domenica, Aprile 11

Immigrazione tra politica e studio field_506ffb1d3dbe2

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Si è appena chiuso un anno davvero difficile per l’emergenza degli immigrati in Italia. Specialmente in alcune regioni, già provate dalla precaria situazione economica e dalla crisi. E in un periodo di enormi tagli alle politiche sociali, alla sanità, all’istruzione, l’integrazione di cittadini stranieri sembra diventare una sfida davvero insormontabile. E´ evidente, come d’altronde avviene anche per altri settori, che la gestione di un problema di così grande portata non può che essere condotto interagendo costantemente con le associazioni e centri studio, sempre più numerosi. Che si occupano di colmare alcuni deficit della politica e delle amministrazioni, da un lato; dall’altro diventano interlocutori privilegiati per preziose collaborazioni nella risoluzione di emergenze.

Attualmente le competenze relative alle problematiche dei cittadini stranieri sono suddivise tra il Μinistero della Difesa e il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Questa situazione crea spesso dei disagi e dei rimpalli di responsabilità, che vanno a creare confusione e lacune organizzative. Il Ministero dell’Integrazione ha il compito di coordinare gli altri ministeri, e di sicuro si tratta di un compito non facile, visto il clima di instabilità politica che ha caratterizzato il governo Letta nei primi mesi e durante tutto l’anno appena trascorso.

Sul rapporto tra istituzioni e associazioni e centri studio abbiamo parlato con Carlo Castiglioni, Presidente del Cestim, Centro Studi Immigrazione (www.cestim.it), una tra le prime associazioni fondate in Italia con l’obiettivo di raccogliere e fornire documentazione e materiale relativi alla presenza e alle problematiche dei cittadini stranieri, punto di riferimento per studiosi, italiani e stranieri, e per gli amministratori, e promotrice di progetti di alfabetizzazione rivolti a bambini stranieri.

Ritiene che vi sia un confronto costante e soddisfacente tra la realtà impegnate sul territorio italiano nello studio e nelle relazioni con gli immigrati, e le istituzioni?

A livello nazionale, e per quanto riguarda le politiche mi pare che ci siano delle buone reti di collaborazione tra centri studi dislocati sul territorio nazionale. Bisogna poi anche tenere conto del fatto che le associazioni e i centri studio diventano sempre più numerosi man mano che aumenta la presenza di cittadini immigrati.

Alcune settimane fa è stato presentato a Roma il rapporto I diritti non sono un costo. Immigrazione, welfare e finanza pubblica, curato dall’associazione Lunaria (www.lunaria.org). Che ha pubblicato altri due dossier, sempre sulla gestione delle problematiche relative agli immigrati: Costi disumani. La spesa pubblica per il ‘contrasto’ dell’immigrazione irregolare e Segregare costa. La spesa per i ‘campi nomadi’ a Napoli, Roma e Milano. In questi rapporti vengono criticate aspramente le politiche migratorie e sull’immigrazione sin qui realizzate. Con quali argomentazioni?

I dossier di Lunaria hanno l’obiettivo di contrastare i luoghi comuni e le inquietudini più diffuse che considerano la presenza di cittadini stranieri come un ‘peso’ insostenibile per il nostro sistema economico e sociale. Attraverso un lavoro di documentazione e ricerca, Lunaria analizza la spesa sociale pubblica italiana imputabile ai cittadini stranieri, arrivando alla conclusione che accogliere, includere, garantire i diritti di cittadinanza è giusto e anche conveniente per la finanza pubblica. Secondo le stime di Lunaria sul 2011, i costi relativi ai migranti hanno corrisposto al 2,07% della spesa pubblica complessiva, considerando la spesa sociale imputabile ai cittadini stranieri e gli stanziamenti destinati alle politiche di contrasto, di accoglienza e di inclusione sociale dei migranti. Restringendo il campo di osservazione alle politiche per così dire ‘dedicate’, gli stanziamenti per le politiche di accoglienza e di inclusione sociale dei migranti rappresentano lo 0,017% della spesa pubblica complessiva rispetto allo 0,034% di incidenza degli stanziamenti destinati alle politiche del rifiuto.

