lunedì, ottobre 15

Immigrazione: i costi di una regolarizzazione mancata Mentre il Decreto-legge sull’immigrazione si annuncia come una ridefinizione restrittiva del sistema di accoglienza, quali sono i legami tra indici di criminalità e composizione del nostro tessuto sociale? Risponde Paolo Pinotti, Docente presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università ‘Bocconi’ di Milano

0

A due mesi di distanza dalle linee programmatiche comunicate al Senato il 25 luglio scorso, nelle quali il Ministro dell’Interno annunciava un imminente Decreto in materia di immigrazione e sicurezza, il fatto di regolarizzare le persone di cittadinanza extraeuropea presenti sul territorio rappresenta un impegno da adempiere nei limiti del Decreto flussi 2018 – ossia, per un totale di 30.850 persone.  Insieme alle modalità previste per il ricongiungimento familiare e al riconoscimento del diritto di asilo, questo strumento costituisce, ad oggi, la sola possibilità di ingresso legale in territorio italiano. Per l’anno in corso, tale provvedimento stabilisce una quota di 12.850 lavoratori autonomi (liberi professionisti e imprenditori disposti a investire in risorse proprie almeno mezzo milione di euro) e non-stagionali e di 18.000 lavoratori stagionali (per i settori turistico e alberghiero).

Il filo rosso che allinea le restrizioni previste dal testo del futuro Decreto-legge sull’immigrazione (unanimemente approvato, 3 giorni fa, dal Consiglio dei Ministri) è la connessione tra immigrazione e sicurezza. La considerazione secondo cui gli stranieri sono portati a commettere illeciti penali porta, nel testo normativo, a comprimere il riconoscimento dell’asilo e a cancellare la protezione umanitaria (di rilievo costituzionale e già interessata dalle compressioni contenute in una Circolare del 4 luglio, inviata alle Commissioni territoriali), passando dai «motivi umanitari» a 6 ‘circostanze-limite’, presupposto per la speciale concessione di un soggiorno temporaneo.

Al netto della disputa italo-francese, mitigata senza cambi di politica da ambo le parti, la gestione dei flussi sembra trasformarsi, in misura crescente – e paradossalmente, se pensiamo agli appelli di intervento e alle critiche mosse a Bruxelles dal Governo Conte – in un ‘affare domestico’. Nel suo ultimo Discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato a Strasburgo il 12 settembre, il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha illustrato, da un lato, una proposta tesa a rafforzare l’azione di Frontex e ad accelerare i rimpatri degli immigrati irregolari; dall’altro, ha espresso la necessità di aprire nuovi canali di immigrazione legale verso l’Europa, che deve restare, nelle sue parole, un «continente aperto e tollerante»: «l’Europa», ha affermato, «non sarà mai una fortezza in un mondo che soffre, non sarà mai un’isola. Resterà multilaterale».

Tornando alla politica nazionale, la prima domanda che sorge, estensibile all’’Austria e al Gruppo di Visegrad, è: non si vuole immigrazione irregolare o non si vuole immigrazione tout court? La differenza è sostanziale, perché se ogni tipo di immigrazione dipende da fattori ‘esterni’, legati ai Paesi di provenienza, il confine tra regolarità e irregolarità è stabilito dalle politiche dei Paesi di destinazione. Segue, poi, un secondo interrogativo: l’irregolarità è una causa o una conseguenza legata alla propensione – per qualsiasi motivo – a commettere reati?

Se, formalmente, l’irregolarità ‘ha inizio’ nel territorio dello Stato, si desume per coerenza interna al sistema che la regolarità sussista fuori dai confini: che, in altre parole, si possa entrare regolarmente in territorio nazionale. Non è così: la regolarizzazione ex post, in Italia, è una prassi diffusa e consolidata.

Al di là dell’auspicato potenziamento dei CPR, i rimpatri accelerati degli irregolari sono un tema largamente condiviso, anche a livello europeo. Il problema, però, è ‘a monte’: contenere i flussi migratori, ritenuti fonte potenziale di criminalità e insicurezza, dipende da come si traccia il confine tra regolari e irregolari. Ritenere la pericolosità sociale un tratto direttamente connesso agli ‘stranieri’ è una valutazione politica, così come scegliere la forma del Decreto-legge per la nuova disciplina: ha a che fare con le ragioni di chi governa, che necessariamente ha da confrontarsi con i dati oggettivi relativi ai fenomeni da gestire e con la funzionalità di un sistema vigente (nel caso italiano, la rete SPRAR, che oggi coinvolge 400 Comuni). Anzitutto, è l’oggettività, prima di ogni dichiarazione, a permettere di capire i termini della questione migratoria. Per questo, le evidenze della ricerca scientifica sono strumenti preziosi per rispondere politicamente – con tutte le incognite esistenti – alle condizioni della realtà contemporanea.

