sabato, Maggio 8

Immigrazione: pronta la bozza di risoluzione italiana

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La proposta Made in Italy per rispondere all’emergenza immigrazione c’è ed è stata presentata oggi ai membri europei del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Gran Bretagna, Francia e Lituania e Spagna, tra quelli non permanenti), a Varsavia. Si tratta di una bozza di risoluzione che potrebbe essere sottoposta ad approvazione entro 10 giorni, al fine, come ha spiegato il ministro degli esteri Paolo Gentiloni, di fornire «una base legale alle diverse attività di contrasto al traffico di esseri umani e che consenta di assicurare i trafficanti alla giustizia». La bozza è stata discussa oggi dai partner, in vista probabilmente della  riunione speciale del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sulla questione immigrazione, alla quale parteciperà anche Federica Mogherini, la quale sarà incaricata di illustrare la bozza del piano d’intervento dell’Ue.

Intanto la Russia ha già fatto sapere che utilizzerà il suo potere di veto nel caso in cui venga  proposto di conferire legittimità internazionale ad un’eventuale  piano di intervento militare Ue per distruggere i barconi usati dagli scafisti, poiché ciò secondo Mosca, senza il consenso del Paese ospitante, costituirebbe ‘una violazione alle norme esistenti del diritti internazionale’.

La richiesta italiana, ha spiegato Gentiloni, è quella di arrivare ad «un sistema che preveda un regime di quote tra i singoli Stati membri per l’accoglienza dei rifugiati che giungono alle frontiere dell’Ue, una ripartizione che attualmente avviene solo su base volontaria», alludendo evidentemente alla situazione del nostro Paese, coinvolto più di tutti gli altri nella gestione dei flussi verso l’Europa e nell’accoglienza.

Nel frattempo, mentre a Minsk si è svolto nel pomeriggio l’incontro a porte chiuse tra i rappresentanti del Gruppo di Contatto trilaterale Ucraina-Russia-Osce più i rappresentanti delle repubbliche separatiste, per trovare un accordo che metta fine al conflitto nel Donbass, il capo della Farnesina, Gentiloni, ha incontrato i vertici del governo ucraino oggi a Kiev.  La ripresa dei gruppi di lavoro nella capitale bielorussa è stato definito da Gentiloni «un segnale positivo pur in una situazione che rimane molto fragile», ed il ministro ha inoltre auspicato che «gli accordi di febbraio possano essere messi in pratica fino in fondo e questo ci consentirà di aprire una pagina meno negativa nei rapporti con la Russia». Gentiloni, che è a Kiev per incontrare il presidente Poroshenko, il premier Iatseniuk, e il suo omologo Pavlo Klimkin, ha ricordato l’impegno italiano per la difesa della sovranità e ‘dell’integrità territoriale dell’intera Ucraina’.  Con l’incontro tra i due ministri degli Esteri, «sono state poste le basi per rafforzare ulteriormente gli ottimi rapporti tra Ucraina e Italia», ha affermato il capo della diplomazia italiana. I due ministri hanno inoltre annunciato una prossima commissione intergovernativa a Kiev nelle prossime settimane per discutere le questioni di interesse comune, tra le quali c’è anche quella dell’energia. Da parte sua Kiev si è resa disponibile ad impegnarsi per il rispetto degli accordi di Minsk, ma, ha avvertito il presidente Poroshenko «le sanzioni alla Russia dovranno essere rimosse solo quando saranno interamente rispettati i 13 punti dell’accordo». Nonostante la tregua però continuano le incursioni da ambo le parti nelle martoriate regioni del sud-est: oggi  l’esplosione di un blindato ucraino per via del transito sopra una mina a nord di Donetsk, ha provocato la morte dei 4 militari che erano a bordo, mentre un altro soldato di Kiev sarebbe morto in un agguato nella zona di Svetlodarsk.

Dal ministro degli Esteri della Federazione Russa Sergeij Lavrov, è arrivato un nuovo appello per il rispetto della tregua nel Donbass, dalle colonne del giornale tedesco Handelsblatt. Lavrov ha definito «un colossale e tragico errore» qualunque tentativo del governo ucraino di riaccendere le ostilità nel Donbass, sottolineato quindi di nuovo l’importanza del «rispetto rigoroso degli accordi di Minsk da parte di tutte le fazioni» per risolvere la crisi e prevenire l’escalation.

Intanto Mosca, a tre giorni dal Victory Day, incassa la conferma della presenza di Maduro e Castro, ma anche quella della diserzione del presidente turco Tayyip Erdogan, il quale ha reso noto che non parteciperà alla cerimonia per il 70esimo anniversario della vittoria russa nella Seconda Guerra Mondiale. La ragione per cui Erdogan manderà un ambasciatore è piuttosto evidente ed è collegata anche in questo caso alla visita di Putin ad Erevan ed al riconoscimento da parte del presidente russo del genocidio degli armeni.