Si sottolinea, da parte di Lunaria, come lo Stato continui a lavorare per emergenze rispetto a un fenomeno, quello migratorio, che è diventato strutturale, investendo poco e male. Cosa si chiede concretamente al Governo?

Lunaria chiede al Governo di cambiare rotta e guardare lontano, adottando politiche mirate all’accoglienza e all’inclusione sociale, oltre che ai diritti di cittadinanza, che non possono essere negati da un Paese civile. Ora, mediamente, gli stanziamenti ordinari destinati alle politiche di accoglienza e di inclusione sociale dei migranti si aggirano intorno ai 123,8 milioni di euro l’anno, pari a circa la metà degli stanziamenti medi destinati alle politiche di rifiuto e respingimento, circa 247 milioni l’anno.

Un altro importante contributo alla conoscenza del fenomeno migratorio è quello fornito dalla Caritas, che annualmente presenta il Dossier Statistico Immigrazione, Come viene recepita dal Governo la lettura delle dinamiche migratorie presentata nel dossier?

I dossier della Caritas, che dal 2004 è curato dal Centro Studi Idos (Centro Studi e Ricerche) mettono in evidenza le difficoltà di integrazione dei migranti e dunque le lacune di cui soffre ancora la politica migratoria italiana. Nel 2013 il Rapporto annuale è stato curato per conto della Presidenza del Consiglio dei Ministri/Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, e offre un’analisi organica delle migrazioni su più livelli, e con un ampio supporto di dati statistici. Rappresenta dunque uno strumento preziosissimo per il Governo, per elaborare nuove strategie di accoglienza e integrazione. Dai dati dell’ultimo dossier emerge, in particolare, la mancanza di Pari Opportunità per gli stranieri residenti in Italia. Che di conseguenza sono i soggetti più a rischio povertà: per i migranti infatti è più difficile trovare lavori dignitosamente retribuiti, oppure ottenere contratti di affitto delle case. Senza contare i costi che un migrante deve sostenere per ottenere il permesso di soggiorno (dagli 80 euro in su, rispetto ai 5,42 euro richiesti per la carta d’identità).

Cosa propongono dunque associazioni come il Cestim, la Caritas, Lunaria e tutte le realtà che quotidianamente gestiscono i problemi concreti dei cittadini stranieri?

Ci battiamo perché le risorse economiche, le poche che ci sono, vengano utilizzate per gestire il processo di integrazione necessario per insegnare la lingua, mettere a disposizione posti di lavoro, trovare una casa. Il Cestim ha sempre sostenuto l’applicazione della Carta dei Diritti Internazionali. Ogni persona ha diritto di non essere discriminata e ha diritto di andare a risiedere dove ritiene di poter trovare la migliore sistemazione. Siamo spesso di fronte a veri e propri paradossi: ad esempio, se uno straniero non trova lavoro in Italia, non può andare a cercarlo in un altro paese dove magari lo può trovare.

Oltre alle associazioni sopra citate esistono numerose realtà locali, che quotidianamente operano per favorire il dialogo tra i cittadini italiani e i migranti giunti in Italia. Nel concreto, come si svolgono le relazioni tra queste realtà e le istituzioni?

Vengono organizzati eventi e momenti di incontro rivolti alla cittadinanza, all’interno dei quali si crea un dibattuto che coinvolge sia i rappresentanti politici, sia i membri dei centri di studio. In questo modo è possibile dar vita e confronti su problematiche di grande entità, sviscerando a fondo le questioni più spinose, e fornendo, anche a chi ascolta, le informazioni e gli strumenti critici per comprendere a fondo questioni delicate, che invece vengono molto spesso strumentalizzate dalla cronaca.

Senza la collaborazione delle associazioni e senza il volontariato lo Stato secondo Lei sarebbe in grado di far fronte al problema dell’immigrazione? 