La connessione tra criminalità e immigrazione è oggetto di uno studio di Paolo Pinotti, Docente presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università ‘Bocconi’ di Milano, che è stato pubblicato nel 2017 dall’ ‘American Economic Review’ e analizza, nel contesto italiano, gli effetti della regolarizzazione dell’immigrazione sugli indici di criminalità. Ne parliamo direttamente con l’Autore.

Professor Pinotti, parlando dell’oggetto specifico della Sua indagine, come si è articolata l’analisi e quali sono state le conclusioni? La percezione da parte dell’opinione pubblica si allontana, in questa relazione, dai dati reali?

Il punto di partenza è che gli immigrati, nel complesso, effettivamente evidenziano tassi di delittuosità più alti rispetto a quelli dei cittadini italiani.

Che cosa significa?

Ciò in parte si spiega per ragioni di composizione socio-demografica: stiamo parlando di persone tendenzialmente giovani, molte delle quali non hanno ancora formato una famiglia. Diciamo che i giovani non coniugati, in tutti i gruppi – non solo considerando gli ‘stranieri’, ma i cittadini di qualsiasi Paese – evidenziano una maggiore propensione a delinquere. Tuttavia, anche tenendo conto di queste differenze demografiche, esse da sole non spiegano completamente la differenza in termini di propensione a delinquere. In altre parole: se prendo un giovane maschio straniero e lo confronto con un giovane maschio italiano con lo stesso livello di istruzione, comunque gli stranieri presentano, mediamente, una maggiore propensione a commettere reati. Quello che è fondamentale rilevare è che la categoria ‘stranieri’ è comprensiva di regolari e irregolari. Quando affiniamo il confronto, notiamo che i regolari hanno una propensione a commettere reati in linea con gli italiani, mentre nel secondo caso la tendenza è molto maggiore: è questa parte che determina effettivamente la differenza nei tassi di criminalità tra stranieri e italiani.

Di che reati stiamo parlando?

Gli stranieri sono tipicamente sovrarappresentati nei reati di tipo economico meno grave (borseggio, furto di automobili, qualche furto in abitazione), mentre in realtà, tra le 2 categorie, non si riscontrano grosse differenze nella propensione a delinquere quando si tratti di reati gravi (omicidio o rapine in banca particolarmente complesse). Se, poi, parliamo di reati da colletti bianchi (come corruzione o associazione criminale di stampo mafioso) qui troviamo un monopolio degli italiani.

Nella mia indagine mi sono posto la seguente domanda: il fatto che gli immigrati siano, di per sé, un gruppo – indipendentemente dallo status di legalità – evidenzia una maggiore propensione a non rispettare la legge oppure è la stessa condizione di irregolarità che determina il ricorso alle attività illecite?

Tra chi sta in Italia, ma non ha accesso al mercato del lavoro regolare, c’è chi si accontenterà di svolgere lavori nell’economia sommersa senza che questo sfoci in attività criminali – il problema sarà, piuttosto, del datore di lavoro. Altri possono anche essere spinti da una condizione di necessità, dalla precarietà generata dalla preclusione al mercato del lavoro regolare, a commettere più reati.

Per provare a distinguere tra queste 2 motivazioni, ho guardato cosa era successo nel 2007, che è stato il primo anno in cui è stata implementata la nuova procedura di attribuzione dei permessi di soggiorno. Essa passava attraverso il Decreto flussi, uno strumento in realtà già esistente da molti anni in Italia, ma era la sua prima implementazione per via elettronica.

Come si è svolta la procedura?

A partire dalle 8 del mattino di determinati giorni dell’anno, chiunque fosse immigrato in Italia e aspirasse a un permesso di lavoro regolare doveva andare su un sito messo a disposizione dal Ministero dell’Interno. Per essere più precisi, erano i datori di lavoro a presentare le domande che, in ordine di arrivo, erano processate fino all’esaurimento dei permessi messi a disposizione per quell’anno.

Di che cifre parliamo?

I permessi disponibili erano 170.000. Sono arrivate circa 700.000 domande, il che vuol dire cha una grossa parte (più dei 2/3) è rimasta esclusa.

