sabato, Ottobre 16

Immigrazione, l'insolita alleanza Orban – Cameron

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Un anno fa, il 23 gennaio, il primo ministro ungherese Viktor Orbán volò a Bruxelles per tirare un segnale d’allarme. In una serie di colloqui con i vertici dell’Unione europea e in un’animata conferenza di stampa sostenne la necessità che l’Europa si dotasse al più presto di una legislazione sull’immigrazione. Le norme in vigore erano a suo giudizio inadeguate alla sfida che si preparava. Cercò in particolare di attirare l’attenzione su quella che chiamava la ‘rotta dei Balcani’ che rischiava di fare dell’Ungheria, in quanto primo stato Schengen per chi viene da sud-est, il punto di convergenza di ‘milioni’ di immigrati. «Per questo il problema ungherese deve essere sentito come importante da tutti gli altri stati europei» concluse Viktor Orbán. Ma la solidarietà europea mancò completamente, l’Ungheria venne lasciata a sé stessa e anzi Orbán venne fatto passare su molti media come un irresponsabile seminatore di panico con quella assurda profezia dei milioni di immigrati.

Molte cose sono cambiate da allora. Ora a chiedere la solidarietà europea è la Germania, che pesando molto nell’Unione, per un periodo ha addirittura creduto di potere imporre la solidarietà a colpi di sanzioni contro chi gliela negava. Non ha potuto farlo perché l’isolamento dell’Ungheria non è più così compatto. Non solo la Slovacchia e la Repubblica ceca, potenze considerate minori, hanno fatto proprie le posizioni di Orbán sull’immigrazione, ma, a seguito della vittoria delle destre nelle elezioni del novembre scorso, anche la Polonia, che nell’Unione vale poco meno di una grande potenza. Si è ricompattato in tal modo il così detto Gruppo di Visegrád, che ricopre un’area storicamente abbastanza omogenea (in occasione di un incontro al vertice nella danubiana Visegrád firmarono importanti e duraturi accordi di collaborazione nel 1335 i re di Polonia, Boemia e Ungheria). I quattro di Visegrád non sarebbero forse in grado di bilanciare la volontà della Germania, se quest’ultima potesse escludere sorprese sul fronte occidentale. Ma così non è. Si è, ad esempio,  clamorosamente defilato da un’ipotetica linea occidentale il leader britannico David Cameron, che in queste settimane con una tournée diplomatica senza precedenti ha visitato le capitali di Visegrád. Ha cominciato con Varsavia il 10 dicembre, dove si era appena insediato il nuovo governo e dove in una conferenza stampa congiunta col primo ministro polacco Beata Sydlo ha scelto di pronunciare chiare parole: «In quanto i nostri Paesi sono partners nell’Unione europea è fantastico (it is great) vedere un partito fratello della famiglia dei Conservatori e Riformisti tornare al potere. Assieme abbiamo fondato quel gruppo che ora per dimensioni è il terzo nel Parlamento europeo. Sono convinto che si stringeranno rapporti sempre più stretti fra i nostri partiti – a Bruxelles, ma anche in Polonia e in Gran Bretagna». Se si pensa che la Commissione Europea già stava ponderando di avviare contro il governo di Varsavia una verifica su pretese violazioni al principio dello stato di diritto, si potrà dare alle parole di Cameron il giusto peso.

Il tour è quindi terminato a Budapest il 7 gennaio, dove Cameron ha manifestato la sua amicizia per il ‘caro Viktor’ e constatato che l’agenda dei rispettivi due Paesi sui temi della politica europeista è identica. E bisogna dire che realmente lo è, a partire dall’idea stessa di un’Europa che faccia meno politica e amministri meglio.

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