Il problema della gestione dei centri di accoglienza e/o respingimento è stato delegato pressoché interamente alle organizzazioni umanitarie con badget contenuti. Il problema deve essere affrontato alla radice. In alcune città, per esempio, l’amministrazione Comunale ha delegato alla Caritas la gestione della problematiche dal punto di vista dell’accoglienza e dei centri di ascolto. Ancora prima della Caritas, ad aiutare molto erano i sindacati con i patronati, che in questi anni hanno svolto un lavoro validissimo in accordo con le questure, per i rinnovi dei permessi.  Ma anche in questi casi è la legge che non permette risposte concrete ed efficaci.

Dibattito sulla cittadinanza: si propone il passaggio dallo ius sanguinis allo ius soli, e qualche giorno fa il Ministro della Difesa Mario Mauro ha proposto di passare dallo ius soli allo ius culturae. In un’intervista ha dichiarato: «Lo ius culturae è la traduzione di un principio che esisteva già nella tradizione latina: quello di un individuo che vuole essere parte di una comunità». La proposta del Ministro è quella di consentire a chi arriva in Italia di far parte delle forze armate e di facilitare l’iter per ottenere la cittadinanza a chi fa il servizio militare. Una proposta che ha scatenato una serie di reazioni contrastanti e di polemiche, anche con i centri studio che si occupano quotidianamente del problema della cittadinanza ai migranti. Lei cosa ne pensa?

Per poter dare la cittadinanza italiana a chi, figlio di stranieri, nasce in Italia, può andare bene uno ius soli regolato, o anche ius culturae, termine che andrebbe approfondito, data la nostra legislazione sulla cittadinanza. Ma a mio parere occorrerebbe cominciare a parlare di libera circolazione delle persone e quindi, a certe condizioni e nel rispetto delle nostre leggi, la cittadinanza dovrebbe essere offerta a chi la richiede.

Sul servizio militare speriamo di non ritornare ai tempi dei mercenari. In questo Paese succede di tutto, ormai non ci si deve stupire di niente. Fa rabbia sentir fare proposte del genere, se si pensa che attualmente non ci sono preferenze o corsie privilegiate per nessuno. Figure di valore e di prestigio che però sono succubi di iter burocratici infiniti e snervanti. Gli unici che riescono ad ottenere permessi, seppur con estrema fatica, sono gli studenti. Proporre vantaggi per chi fa il servizio militare equivale, a mio parere, a proporre. Mi pare poi che è un servizio ancora molto richiesto dagli italiani e in ogni caso è una scelta discutibile e imbarazzante soprattutto dal punto di vista etico.

Il lavoro delle associazioni e dei centri di studio può servire per cambiare l’approccio al problema, sia da parte dei cittadini, sia da parte delle istituzioni?

Certo. Sappiamo bene che parlare alla pancia è sempre più facile, in questo caso alimentando la paura del diverso o diffondendo la stupida diceria che gli immigrati vengono a rubarci il lavoro. Il nostro compito diventa allora quello di fare capire che è esattamente il contrario. Gli immigrati che sono qui Italia, circa un milione, sono nella maggior parte dei casi integrati e lavorano quasi tutti, offrendo un contributo allo sviluppo economico del Paese. Ma certi partiti preferiscono far creder ai cittadini che contrastando la presenza degli stranieri si possono difendere meglio i nostri privilegi.

Esiste, secondo Lei, una forte volontà da parte della politica di comprendere realmente il problema dell’integrazione anche dal punto di vista culturale, oltre che per le problematiche e gli aspetti più concreti legati alla presenza di cittadini stranieri?

Vedo ancora molta superficialità. Per capire servono misure che vengono poco sentite, misure concrete che hanno come punto di riferimento l’accoglienza e non il respingimento. La prima cosa che il governo deve fare è una nuova legge. Bisogna superare la Bossi Fini con le sue norme capestro per cui se uno straniero perde il lavoro, in automatico perde anche il permesso, per cui chi entra non in regola automaticamente è un delinquente e va messo in galera. Ci vuole una normative che, abolendo la Bossi Fini, metta in piedi un circuito che permetta alle Istituzione e alle associazioni di collaborare, partendo dal principio che ogni persona ha diritto a fissare la propria residenza dove lo ritiene più conveniente nel rispetto delle leggi del paese ospitante. Attualmente la maggior parte delle risorse economiche è impiegata per costruire barriere e non per integrare, anche dal punto di vista culturale. 

 

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