembrava avere messo da parte la questione. Oggi, in maniera molto simile, Trump mira a proporre la questione migratoria come uno dei nuovi cavalli di battaglia del partito. Se si vuole, è un’altra puntata della lotta in corso per la conquista dell’‘anima’ repubblicana e per accentuare la distanza che la separa dal Partito democratico, anche alla luce dell’enfasi che quest’ultimo ha posto, da qualche tempo in qua, proprio sul tema delle minoranze e dell’identità ‘plurale’ degli Stati Uniti.

Si tratta oggettivamente di un terreno scivoloso. All’interno del GOP non sono mancate le voci di dissenso rispetto alla linea presidenziale, soprattutto nella misura in cui questa appare pronta ad accettare lo scontro istituzionale. Di contro, questo tipo di scontro è forse quello cui mira il Presidente. Nonostante l’allentamento della tensione che aveva caratterizzato i primi mesi di ‘convivenza’, l’establishment repubblicano continua in larga misura a guardare a Trump come a un elemento anomalo e potenzialmente pericoloso, mentre proprio gli esiti del voto di midterm (primo fra tutti il rafforzamento della maggioranza al Senato) sembrano avere convinto il Presidente del fatto che la ‘linea dura’ paghi. In vista delle elezioni del 2020, questa contrapposizione è pericolosa e spinge entrambe le parti a cercare di consolidare le loro posizioni. Dopo il pesante intervento sulla Corte Suprema (con la nomina dei giudici ‘trumpiani’ Gorsuch e Kavanaugh, che potrebbero essere raggiunti da una terza nomina se i recenti problemi di salute dovessero spingere alle dimissioni il giudice Ginsburg), proprio il controllo della maggioranza in Congresso potrebbe essere il campo di battaglia.

Quella che appare inevitabile è un’ulteriore polarizzazione della vita politica. In tempi di governo diviso, la tendenza tanto del legislativo quanto dell’esecutivo è quella a cercare soluzionidi compromessoche evitino la paralisi del sistema. Oggi, tuttavia, questa regola informale (che bene o male è stata seguita anche nei momenti di scontro più duro, ad esempio fra Obama e il Congresso repubblicano in occasione dello ‘shutdown’ del 2013) potrebbe saltare. Da una parte, il controllo democratico sulla Camera dei rappresentanti e il modo in cui questo è stato conseguito sono garanzia di forte politicizzazione della questione; dall’altra il successo di Trump in una prova di forza con i vertici del GOP ne rafforzerebbe molto la posizione in vista delle presidenziali del 2020. La posta in gioco, per la Casa Bianca, è, quindi, assai più alta di quanto possa apparire. Dietro la linea dura sull’immigrazione c’è, infatti, prima ancora della volontà di andare incontro alle richieste di una parte della sua base elettorale, la possibilità per il Presidente di ‘trumpizzare’ in modo importante la rappresentanza repubblicana al Congresso, con tutti i benefici che ciò può avere per un Trump che ancora fatica a scrollarsi l’immagine del ‘parvenu’ nella stanza dei bottoni.

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