Ed è ancora mistero sui raid aerei messi a segno prima dell’alba a Khartoum, capitale del Sudan. Le notizie diffuse da diversi media, iraniani, israeliani e yemeniti, fanno pensare che il raid sia stato compiuto da jet israeliani. Il Sudan è infatti considerato dall’intelligence israeliana una via di transito per le armi iraniane verso la Striscia di Gaza, e per questo non è la prima volta che Israele colpisca nel Paese. Da Tel Aviv però l’episodio non è stato ancora commentato ufficialmente.

E in Siria rischia di salire ancora la tensione, dopo quattro anni di conflitti. Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, dopo i recenti attacchi dei ribelli jihadisti nella zona dei dintorni di Damasco, ha annunciato tramite l’emettente televisiva Al Manar, che i miliziani del partito sciita libanese sono pronti a sconfinare in Siria per lanciare un attacco interno contro i ribelli di Al Qaeda, il Fronte al Nusra, nella regione di Qalamun, nei pressi di Damasco.  «La presenza del nostro movimento in Siria in questo periodo non ha precedenti nella storia. Noi andiamo dove c’è bisogno e sistemeremo la situazione a Qalamun», ha detto Nasrallah, che ha aggiunto che l’offensiva partirà entro pochi giorni. Assad, tramite l’agenzia Saana, ha ammesso le recenti battute d’arresto dell’esercito contro i qaedisti di Al Nusra, ma ha promesso l’invio di rinforzi, soprattutto nell’ovest del Paese, dove con Hezbollah si sta preparando la battaglia per Qalamun. Sempre in Siria oggi almeno 16 militari che si trovavano nell’edificio che ospita le forze di sicurezza curdo-siriane sono stati uccisi in un attacco dell’Isis ad Hasakeh, nel nordest del Paese.

Proprio per il sostegno ‘di vitale importanza’ contro l’Isis il presidente curdo Massoud Barzani ha ringraziato oggi il governo degli Stati Uniti in un discorso a Washington. Barzani ha incontrato anche il presidente Obama e il suo vice Biden alla Casa Bianca.

Contro gli Usa si è schierato invece oggi nettamente la Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, che è intervenuto nel dibattito sul negoziato per il nucleare affermando che l’Iran «non accetta di negoziare sotto minaccia», degli Usa, aggiungendo che l’Iran risponderà ad ogni atto di aggressione.  «Alcuni giorni fa due rappresentanti Usa hanno minacciato un attacco militare» ha detto Khamenei dinanzi ad una platea di studenti, rispondendo citando Khomeini, «prima di tutto, non potete fare proprio niente» e aggiungendo: «al tempo del precedente presidente Usa avevo già detto che era finito il tempo per colpire e fuggire». Relativamente alla situazione in Yemen Khamenei ha di nuovo affondato contro Washington dicendo che gli Usa sono complici dei “crimini immensi” che l’Arabia Saudita sta compiendo nel Paese.

Ancora violenze, questa volta nella Repubblica Democratica del  Congo, dove due caschi blu dell’Onu sono stati uccisi e altri 13 sono rimasti feriti in un’imboscata di ribelli ad un convoglio delle Nazioni Unite, nei pressi della città di Beni, nel Nord Est, al confine con l’Uganda. Nel Paese, dopo il sanguinoso conflitto del 1998-2003 permane l’instabilità politica, e decine di gruppi armati continuano a combattersi per controllare la regione, particolarmente ricca di oro e diamanti.

E in Afghanistan oggi sono stati condannati a morte quattro degli uomini che parteciparono al brutale assassinio di Farkhunda, la giovane massacrata dal linciaggio della folla che lo scorso 19 marzo la accusava di aver profanato il Corano.

Tornando in Europa, dopo la nascita della Royal Baby la Gran Bretagna si prepara al voto di domani: i protagonisti sono il premier uscente David Cameron, quarantottenne leader dei conservatori ed Ed Miliband, alla guida del Labour Party, che a 45 anni è alla sua prima sfida elettorale come capo dell’opposizione. Ma con l’avanzata dei partiti euroscettici i due candidati devono fare i conti con il ridimensionamento dei due partiti storicamente dominanti nel Regno Unito.  Nick Clegg, leader dei Liberaldemocratici (Libdem) e il leader degli euroscettici anti-immigrazione dell’Ukip, Nigel Farage, sono già considerati come outsiders. Il primo è molto indietro nei sondaggi, mentre Farage secondo molti analisti raccoglierà percentuali inferiori rispetto a quelle delle scorse europee, anche se fa ancora paura a molti il partito che sostiene l’ipotesi di una Brexit (British Exit)  dall’Unione Europea.

Infine, la polizia tedesca ha fermato in Sassonia e in altri quattro Lander,  quattro persone che finanziavano un gruppo di estrema destra con l’obiettivo di condurre attacchi anti-islam contro moschee e abitazioni destinate agli immigrati richiedenti asilo.

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