mercoledì, Ottobre 27

Immigrazione: Danimarca, nuova Australia? La Danimarca rende ancora più dure le leggi in materia di immigrazione, ispirandosi al modello australiano. Lindholm come Nauru?

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Un tempo era uno degli Stati con la legislazione più avanzata in materia di immigrazione, ma negli ultimi anni la Danimarca ha indubbiamente cambiato verso. Con una popolazione di poco più di 6 milioni di abitanti, il Paese nordico ha subito il contraccolpo politico del relativamente alto numero di migranti accolti nel corso del tempo, muovendosi sempre più in direzione opposta. A questa nuova tendenza si è adeguata buona parte degli schieramenti politici danesi, compresa l’area del centro-sinistra guidata dal Partito Socialdemocratico. In questi anni, pertanto, sono state prese una serie di misure per rendere più difficile l’arrivo e la permanenza di migranti sulla penisola nordica.

Come diceva Martin Henriksen, deputato del Partito Popolare Danese (Dansk Folkeparti, DF), in un’intervista del 2016 rilasciata a Global News: «Il messaggio è chiaro: se vuoi venire in Europa, devi stare lontano dalla Danimarca». Allora, aveva fatto molto discutere la decisione del Governo danese di sequestrare i beni di valore dei richiedenti asilo, come pagamento delle spese per la loro permanenza: era permesso loro solo di mantenere beni per il valore di un massimo di 10000 corone (poco meno di 2000 euro) – con l’esclusione di oggetti ‘affettivi’, come la fede nuziale.

Sulla scia di questo clima, la Danimarca continua con il suo giro di vite. Dopo l’implementazione del sistema dei cosiddetti ‘ghetti’ – come da termine effettivamente usato dalla burocrazia danese – che applica trattamenti diversi ai residenti, in base al quartiere di provenienza (ponendo indirettamente in una condizione di minorità coloro che vivono nei luoghi più svantaggiati, perlopiù migranti), da membri della maggioranza nel Parlamento danese è arrivata una nuova proposta, subito adottata dal Governo. L’idea alla base della proposta è quella di relegare sull’isola di Lindholm i richiedenti asilo la cui richiesta è stata respinta, o quanti fra loro non hanno una fedina penale pulita. L’isola ha ospitato in passato strutture dell’istituto veterinario di Stato, che accoglievano animali contagiosi. Nel giro di un anno inizieranno le opere di bonifica, per preparare gli edifici che accoglieranno quei migranti che finiranno nel limbo giuridico che li tiene sospesi fra il rifiuto all’essere ospitati e l’attesa di essere espulsi. La struttura dovrebbe iniziare a essere operativa dal 2021 e accogliere un centinaio di persone.

Sempre Martin Henriksen, vero campione della lotta all’immigrazione in Danimarca, ha plaudito a questa proposta, in procinto di diventare realtà. Ha inoltre dichiarato come l’idea è stata ispirata dal caso australiano, che, ormai, da anni relega richiedenti asilo in strutture situate su altre isole del Pacifico. La gestione dell’immigrazione da parte dell’Australia è una delle più dure e controverse del mondo. La durezza con cui l’isola-continente affronta la questione è spesso esaltata e presa a modello dalle destre del mondo e, di converso, stigmatizzato dal fronte opposto. In particolare, la gestione dei richiedenti asilo è stata oggetto di numerose critiche, viste le condizioni in cui queste persone sono lasciate ad attendere una risposta, spesso senza tempi certi.

La dura politica sull’immigrazione attuata dall’Australia prosegue ormai da anni. Alla sua base c’è una funzione di deterrenza. Canberra stringe accordi con altri Stati del Pacifico che, in cambio di denaro, accolgono in apposite strutture un determinato numero di migranti che hanno tentato di sbarcare sulle coste australiane. L’obiettivo dell’Australia è evitare, con tutti i mezzi possibili, che i rifugiati, intenzionati a trasferirsi, riescano a farlo. Nel corso degli anni ha stretto accordi con la Papua Nuova Guinea, che solo due anni fa ha chiuso, dopo anni di battaglie, la prigione dell’isola di Manus – senza però garantire un destino certo a una parte delle persone che erano lì detenute. Altri accordi sono stati stretti con la Cambogia, scatenando la protesta delle associazioni dei diritti umani e della stessa popolazione cambogiana: lo Stato del Sud-Est asiatico non è ritenuto economicamente in grado di sostenere le spese per il mantenimento dei rifugiati e, soprattutto, di garantirne i diritti: non va dimenticato che molti di questi scappano proprio da quelle terre. L’accordo prevedeva l’arrivo in Cambogia di un numero di rifugiati provenienti dal centro di Nauru.

Il caso di Nauru è emblematico della politica australiana sull’immigrazione. L’isola è fra gli Stati più piccoli al mondo, la cui economia si basava un tempo sulle grandissime riserve di fosfati che garantivano un PIL pro capite fra i più alti del mondo. Oggi, questa ricchezza non c’è più e la sopravvivenza di Nauru è legata in buona parte dalle entrate provenienti da Canberra, in cambio dell’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati non accolti in Australia. Le loro condizioni sono molto difficili: nella realtà di Nauru si registra un altissimo tasso di suicidi, che si registra specialmente fra i più giovani. L’assenza totale di ogni prospettiva e l’impossibilità di sapere che cosa ne sarà del loro futuro rende difficilissima la permanenza sulla sperduta isola del Pacifico, tanto che molti preferiscono la morte a questa non-vita. Benché fra la popolazione australiana inizi a muoversi qualcosa, il Governo australiano non sembra intenzionato a recedere dalle proprie intenzioni: questi migranti non devono mettere piede sulle coste dell’Australia. La Nuova Zelanda si è detta disponibile a garantire un futuro a queste persone, ma l’Australia, prima di muoversi, vuole evitare che il vicino Stato oceanico sia solamente una porta secondaria di ingresso nel proprio territorio: dovessero essere accolti da Wellington, ai rifugiati deve essere fatto divieto di entrare in Australia. E anche quando si trovano accordi con altri Stati, intervengono fattori esterni a scombinare le carte: un accordo con gli USA di Obama aveva fatto sperare i rifugiati di Nauru, ma l’arrivo di Trump ha cambiato tutto. Il nuovo Presidente degli Stati Uniti, sebbene inizialmente abbia confermato – di malavoglia – l’accordo, ha reso la situazione più complicata, specialmente per coloro che provengono da quegli Stati (Iran, Siria, etc) dichiarati banditi dalla nuova amministrazione.

La situazione non è assolutamente facile. Il caso australiano ha ispirato gli esponenti di maggioranza in Danimarca: le premesse sono simili e identiche sembra essere la realizzazione. Henriksen e soci hanno considerato anche le condizioni delle persone che verranno coinvolte o, anche questa volta, si è deciso di sacrificare la vita di centinaia di persone per mandare un messaggio al resto del mondo?

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