Molte domande sono state escluse per il semplice fatto che sono pervenute pochi minuti o secondi dopo l’esaurimento dei permessi a disposizione. Quello che ho fatto è stato, allora, confrontare i tassi di criminalità nell’anno successivo tra coloro che avevano inviato la domanda per permesso di soggiorno ed era stata accettata, e tra coloro che l’avevano trasmessa subito dopo l’esaurimento delle quote (con conseguente rifiuto). Ho potuto osservare che la probabilità di commettere un reato nell’anno successivo si dimezza per coloro che hanno ottenuto un permesso di soggiorno. Si parte da un tasso di criminalità intorno all’1%: una persona su 100, l’anno successivo, è stata arrestata dalla polizia per aver commesso reati relativamente o anche molto gravi (dal furto ‘in su’). Non stiamo parlando chiaramente di reati minori o sanzioni amministrative in violazione delle leggi sull’immigrazione: la differenza sarebbe tautologica nella propensione a delinquere tra regolari e irregolari; mi riferisco a reati più seri: qui uno su 100 è stato arrestato, ma tra chi avesse ottenuto un permesso di soggiorno, la probabilità di commettere questi crimini diminuiva a circa 0,5%, quindi si dimezzava.

 Cosa ci fa capire questo risultato?

Che è la condizione stessa di irregolarità ad aumentare di molto la propensione a delinquere degli immigrati irregolarmente presenti sul territorio. Queste persone, quando diventano titolari di un permesso di soggiorno e hanno accesso a un mercato del lavoro regolare, smettono in molti casi di commettere crimini, per trovare presumibilmente un’occupazione nell’economia regolare. Il risultato è in linea anche con un altro studio che avevo effettuato qualche anno fa, riferito sempre allo stesso periodo (2007), sull’ingresso nell’UE di rumeni e bulgari. Ancora una volta, si può osservare che, a valle del loro ingresso nell’UE – perciò con un diritto a risiedere e lavorare in Italia – il tasso di criminalità di questi 2 gruppi nazionali è diminuito sensibilmente rispetto a quello di stranieri provenienti da contesti socio-economici comparabilmente simili (altri Paesi dell’Est europeo). Quindi, se prima dell’allargamento a Est (primo gennaio 2007) dell’UE le stesse persone presentavano tassi di criminalità sostanzialmente identici, dopo l’allargamento – con l’acquisizione dello status legale -, la loro propensione a delinquere diminuisce.

Nel suo paper, si fa riferimento al fatto che, nel 2007, a 25 minuti dall’apertura del portale, le domande successive erano rigettate.  

A Napoli accade anche dopo 10 minuti…

Sembrano quasi tempi da borsa valori. Perché accade? Si tratta di oggettiva mancanza di posti disponibili o è un’esigenza dettata da una policy restrittiva?

Un aspetto è il numero di permessi messi a disposizione, che sono sempre stati pochi rispetto al numero di domande.  Si dice ‘quest’anno diminuiamo i posti a disposizione: 20.000 anziché i 30.000 dell’anno scorso‘, quando ormai sono anni che tutti quelli che fanno domanda sono già in Italia. Non è possibile trovare un datore di lavoro che sponsorizzi la domanda senza conoscere il futuro titolare del permesso.

La sequenza è questa: le persone entrano irregolarmente, si fanno lavorare in nero sul territorio e, in seguito, fanno domanda. In tutti i casi in cui la domanda sarà rigettata, esse rimarranno presenti sul territorio irregolarmente.

Il numero di permessi messo a disposizione determina semplicemente quante di quelle persone diventeranno ‘regolari’ nell’anno successivo e quanti resteranno ‘irregolari’: non quanto si è riusciti a chiudere le frontiere. Le persone entrano comunque. Questo per ciò che riguarda il numero di permessi.

Altra cosa è il meccanismo di allocazione. Posto che si emettono – per restare sull’esempio del 2007 – 170.000 permessi a fronte di 700.000 domande, a chi spetteranno quei posti? Occorre fare una lotteria, adottare il criterio cronologico del ‘chi prima arriva meglio alloggia’ oppure un sistema a punti, come si fa in altri Paesi (valutando l’istruzione e le varie competenze delle persone)?

In Italia, per lo meno dal 2007, si è scelto il secondo criterio: chi prima arriva meglio alloggia.

A quali esigenze risponde questo sistema?

Non si capisce bene quale sia la logica. Negli USA, per esempio, si rilasciano le ‘green card’ facendo una lotteria: è una cosa piuttosto simile. Là si sorteggia, qui da noi si guarda chi ha inviato la domanda un secondo prima o dopo. Molti sistemi, del resto, sono comparabili; non è un problema solo italiano. Là dove ho un forte razionamento delle quote, dovrò decidere come attribuirle e diventa sempre – almeno in parte – una decisione arbitraria.

Questo è il sistema vigente, il che significa che anche quest’anno si avrà lo stesso meccanismo?

Il sistema prosegue, anche se c’è da dire che, negli ultimi anni, i Decreti flussi sono ridotti all’’osso. Siamo passati dai 170.000 di un decennio fa ai 20.000-30.000 permessi degli ultimi decreti flussi. Inoltre, una larga parte di essi sono solo permessi di lavoro stagionale, non per contratti a tempo indeterminato. Quindi le quote sono davvero minime. L’effetto è che una parte di questi migranti, che vengono in Italia per cercare lavoro per motivi economici, adesso passa attraverso il sistema di accoglienza pensata per i richiedenti asilo e protezione sussidiaria. C’è una sostituzione del canale che, pur con tutti i suoi limiti, permetteva un certo inserimento nel mondo del lavoro. Ora invece il canale è diverso e improprio per tali esigenze, risultando molto più distaccato dal mondo del lavoro: se sono dentro un centro per rifugiati, non ho molte occasioni di entrare in contatto con quel mondo. Il problema dell’assenza di opportunità lavorative, che poi si riverbera sui comportamenti illegali di una parte di queste persone, probabilmente aumenterà ulteriormente nei prossimi anni.

Dal punto di vista decisionale, si può ritrovare una connessione tra questo ‘slittamento’ sul sistema di asilo imputabile alla contestuale contrazione dei permessi per lavoro e la provenienza geografica – mi riferisco, in particolare, all’Africa – ?

In parte a questo, in parte anche al fatto che, se il sistema di ingresso prevede quote irrisorie, le stesse persone che prima entravano irregolarmente in Italia, lavorando in nero (come assistenti alla persona, nel agricoltura, nell’economia sommersa) e aspettando il successivo Decreto flussi per tentare di essere regolarizzati, ormai sanno che è meglio tentare direttamente tramite il sistema di asilo, che non è pensato per quello. Dal momento che l’altro canale di ingresso è prosciugato, è la sola alternativa esperibile.

Considerando che siamo un Paese in crollo demografico, e che le stesse domande di asilo risultano diminuite quest’anno (secondo i dati Eurostat) del 60%, potrebbe indicare sulla base del suo studio qualche possibile correttivo di questa politica?

Ci sono condizioni strutturali che fanno sì che queste persone continueranno ad arrivare. Basta guardare la demografia dell’Africa, che ritrae una popolazione di età estremamente giovane in condizioni disagiate: continueranno a partire. Per la sua posizione geografica, l’Italia sarà il primo porto di arrivo. Va bene, a mio modo di vedere, cercare di impostare con l’UE un discorso di redistribuzione delle quote (non è un problema solo italiano), ma una gran parte di queste persone rimarrà comunque in Italia, o continuerà a transitarvi.

In queste condizioni, la scelta più intelligente sarebbe provare a favorire l’incontro tra domanda di cittadini stranieri e datori di lavoro italiani. Chiaramente questo non avviene in un sistema basato sull’accoglienza di coloro ai quali sarà riconosciuta protezione internazionale. Questo sistema tende a isolare le persone tra loro in centri più o meno piccoli, molto spesso lontani dalle grandi città e dai sistemi locali del lavoro in cui potrebbero trovare un’occupazione. L’isolamento garantisce un livello minimo di sussistenza/accoglienza, non l’inserimento nel mercato del lavoro. Il riferimento è alla ‘prima accoglienza’. Quando gli immigrati per motivi economici iniziano a passare anch’essi attraverso questo circuito, le persone non si inseriranno mai nel tessuto economico e sociale.

Anche qui c’è una sproporzione tra la prima accoglienza e un sistema che, finora, non ha mai ricevuto piena implementazione.

I centri SPRAR sono stati considerati quelli che offrono un minino di prospettive per l’inserimento nel mercato del lavoro. Questi centri, nel sistema, rappresentano una proporzione minoritaria se non residuale, e risultano depotenziati nel testo dell’ultimo Decreto sicurezza. La parte del leone spetta, invece, ai CAS, dove c’è molta più eterogeneità: alcuni funzionano benissimo e forniscono servizi di livello; in altri non si fa nulla (penso alla la piccola pensione o all’ex-caserma, dove le persone sono messe a guardare il soffitto e private di una qualsiasi prospettiva di inserimento).

Siamo in un sistema che, per sua natura, incoraggia come canale di accesso prevalente l’immigrazione irregolare – se escludiamo categorie come studenti o scienziati e ricercatori. In realtà tutti i Decreti flussi, alla fine, benché non siano chiamati così, hanno una portata equivalente a una sanatoria ex-post.

Se il sistema prosegue in questa direzione, è chiaro che l’immigrazione continuerà a diventare sempre più un costo piuttosto che una risorsa per il Paese.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.